Monito a Cisl e Confindustria “Nessun cedimento alla Cgil”

26/08/2009

Stretto tra la Lega Nord di Umberto Bossi e le multinazionali del settore alimentare, Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, ha deciso di uscire dall’angolo
richiamando all’ordine in suoi tradizionali e forti “alleati”, la Cisl di Raffaele Bonanni e la
Confindustria di Emma Marcegaglia. Perché il messaggio contenuto nell’intervista rilasciata
lunedì al Corriere della sera era, e è, indirizzato soprattutto a loro: o rispettate le nuove regole contrattuali, senza cedimenti alla Cgil, oppure il governo non rinnoverà gli sgravi fiscali previsti
per gli aumenti retributivi aziendali e contenuti in una norma sperimentale in scadenza alla fine
dell’anno. Duplice, dunque, il fronte aperto da Sacconi. Da una parte quello con la Lega che questa volta – sono convinti nel Pdl – non mollerà più la presa sulla questione
salariale che così diventerà centrale nella prossima campagna per le regionali; dall’altra quello con le parti sociali “complici”, come le chiama Sacconi (Cisl, Uil, Ugl e le associazioni imprenditoriali) e, va da sé, con la Cgil “antagonista” di Guglielmo Epifani.
Per pacificare i leghisti Sacconi ha parlato di «salari differenziati », attraverso una perdita di
peso del contratto nazionale e una valorizzazione di quello aziendale legato alla produttività,
presupponendo che al nord sia dovunque superiore rispetto al resto del paese. Insomma, il nuovo modello contrattuale (condiviso da tutti tranne dalla Cgil). Un modello, però, che ha
rischiato seriamente di fallire alla prima prova. Ecco il punto.
Lontano dai riflettori, nei tristi saloni e nei lunghi corridoi di Viale dell’Astronomia (sede della
Confindustria), nell’ultima settimana di luglio l’accordo per il rinnovo del contratto degli alimentaristi (circa 400 lavoratori) sembrava a un passo. Invece è saltato tutto con scontri furibondi nella delegazione delle imprese, con polemiche feroci tra i sindacati.
E con Sacconi che non è stato a guardare. Tutto è naufragato per colpa di 18 euro dei 136di aumento sostanzialmente concordati per il prossimo triennio. La Cgil (in tutte le trattative ufficiali si sovrappongono tavoli paralleli e informali) aveva strappato l’intesa con le multinazionali (dalla Nestlé alla Barilla, per intendersi) stabilendo che quei 18 euro sarebbero andati a far parte dell’incremento del minimo contrattuale. Ma per Cisl e Uil e per aziende piccole del settore (pare che nell’ultima parte del negoziato non abbia partecipato
più il capo delegazione della Federalimentare) quei 18 euro dovevano essere un elemento variabile della retribuzione, collegato a un indice di competitività del settore. Se fosse passato l’accordo Cgil-multinazionali, di fatto, sarebbe stato ignorato il nuovo modello contrattuale nel
quale le intese a livello nazionale dovrebbero perdere di peso. Uno smacco per i firmatari dell’accordo e una rivincita della Cgil. Il pressing della Confindustria sulla sua categoria pare sia stato fortissimo. Così quello del ministro. E alla fine la Federalimentare ha abbassato la sua proposta, rendendo impossibile l’intesa.
Si vedrà come riprendere a settembre, ma, dopo l’aut-aut di Sacconi, saranno difficili strappi
da parte di chi, il 15 aprile scorso, ha firmato il protocollo sul nuovo modello contrattuale. E poi gli stessi problemi si presenteranno su tutti i tavoli dei contratti nazionali: dai chimici, agli elettricisti fino a quello, anche simbolico, dei metalmeccanici. La Cgil giocherà libera dovunque e le aziende (come le multinazionali dell’alimentare) rischiano di trovarsi coinvolte in scontri sindacali in una fase delicatissima proprio quando da alcuni mercati mondiali arrivano i primi segni di ripresa. Un ginepraio sindacale.