Montezemolo: le parole di Lama servono oggi

12/01/2005

    Mercoledì 12 Gennaio 2005

    i discorsi parlamentari
    Montezemolo: le parole di Lama servono oggi

      Pasquale Cascella

        Il sindacato deve o no fare politica? Vecchia domanda, quella che ha animato ieri la presentazione del volume del Senato che raccoglie i discorsi parlamentari di Luciano Lama da parte di Napoleone Colajanni, Luca Cordero di Montezemolo, Guglielmo Epifani e Gianni De Michelis. Ma si rivela di stretta attualità, alla vigilia della ripresa del confronto tra il governo e le parti sociali, quell’interrogativo che – come ha ricordato Cesare Salvi, curatore della pubblicazione – l’allora segretario generale della Cgil aveva posto al centro della discussione sulla natura dell’unità sindacale nei primi anni Settanta, facendola diventare ancora più stringente nel 1978 con la strategia dell’Eur imperniata sull’interesse generale. Per quella politica, ha rilevato Colajanni, Lama pagò dei prezzi, il più alto dei quali sul piano del divenire delle idee.

          Rimasta una grande incompiuta, quell’idea riformista e riformatrice, ha trovato il suo riscatto nel riconoscimento del più insospettato degli interlocutori. Il presidente della Confindustria (e della Fiat che fu di Gianni Agnelli) ha letto i discorsi parlamentari di Lama come «pensati al futuro», vere e proprie «lezioni di responsabilità civile ed etica». Come nel caso dell’intervento sulla legge finanziaria del 1991, che ha indotto Montezemolo a una prima riflessione sull’«attitudine al male di ridurre la politica economica ai tre mesi in cui si discute della Finanziaria». Ebbene, disse Lama: «Il tema dell’occupazione coincide con quello dello sviluppo e degli investimenti per fornire una controindicazione, dare luogo a iniziative che muovano in senso contrario rispetto all’attuale situazione economica e alle sue tendenze». Ha chiosato Montezemolo: «Potremmo dire oggi, nel dibattito sui provvedimenti per rilanciare la competitività, più o meno la stessa cosa. Potremmo dirla perché oggettiva, non perché di parte sociale o di parte politica».

            In effetti, si potrebbe dire, come il Lama del tempo, che «un impiego delle risorse, magre purtroppo, in una situazione così impervia e difficile esige, anzi esigerebbe, una concentrazione su questo scopo». E segnerebbe ancora la differenza tra una visione – e una «verità», come ha sottolineato Montezemolo – mai di parte e una pratica di governo che piega tutto, gli strumenti e le scelte di politica economica, all’interesse particolare. Per quanto il presidente della Confindustria, di fronte all’accorata ricognizione storica di Colajanni («L’unico modo per salvare quel poco di welfare state che abbiamo è puntare sulla concertazione per la crescita») e al provocatorio rilievo di Salvi sulla latitanza della parte pubblica («Ci vorrebbe un governo…»), abbia cercato di «evitare di essere tirato per i capelli nella polemica sull’attualità italiana», la sua riflessione sulle priorità, talmente disconosciute da far «sognare» un paese «con più innovazione, più concorrenza, ripeto più concorrenza, e più solidarietà», ha messo a nudo proprio la lacuna più pesante della politica economica: il vero e proprio vulnus consumato dal centrodestra ai danni della concertazione. Più netto ed esplicito è stato Epifani: «Oggi non c’è niente, nè una strategia né una sede e nemmeno un diritto di tribuna per poter esprimere compiutamente i rispettivi punti di vista e la stessa convergenza sulla preoccupazione per questa politica economica. E a soffrirne è la democrazia».

              Per sommo paradosso l’ex ministro socialista De Michelis ha evocato lo scontro sulla scala mobile del 1984, rivelando una confidenza privata di Lama, pur definito «uomo del compromesso possibile e non del compromesso deteriore», sul rifiuto dell’ultima offerta di Bettino Craxi («Non voglio fare questo favore a Enrico Berlinguer… Saremo sconfitti e sarà bene perché il mio partito capirà»), senza accorgersi che il parallelo con l’oggi si ritorce a danno della spregiudicatezza, il cinismo e l’ottusità con cui il governo di Silvio Berlusconi ha usato e gettato la stessa pratica di accordi separati. Sarà stata alquanto partigiana e interessata la memoria di De Michelis del più complesso travaglio contrattuale e politico – testimoniato da Colajanni – vissuto da Lama, prima nello scontro alla Fiat e poi in quello sul taglio dei punti di contingenza, ma anche questo, nel bene e nel male, fa parte della responsabilità di una classe dirigente di cui l’emergente Montezemolo avverte un «enorme bisogno». E restituisce non solo alla sinistra ma al paese intero la memoria, ben viva in Colajanni, di «un riformismo con proposte e non a parole, per cambiare e non per lasciare le cose come stanno».