“Mondo” Wal-Martirizzati di tutto il mondo (2)

07/01/2004





mercoledì 24 Dicembre 2003

REPORTAGE pagina 06

1- Wal-Martirizzati di tutto il mondo
2- La censura dello scaffale



Wal-Martirizzati di tutto il mondo
La precarietà si estende dall’Arkansas al Bangladesh. Cestinato il Made in Usa, il colosso di Bentonville che odia i sindacati, sempre a caccia di bassi costi si spinge oltre i confini , ed esporta nel mondo il modello della terra bruciata. Ma la resistenza
glocal è cominciata
LUCA CELADA

LOS ANGELES
Sam Walton si riteneva un vero ideologo del commercio di massa e abbinava ( è deceduto nel 1998) le proprie idee manageriali aun filosofia patriottarda per cui si proclamava paladino della
american way of life nella sua accezione più schietta e campagnola. Per sua volontà gli sterminati parcheggi dei suoi negozi sono aperti a chi vi vuole passare la notte in camper e quindi frequentati da contingenti di nomadi part-time, i cosiddetti RVers , che sono circa 5 milioni in tutto il paese e costituiscono anche un ghiotto target commerciale. Compatriota di Bill Clinton e incline alla formulazione di massime di sapore populista, a un certo punto si era proclamato difensore a oltranza del made in USA. La filosofia però non è durata. Negli anni `90 la ricerca di forniture a prezzi sempre più bassi ha portato l’azienda a varcare in modo crescente i confini nazionali. Gran parte dei prodotti venduti oggi da Wal Mart sono fabbricati, assemblati o usano materiali prodotti in paesi in via di sviluppo. Lo stesso si potrebbe dire della maggior parte dei beni di consumo venduti oggi nel mondo occidentale ma Wal Mart è stato un fautore accanito di questo modello, e soprattutto gestisce un volume di merci sufficiente a imporlo.

Per diventare uno dei 10.000 fornitori della società e aggiudicarsi così gigantesche ordinazioni, bisogna sottostare a inflessibili richieste di costi bassi, così bassi da rendere impossibile l’uso di mano d’opera occidentale. Dunque molte fabbriche che vendono a Wal Mart sono state fra le prima a traslocare in posti come l’Honduras, il Messico, il Bangladesh e naturalmente in Cina, dove 3000 aziende hanno fornito a Wal Mart 12 miliardi di dollari di prodotti solo lo scorso anno (oltre al fatto che in Cina la compagnia ha inaugurato anche diversi supernegozi) . Ma l’azienda di Bentonville fa di più e contratta direttamente con aziende preferibilmente nelle zone a sviluppo economico speciale, come Shenzhen e Zhuhai, imponendo sempre i propri prezzi ed eliminando gli intermediari. Il volume gestito dall’azienda è tale che alcuni governi come quello del Bangladesh, paese che esporta negli Usa per un valore di $1,9 miliardi (il 14% dei quali verso Wal Mart), hanno inviato emissari diplomatici a trattare direttamente col quartier generale in Arkansas, quasi si trattasse di una nazione sovrana, giungendo al punto di costruire o ammodernare infrastrutture come il porto mercantile di Chittagong su esplicita richiesta del management. L’abbassamento continuo dei costi che la compagnia esige si ripercuote poi sulle condizioni di lavoro, i salari dei lavoratori dei fornitori e quelli dei concorrenti, creando un clima di costante e spietata concorrenza che fa il gioco di Wal Mart.

La precarietà in generale, che sia quella del fornitore tessile a Dakka o quella dell’impiegato in Arkansas (o degli stessi dirigenti spinti a competere in efficientismo) favorisce Wal Mart secondo la legge spietata di un capitalismo rapace. Anche per questo c’è un ulteriore anatema nel decalogo di Bentonville: la sindacalizzazione. In un rito vagamente scientology ogni impiegato al momento dell’assunzione è tenuto a visionare un video in cui un sedicente «collega» spiega perché i sindacati sono nocivi per il morale, per il benessere dell’azienda e conseguentemente per il bene della comunità che, se fosse costretta a sottostare alle esorbitanti richieste dei sindacati, non potrebbe più godere dei prezzi scontati.

