“Mondo” Wal Mart e le catene d’Europa (3)

07/01/2004



28 Dicembre 2003
ECONOMIA pagina 11

1- I grandi attori
2- Wal Mart e le catene d’Europa
3- In Cina, una coppia infernale

I grandi attori
In Europa i grandi attori del settore degli ipermercati e dei discount sono le tedesche Metro e Rewe, le francesi Auchan e Carrefour, l’olandese Ahold e l’inglese Tesco. La maggiore concentrazione di punti vendita (per l’alimentare) è nel Regno Unito (1 negozio ogni 1519 abitanti) e in Francia (1 ogni 1500).

Ancora frammentata la situazione a Est: Ungheria (1 negozio ogni 428 abitanti), Repubblica ceca (1 ogni 540) e soprattutto Polonia (1 ogni 276). In Italia lo sviluppo delle grandi strutture è stato molto forte nell’ultimo trentennio.
I supermercati, 609 in tutta Italia nel 1971, erano 7193 nel 2001. A essi vanno aggiunti 436 ipermercati (158 nel `91) e 2913 discount (600 nel `93). Le «grandi superfici» di vendita che aderiscono alla Faid, Federazione del settore, sono passate da 4200 nel `96 a 6900 nel 2002, con oltre 40 milioni di Euro di fatturato, 223.000 addetti di cui circa due terzi a tempo pieno e un terzo a tempo parziale. Il 60% sono donne, il 30% sotto i 30 anni.





Wal Mart e le catene d’Europa
I sindacati europei del commercio hanno già preso posizione contro il colosso americano del commercio, che tuttavia si è già espanso alla grande e comunque è in buona compagnia nel cercare di stracciare, insieme ai prezzi, le protezioni sociali dei lavoratori europei
ANDREA ROCCO


«Wal-Mart? No, Grazie!». Lo scorso maggio a Stoccolma i sindacati europei del commercio (Uni Euro Commerce) hanno approvato una risoluzione durissima contro il colosso americano della grande distribuzione. «Il gigante del dettaglio dell’Arkansas – vi si legge – a casa sua, negli Usa, è conosciuto come un pessimo datore di lavoro, che ha costruito la sua competitività su bassi salari e la negazione dei più basilari benefici per i lavoratori, e per far questo si è impegnato in primo luogo a tenere fuori il sindacato dai luoghi di lavoro… La Commissione Europea e le autorità anti-trust americane dovrebbero esaminare urgentemente gli effetti provocati da Wal-Mart sulla società, la concorrenza, i consumatori e i lavoratori. Andrebbe analizzato se ci si trova di fronte ad una posizione dominante che minaccia la libera concorrenza e se non ci sia la necessità di imporre il frazionamento di Wal-Mart». Il «Gigante dell’Arkansas» ha già 95 ipermercati in Germania, frutto di due acquisizioni, ed è la quarta catena di ipermercati tedesca. In Gran Bretagna Wal-Mart opera attraverso la catena Asda (265 supermercati) acquisita nel 1999, ed ha intenzione di espandersi in altri Paesi (soprattutto a Est).

Ma non è solo Wal-Mart a tentare di scardinare il sistema di protezioni sociali dei lavoratori europei. Corte Inglès, la più grande catena al dettaglio iberica, nell’agosto del 2003 è stata condannata per comportamento anti-sindacale dal tribunale di Madrid, poiché aveva licenziato due attivisti sindacali. Corte Inglès ha creato un sindacato giallo per il settore del commercio e lo ha «gentilmente offerto» anche alla concorrenza: Auchan, il gruppo francese, lo ha fatto entrare nei suoi punti vendita spagnoli, mentre ha escluso dal tavolo della trattative i delegati eletti nelle liste della Ugt e delle Comisiones Obreras. Il colosso tedesco Metro ha avuto invece la sua quota di guai in Turchia, dove ha tentato a più riprese di distruggere il sindacato Tez-Koop-IS.Le pratiche anti-sindacali, relativamente nuove in Europa occidentale, si intrecciano con le grandi manovre tendenzialmente orientate verso una concentrazione della proprietà su scala continentale. I supermercati e le altre strutture "self-service" sono arrivati in Europa negli anni `60, alcuni decenni dopo la loro nascita negli Stati uniti, alcuni fondati da americani (Selfridge’s e Safeway in Gran Bretagna). All’epoca esistevano norme che impedivano «guerre dei prezzi» contro i piccoli negozi che i nuovi supermercati si impegnarono a far abolire. Il Parlamento inglese nel 1964 abolisce il «Retail Price Maintenance» dando via libera all’affermarsi delle grandi catene di supermercati.

