Monti: «Veltroni, prova a fare senza i sindacati»

10/09/2007
    lunedì 10 settembre 2007

    Pagina 7 – Primo Piano

    Monti sfida il Pd
    “Veltroni, prova a fare senza i sindacati”

    “Il nuovo partito deve rinunciare al modello della concertazione
    E dire basta a un bipolarismo senza dialogo con l’opposizione”

      ANTONELLA RAMPINO
      INVIATA A CERNOBBIO (COMO)

      Modesta richiesta a Walter Veltroni e Rosy Bindi, leader in pectore del nascente Partito Democratico: «Pensate sia possibile rinunciare alla concertazione, una pratica che ha concesso tutto ai sindacati e niente ai giovani, ai poveri, ai non garantiti? E si potrebbe rinunciare anche al bipolarismo sovraeccitato, che diseduca alla democrazia, allargando la ricerca del consenso dell’opposizione anche oltre le missioni militari, magari fino alle liberalizzazioni sulle quali invece il ministro Bersani vorrebbe indire un referendum?». Il professor Mario Monti, l’ex-Supercommissario europeo al quale di volta in volta questa o quella coalizione hanno proposto una scesa in campo politica da lui sempre rifiutata, anche quest’anno ha scelto le «porte chiuse» del Workshop Ambrosetti a Cernobbio per dire la sua alla politica. Due anni fa animò per mesi il dibattito con «la necessità di politiche moderate, di centro», per il bene del Paese. Stavolta, ascoltato da una platea finanziario-imprenditoriale che andava da Antoine Bernheim fino a Mario Moretti Polegato, ha detto la sua sul Partito Democratico. In un discorso che partiva dall’analisi della difficile situazione dell’economia italiana, «che ha fatto bene attraverso le imprese private, che non dipendono da decisioni pubbliche; che ha fatto abbastanza bene nella finanza pubblica, condizionata dalla vigilanza europea; e ha fatto in maniera non soddisfacente nelle liberalizzazioni e nelle riforme, che sono di piena responsabilità della politica». Il problema è della politica in Italia, quando Francia e Germania, «che hanno problemi simili a quelli italiani, li stanno invece risolvendo, grazie a leader capaci di comunicare convinzione». Insomma, «Sarkozy che domina, e aggrega membri dell’opposizione, e la Merkel che con la Grande Coalizione esercita la sua leadership trasformando il messaggio in azione politica concreta». In Italia invece la non-credibilità, secondo Monti, è data da due incoerenze nel governare, «nonostante la qualità umana senza pari nel nostro esecutivo». Racconta Monti anche un episodio: prima che Prodi formasse il governo, nel giugno 2005, gli disse «se fossi in te mi farei carico delle istanze redistributive della sinistra estrema, ma non la farei entrare nel governo, così guadagneresti al centro più consensi e voti di quanti ne perderesti alla tua sinistra, e potresti governare in modo coerente». Cosa poi rispose Prodi, Monti non lo rivela: ma certo le cronache di vita del governo la dicono lunga. E proprio questa «contraddizione intrinseca nel governare al presente» ne nasconde una al passato: «Mi fa pena che sia così raro trovare partiti orgogliosi del loro passato. Ce ne sono addirittura alcuni che il loro passato cercano di farlo dimenticare: i diesse sono oggi all’avanguardia sull’europeismo e sull’economia di mercato, non così nella loro lunga storia». E che cosa sarà il futuro Pd? Monti considera «un segno positivo le parole di Veltroni: un programma coerente, senza ampliare fino all’eterogeneità la composizione del partito». Ma ci sono anche «due segnali inquietanti: il silenzio sul metodo di governo riguardo proprio ai fattori che hanno frenato Prodi». La concertazione, «con la quale è stato concesso ai sindacati un potere di gradimento che altre categorie non hanno, e fra esse i giovani, i poveri, i non garantiti». Ed è qui che Monti rivolge la sua domanda: «Chiedo a Veltroni e Bindi, manterrete o eliminerete il sistema per cui la legittimità democratica è quella tipica della fabbrica e non del Parlamento?». Soprattutto, «si potrebbe andare oltre il circoscritto intento bipartisan, facendo leva sulla democrazia parlamentare?». Monti vorrebbe una serie di «grandi coalizioni mirate». Ma chissà cosa ne pensano, appunto, Veltroni e Bindi. Per non dire di Bersani, Fassino e Rutelli. E dello stesso Prodi.