In parte la forza di Wal Mart dipende da quella che Robert Reich, ex ministro del lavoro di Clinton, definisce l’assuefazione occidentale alla fornitura massiccia di beni di consumo sottocosto, che si tratti di spazzolini elettrici costruiti a Shanghai o benzina estratta in Medioriente grazie a un benevolo assetto geopolitico che mantiene artificialmente bassi i prezzi delle materie di «prima necessità». In quest’ambito Wal Mart tutela semplicemente, secondo la dottrina attualmente prevalente i propri interessi «ovunque essi si trovino».

Così facendo, i giganti, impersonali scatoloni dei supercentri, veri buchi neri urbanistici, creano un circostante cratere economico in cui nulla sopravvive. Non è un caso che uno dei principali gruppi di militanza anti-Wal Mart abbia scelto di chiamarsi sprawl busters (www.sprawl-busters.com) con riferimento al modello urbano promosso dagli ipermercati, cioè un amorfo tessuto residenziale inframmezzato da centri nodali preposti al consumo, massicce monoculture commerciali. «Sono aberrazioni capaci di sventrare una comunità e lasciarla in brandelli», mi ha detto Melissa Gilbert durante il corteo degli scioperanti Ufcw (United Food and Commercial Workers). «Una volta decimati i salari e annientati i piccoli negozi indipendenti, ti rimane una vasta massa di lavoratori precari e sottopagati e sparisce quindi la base fiscale in grado si sostenere la comunità». In questo senso Wal Mart è lo strumento di un’ accelerazione liberista e una radicalizzazione sociale in cui, con le offerte del mese, vengoni liquidate anche sanità, servizi sociali e welfare in nome di un trickle-down reaganista secondo cui l’incremento del potere d’acquisto delle famiglie è rappresentato dai saldi.

Ora l’onda d’urto è arrivata in California dove Wal Mart progamma di aprire 40 supercenters entro il 2004. Ognuno è una bomba economica per il lavoratori del sindacato dei Food Workers, visto che comprendono supermercati alimentari i cui dipendenti sono pagati la metà dell’attuale media sindacale. In altri termini, ai supermercati tradizionali è virtualmente assicurato lo stesso destino delle 25 catene di supermercati americane che hanno già dovuto chiudere o dichiarare bancarotta a seguito dell’apertura di un Wal Mart nel loro mercato.

Gli impiegati del settore, coi loro salari di $19 l’ora, pensione e cassa mutua, sono esponenti di una classe blue collar relativamente privilegiata, frutto di 4 decenni di lotte e vertenze combattute negli anni di espansione industriale, A Los Angeles questa è stata legata prima allo sviluppo metalmeccanico, che ha importato migliaia di lavoratori dell’auto, e poi a quella dell’industria aerospaziale e della difesa, sulla cui stabilità è stata costruita gran parte della middle class della città. Una classe lavoratrice media in grado di ritagliarsi un relativo benessere e a propria volta sostenere fiscalmente servizi pubblici adeguati . Era «l’effetto GM» nei tempi in cui le fabbriche di stampo fordista erano la base di stabilità sociale. Per cui la General Motors poteva vantarsi, con il famoso motto, che «ciò che aiuta la GM aiuta l’America». L’opposto dell’effetto Wal Mart, che nell’era della deregulation e delle maquiladoras è succeduta alla GM come azienda simbolo.

«Il nuovo modello economico commerciale» spiega Wong, della University of California Los Angeles (Ucla), «si fonda sull’annientamento della middle class lavoratrice e la creazione di una società a `due piani’ con una vasta calsse di sottolavoratori». Nell’era del precariato le condizioni sindacali dei supermercati sono quindi un anacronismo, soprattutto con le truppe di Wal Mart ammassate al confine col Nevada e la disoccupazione endemica nei ceti «etnici». Basta un quarto d’ora passato al centro di reclutamento di Ralphs a Compton, quartiere nero-ispanico fra i più poveri della cittè, per vedere, malgrado i picchetti, entrare una dozzina di giovani di colore con in mano i moduli per la domanda d’impiego.

