Montagna, persi migliaia di posti

17/01/2002






Montagna, persi migliaia di posti

Turismo in ginocchio per la siccità: crolla l’attività degli impianti di risalita

      MILANO – Montagna in crisi per la mancanza di neve: migliaia di lavoratori stagionali sono già rimasti a casa, i ricavi degli impianti di risalita sono crollati del 50-70% rispetto all’anno scorso, le spese per l’innevamento delle piste sono decuplicate. Doveva essere la stagione della rivincita, con la montagna unica voce in attivo in un settore turistico messo in ginocchio dall’allarme terrorismo: sta diventando la stagione del disastro. E’ il quadro che emerge dal primo bilancio dopo le vacanze natalizie e in attesa che parta il circo delle settimane bianche. I prossimi giorni saranno decisivi: «Le prenotazioni per febbraio sono buone (marzo è fermo, ma è troppo lontano). Se non nevica, rischiamo però una pioggia di disdette», profetizza dal Veneto Giovanni Viel, segretario di Federturismo. Il conto è in forte passivo, albergatori e gestori degli impianti sono in fibrillazione. Chiedono un sostegno economico per superare l’emergenza che fino a ieri ha riguardato solo la mancanza di neve, ma che oggi si è fatta ancora più grave a causa della siccità prolungata: in Piemonte un comprensorio turistico su due ha difficoltà a reperire l’acqua, materia prima con cui produrre l’innevamento artificiale; in Veneto una lunga lista di comuni viene rifornita con le autocisterne, anche a causa delle sorgenti gelate. «Si scia quasi ovunque, ma le spese per tenere aperte le piste sono spaventose. Se nelle prossime due settimane non cambia, in tanti rischiamo il fallimento», riassume Floriano Pra, che è assessore al turismo della Regione Veneto, ma anche «uomo di montagna», visto che gestisce impianti sciistici sulla Marmolada.
      L’emergenza attraversa l’intero arco alpino. In Lombardia, la richiesta dello stato di calamità naturale, già avanzata da operatori turistici e amministratori locali, per ora è stata messa in naftalina, «ci siamo dati qualche giorno per riflettere – dice il presidente del consiglio regionale Attilio Fontana – ma se entro la prossima settimana non nevica, non ci resterà che chiedere aiuto». La Regione Piemonte ha invece già deciso di intervenire, utilizzando una legge nuova di zecca che prevede finanziamenti alle industrie in crisi per «fattori esogeni», cioè esterni. «Subito disponibile un miliardo di lire, 516 mila euro, per chi si è sobbarcato fino ad oggi i costi proibitivi dell’innevamento artificiale, ma la legge verrà rifinanziata», assicura l’assessore al turismo Ettore Racchelli, partito ieri per un
      tour sulle montagne di casa per incontrare sindaci e albergatori.
      Ovidio Mugnai, presidente degli albergatori piemontesi, parla di «situazione allarmante, blocco assoluto e totale del turismo». Ma a pagare il prezzo più alto di questo inverno senza neve sono per ora i gestori di funivie e
      skilift , che, tranne poche eccezioni, stanno lavorando in forte perdita. Il segnale è chiaro: le statistiche dicono che ogni euro speso per andare su e giù con gli sci ne porta almeno altri 10 da spendere in alberghi, ristoranti e negozi della zona. Così «se crolliamo noi, di conseguenza crolla tutto il sistema», sintetizzano all’Arpiet, l’associazione piemontese dei gestori degli impianti a fune, dove ieri si sono tirati i primi conti.
      Tutti in rosso: aperta una pista su due, ricavi crollati fino al 70%, 6 miliardi di lire, più di 3 milioni di euro, spesi per l’innevamento artificiale, «perché produrre un metro cubo di neve – spiegano – costa 2 euro». Alla lunga, in pochi riescono a reggere: una stazione sciistica di piccole dimensioni come Borno, nel Bresciano, ha pagato 60 milioni di lire, più di 30 mila euro, per l’ultima bolletta dell’elettricità (senza corrente, i cannoni sparaneve non funzionano). Con i giornalieri che costano 15.000 lire, 7,75 euro, è dura pareggiare i conti. Una stazione del calibro del Monterosa sky, in Valle d’Aosta, ha avuto una bolletta di quasi 300 milioni, 155 mila euro. «Le piste sono stupende, ma la gente non arriva – dice il presidente Philip Balestrini -. Di solito abbiamo 8 mila persone nel
      weekend . L’ultimo, ne abbiamo avuti poco più di 2 mila». Almeno tremila i lavoratori stagionali che hanno perso il posto, di cui un migliaio in Lombardia. Crisi anche in Trentino: 40% di presenze in meno a Madonna di Campiglio e piste aperte grazie ai cannoni. Ma l’acqua c’è: «Le nostre sorgenti danno 60 litri al secondo – dice Giovanni Renzi, direttore della Società funivie Marilleva e Folgarida – Abbiamo investito tanto in tecnologia, le nostre piste sono aperte al 95%. Ma tutto ha un limite, speriamo nevichi presto».
      dmonti@corriere.it
Daniela Monti


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