“Mondo” Wal-Mart, l’altra faccia di un mito

15/06/2004


        Lunedì 14 giugno 2004

        GRANDE DISTRIBUZIONE L’opposizione si sta organizzando negli Stati con sindacati forti. L’azienda guarda all’Europa (e all’Italia)

        Wal-Mart, l’altra faccia di un mito
        Piace per i suoi prezzi bassi e perché dà lavoro. Ma dove arriva scompaiono i negozi. Così ora nasce il rigetto

        Ufficialmente è stata una visita di cortesia. Ma l’incontro di due settimane fa a Bruxelles fra Lee Scott, ceo di Wal-Mart, e Mario Monti, il boss dell’Antitrust europea, ha messo in agitazione il settore della grande distribuzione. Perché ha rilanciato le voci di un possibile interessamento del gigante americano dei grandi magazzini, già presente in Gran Bretagna e in Germania, al gruppo francese Carrefour (ma si parla anche di contatti con l’italiana Esselunga). Wal-Mart, infatti, è alla ricerca di nuove teste di ponte sul Vecchio continente, dato che la rapida crescita del gruppo negli Usa non potrà continuare all’infinito. Con poco meno di 3.550 centri di vendita, ai quali si aggiungeranno, nei prossimi anni, altri 1.000 ipermercati, 1,4 milioni di dipendenti, 210 miliardi di dollari di vendite annue, la «Wal-martizzazione» degli Stati Uniti, come i detrattori chiamano la sua irresistibile espansione a macchia d’olio, si sta infatti scontrando con la crescente resistenza degli enti locali ai nuovi insediamenti. Dopo aver saturato le zone rurali e suburbane, il team manageriale capeggiato da Scott sta prendendo di mira le grandi città, come Chicago e San Francisco, e regioni, come il Vermont, i cui residenti temono gli effetti della «Wal-martizzazione» sulla qualità della loro vita.
        Per Wal-Mart, un gruppo che ha abituato i suoi azionisti a ritmi di crescita vertiginosi – fra il 1979 e il 2000 le vendite in tutto il mondo sono passate da 1,2 miliardi a 200 miliardi di dollari, mentre la performance annualizzata del titolo è risultata del 35% – l’espansione oltre frontiera è quindi una scelta obbligata. Che ha già portato Wal-Mart, oltre che in Europa, anche in Canada, Messico, Argentina, Brasile, Sud Corea, Giappone e Cina. E che, l’anno scorso, ha aggiunto 47,5 miliardi di dollari al totale delle vendite del gruppo. L’obiettivo dichiarato di Scott è di potenziare le vendite all’estero fino a quando rappresenteranno un terzo dei profitti e dell’aumento annuo degli incassi.
        Negli Stati Uniti, Wal-Mart – che da solo rappresenta l’8% delle vendite totali della grande distribuzione – ha una doppia immagine. Positiva, perché i suoi prodotti a basso costo (il gruppo è il maggiore importatore singolo americano dalla Cina), calmierano i prezzi in tutto il Paese e contribuiscono a tenere bassa l’inflazione. E anche perché i suoi centri di vendita impiegano un crescente numero di lavoratori non specializzati che senza Wal-Mart stenterebbero a trovare un’occupazione. Tanto è vero che, negli ultimi vent’anni, gli amministratori locali di aree economicamente depresse hanno fatto a gara per portare Wal-Mart nel loro territorio, concedendo al gruppo incentivi fiscali e di altro genere complessivamente valutati a oltre un miliardo di dollari.
        C’è, però, un’altra faccia della medaglia. Dove arriva Wal-Mart scompaiono rapidamente i piccoli e medi negozi che, in gran parte dell’America post-industriale, sono l’ultima attività economica locale rimasta nei «downtown», i centri cittadini dove tradizionalmente si concentrano le attività commerciali. Grazie ad una politica dei prezzi che punta a dominare i mercati, anche se questo comporta vendere sottocosto, il gruppo di Scott ha già destabilizzato alcuni settori, in particolare quello dei giocattoli, costringendo la famosa catena di negozi Fao Schwartz a chiedere l’amministrazione controllata e mettendo in grave difficoltà un altro importante concorrente, Toys’R’Us, che ha chiuso quasi 200 punti di vendita.
        I nuovi posti di lavoro creati dalla «Wal-martizzazione» dell’America, dice Philip Matters, capo ufficio studi di Good Jobs First , osservatorio del mercato del lavoro finanziato dai sindacati, «sono sotto gli standard del settore», con retribuzioni iniziali dell’ordine di 6 dollari l’ora e una media nazionale fra i 9 e i 10 dollari l’ora.
        «Per valutare il reale impatto di Wal-Mart sull’occupazione – osserva Matters – occorre tenere conto anche dei posti di lavoro perduti dove i suoi grandi magazzini fanno terra bruciata». Anche le condizioni di lavoro sono controverse, con migliaia di cause per ogni genere di violazioni (fra cui la mancata corresponsione degli straordinari), intentate da dipendenti e in attesa di giudizio.
        L’opposizione anti Wal-Mart si sta organizzando in tutti gli Stati Uniti, e in particolare nelle regioni in cui la presenza dei sindacati è consistente, come California, New Jersey e Illinois. In aprile, ad esempio, gli elettori di Inglewood hanno bocciato, con il 60% dei voti, un referendum con cui Wal-Mart aveva cercato di superare l’opposizione degli amministratori locali all’apertura di un nuovo centro di vendita.
        A Chicago, il consiglio comunale, a conclusione di una dura battaglia, ha autorizzato l’apertura di uno soltanto dei due Wal-Mart proposti dalla società. In Vermont gli oppositori, per non vederlo deturpato da maxicentri commerciali, hanno ottenuto la designazione di «località di interesse storico» per l’intero stato.

        Associated Press
        Umberto Venturini