Il primo supercenter californiano dovrebbe essere quello di Inglewood, storico quartiere della LA afroamericana. Una comunità ai margini della sfera economica della città, e sulla prima linea della crisi da sottolavoro, che ha cercato di incentivare le piccole imprese ma che ora vede profilarsi il trattamento Wal Mart: monocoltura, sottolavoro, omogeneizzazione in basso. Qui si è formata una coalizione per bloccare l’arrivo della catena, epressione di un nuovo movimento trasversale che vuole impedire l’ulteriore espansione del modello. «La gente comincia a capire che un Wal Mart rappresenta la fine delle aspirazioni dei loro genitori, quelli che su un impiego hanno costruito una famiglia, una casa, mandato i figli all’università», dice la reverenda Altagracia Perez della Los Angeles Alliance for a New Economy. «Comincia così a organizzare la resistenza. E’ una decisione di lotta ma anche morale». La coalizione ha spinto il consiglio municipale a esaminare una delibera che impedisca l’apertura di mega negozi sul territorio cittadino. Abituata alle battaglie politiche locali, Wal Mart ha aggirato il consiglio, raccogliendo firme sufficienti a indire un referendum sulla questione e mascherandola da iniziativa per l’incentivazione economica. La coalizione si è rivolta al tribunale amministrativo per bloccare il voto.

Nel mirino di Wal Mart sono soprattutto città e quartieri più disagiati e vulnerabili, dove è possibile arruolare anche organizzazioni tradizionalment progressiste come la Urban League, che da decenni si batte per l’avanzamento economico nei quartieri afroamericani di Los Angeles come quello di Crenshaw, che a dieci anni di distanza stenta ancora a riprendersi dagli effetti delle rivolte del `92. «Non era certo la nostra prima scelta», afferma il presidente John Mack, «ma dopo anni di degrado, trascurati da tutti, abbiamo dovuto ammettere che un Wal Mart era meglio di niente». Ora nel centro commerciale della zona campeggia un Wal Mart, un ettaro di emporio della bassa qualità su tre piani dove si aggirano 300 impiegati con l’identica uniforme blu recante la scritta «come possiamo servirvi?».

Ma non tutti si rassegnano, l’opposizione politica e popolare in California, uno degli ultimi stati non ancora «colonizzati» sta crescendo. La città di Los Angeles ha all’esame un decreto che impedirebbe l’apertura di centri commerciali al di sopra dei 16000 metri quadri senza previa analisi dell’impatto economico sull’area. Una legge simile è stata approvata a Oakland. «Si tratta di importanti battaglie glocal» , afferma una rappresentante della coalizione a un comizio anti-Wal Mart a Inglewood, «ma sostanzialmente sono scaramucce di retroguardia. La battaglia può essere vinta solo con la sindacalizzazione di tuttta la forza lavoro di Wal Mart». Con 1.200,000 impiegati in America e altri 800.000 previsti entro due anni, e un’amministrazione politica fortemente favorevole alle imprese, non sarà compito facile.

2-continua

scheda
La censura dello scaffale
Ben ancorata alla cultura commerciale Wal Mart, è la sua visione del mondo. La famiglia è l’entità primaria, e la veste dei prodotti deve adeguarsi. Perciò non si ammettono Cd dalle copertine troppo sexy o con testi troppo audaci o allusivi, o che facciano riferimento all’aborto, all’omosessualità, al satanismo. Dal momento che la catena costituisce il più grande venditore di Cd degli Usa, e in alcune regioni è il solo luogo dove si possono acquistare, discografici e artisti sono a volte costretti ad adeguarsi, risciacquando i loro prodotti nell’acqua puritana di Sam Walton. Così i Nirvana hanno dovuto cambiare il titolo di una loro canzone da «Rape me» (violentami) a «Waif me» (strapazzami, ma con una tale manipolazione del linguaggio che agli addetti risulta una vera presa in giro della compagnia). Cambiata anche la copertina del Cd In-Utero, che riportava dei feti. Grande scandalo ha prodotto Sheryl Crow col testo «Guarda i tuoi figli che si uccidono con un fucile comprato da Wal Mart». Poiché la cantante ha rifiutato di censurarsi, è stata bandita dagli scaffali. Stesso trattamento «familiare» è riservato alle riviste. Inutile cercare in un Wal Mart pubblicazioni come Rolling Stones o Cosmopolitan. Ma che importa? E’ chiaro che in un Wal Mart è meglio non entrare.