“Mondo” Wall Steet contro la Francia

14/04/2003



            Lunedí 14 Aprile 2003


            Wall Steet contro la Francia


            NEW YORK – Il pragmatismo è nel Dna di Wall Street, ma davanti allo scontro tra Francia e Stati Uniti sulla questione irachena anche la logica dei mercati ha vacillato pericolosamente. In poche settimane, le imprese francesi operanti o quotate negli Stati Uniti hanno subito un attacco senza precedenti da parte dei politici, dell’opinione pubblica e della comunità finanziaria, che, davanti all’intransigenza di Chirac nella difesa delle ragioni irachene, non hanno esitato a invocare il boicottaggio. Boicottaggio contro il vino, i formaggi, i prodotti di lusso, le azioni delle società francesi e persino contro le fiere e gli eventi di livello internazionale, come il Festival del cinema di Cannes: gli stessi parlamentari repubblicani, che alla fine di marzo hanno intimato ai marines di cancellare un contratto da un miliardo di dollari regolarmente assegnato al gruppo francese Sodexho, hanno chiesto ora ai colossi dell’industria aeronautica americana come Boeing, Lockheed-Martin e Raytheon di boicottare il Salone aeronautico di Parigi. Non solo. Proprio questa settimana, il fondo pensioni dello Stato del Montana, il Montana Board of Investment, ha liquidato interamente il proprio portafoglio di azioni francesi, stimato in circa 15 milioni di dollari, seguendo l’esempio della Carolina del Sud, della Virginia e di altri 5 o 6 Stati del sud agricolo e repubblicano che hanno deciso di punire la Francia colpendola nel borsellino. In alcuni casi, il boicottaggio anti-francese ha anche creato situazioni paradossali. Nella Carolina del Sud, per esempio, il Governatore dello Stato è stato costretto a congelare d’urgenza una risoluzione parlamentare in cui si chiedeva il boicottaggio delle imprese e dei prodotti francesi perché i danni del provvedimento avrebbero messo in crisi la stessa economia locale: il più importante datore di lavoro della Carolina del Nord è infatti il gruppo Michelin, che proprio negli Stati Uniti dispone di 17 fabbriche in 7 Stati. «Ci siamo accorti che a fare le spese di un boicotaggio della Michelin – ha ammesso il segretario al Commercio della Carolina del Sud – sarebbero stati i lavoratori americani». Ma anche ora che Baghdad è caduta, la minaccia del boicottaggio resta nell’aria. Tale è la sensazione di accerchiamento, infatti, che i francesi sono stati costretti a scendere in trincea. Alla Sg Cowen di New York, il braccio finanziario del gruppo francese Societé Générale negli Stati Uniti, broker e trader sono stati costretti a piazzare una bandierina americana sulle scrivanie per prendere meglio le distanze dalla holding parigina: l’ordine, si dice, è partito direttamente dalla Francia dove i banchieri della casa madre hanno preso sul serio la minaccia di un boicottaggio anti-francese. Una minaccia presa seriamente anche dalla conglomerata alberghiera francese Accor, che, allo scoppio della guerra in Irak, ha rimosso in gran fretta il tricolore francese dalla facciata dei suoi hotel americani con l’insegna Sofitels. Ma il massimo dell’irrazionale è stato raggiunto con la "bufala" sulla Statua della Libertà: a New York si è rischiato l’assedio al consolato francese quando si è diffusa la notizia che il presidente Chirac voleva riprendersi il simbolo dello spirito americano, donato dalla Francia in segno di amicizia tra i due popoli il 28 ottobre del 1886. «Siamo ormai ai confini della realtà – ammette il capo economista di Lehman Brothers John Llewellyn, che su questo tema ha scritto un’intera nota di ricerca – Cinquanta anni di sviluppo del commercio e di crescita dei movimenti di capitali hanno creato un’interdipendenza tra sistemi: un boicottaggio e le inevitabili ritorsioni avrebbero effetti devastanti sia per gli Stati Uniti che per la Francia e l’Europa». A Wall Street, chiaramente, questa prospettiva non piace affatto. Gli investimenti europei hanno rappresentato l’80% degli investimenti diretti esteri negli Usa tra il ’97 e il 2001, spiega Jay Bryson, economista della Wachovia Securities, e, secondo i calcoli della John Hopkins Center for Transatlantic Research, il valore degli asset americani in mano ai Paesi dell’Unione europea è oggi di circa 3.300 miliardi di dollari, pari ai due terzi delle attività controllate da stranieri: la Francia, in questo contesto, rappresenta il terzo investitore globale negli Stati Uniti. «Se dovesse esplodere una guerra commerciale e finanzaria con la Francia – dice l’economista della Wachovia – l’Europa potrebbe tagliare gli investimenti negli Stati Uniti, provocando di riflesso un aumento dei tassi di interesse, una perdita di valore del dollaro e in ultima analisi anche un aumento dell’inflazione».
            A.PL.