In questi ultimi anni il panorama europeo della grande distribuzione si è da un lato fortemente integrato, con strutture che operano in numerosi Paesi europei, dall’altro ha viaggiato rapidamente verso una progressiva concentrazione. Così Tesco (inglese) ha punti vendita in Regno Unito, Irlanda e Francia, Lidl (tedesca) è presente praticamente in tutti i Paesi dell’Europa occidentale e in Scandinavia, Netto (danese) opera anche in Germania, Regno Unito e Svezia, Auchan (francese) controlla il gruppo Upim-La Rinascente-Sma in Italia e opera anche in Spagna, Portogallo e Lussemburgo.

L’espansione di questi gruppi si è realizzata attraverso acquisizioni di catene più piccole o fusioni tra catene di pari forza. Una delle battaglie più grosse è quella, ancora in corso, per il controllo dei 480 supermercati Safeway in Gran Bretagna. Catena nata a inizio secolo in Idaho, e sbarcata a Londra nel 1962. Dopo il fallimentare tentativo di lanciare una carta fedeltà, Safeway diventa una possibile «preda» degli altri grandi gruppi di supermercati. In corsa sono Sainsbury, Tesco, Morrison’s e Asda. Asda è, di fatto, Wal-Mart. Nella battaglia interviene anche il sindacato dei lavoratori del commercio, cercando di sbarrare la strada a Wal-Mart. Interviene anche la Commissione Concorrenza del governo inglese, vengono bloccati i tentativi di Tesco, Asda, Sainsbury (le tre catene maggiori) e data via libera a Morrison che comunque dovrà vedersela con un’altra offerta e con l’obbligo, a operazione conclusa, di vendere 53 dei 480 supermercati , per non trovarsi in «posizione dominante» in alcune aree.

Il «modello americano» di rapporto tra vita e consumo, tra territorio e strutture di vendita (oltre che tra lavoro e diritti) ha incontrato ostacoli e difficoltà ad affermarsi in Europa Occidentale. Solo a metà degli anni `80 ad esempio è passata l’idea dello shopping «24 ore su 24» e dell’apertura di alcuni punti vendita la domenica. Ancora più delicata è la questione del modello di uso del territorio che dovrebbe essere imposta dalla «walmartizzazione». L’idea del «Big Box», del supernegozio-scatolone piazzato in un deserto urbanistico è difficilmente praticabile, per ovvie ragioni di spazio fisico e di sedimenti storici del territorio europeo. Semmai il modello di sviluppo (che c’è stato e che prosegue) della Grande Distribuzione in Europa è quello del recupero di aree industriali alla funzione commerciale.

Emblematico, in Italia, il caso di Genova, dove la Val Polcevera, cuore industriale della città, della sua classe operaia (e tuttora roccaforte elettorale della sinistra cittadina) si è trasformata in un enorme emporio a cielo aperto: Carrefour, Metro, Ikea, Mercatone Uno, Ipercoop hanno aperto nel giro di pochi anni, quasi tutte in edifici ex-industriali, creando non pochi problemi di mobilità e di traffico nei quartieri popolari di Rivarolo, Cornigliano e Bolzaneto e la morìa di piccoli negozi in centro.

Ma dove sembra passare il modello Usa è in Europa dell’Est, paradossalmente più omogenea alle condizioni di sviluppo americane delle origini: grandi distanze, spazi suburbani da valorizzare, scarsi controlli, bisogno di creare occupazione quali che siano gli standard sociali e retributivi. Non a caso Tesco ha aperto ipermercati in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e ha raddoppiato l’anno scorso la sua presenza in Polonia. La tedesca Rewe opera in Repubblica Ceca (e ha già dato il via alla demolizione dei contratti collettivi di lavoro) ed è in forte espansione in Ucraina (aprirà di 5-7 ipermercati all’anno per i prossimi 5 anni), considerata una delle «terre promesse» per i supermercati del futuro. L’altra, più vicina a casa, è quella delle patrie galere: nel 1999 Tesco, Safeway e Sainsbury si sono affrontati in una gara per la gestione di 103 «supermercati di prigione» inglesi: in palio le 10 sterline al giorno che ogni prigioniero deve spendere in generi alimentari, detersivi e dentifrici. Una clientela molto facilmente «fidelizzabile», direbbero i guru del marketing.

3-fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21 e il 24 dicembre



In Cina, una coppia infernale
Anche qui i sindacati protestano, ma l’Oriente per il gigante è la terra ideale
ANGELA PASCUCCI


Se una piovra dell’economia globale come Wal Mart incontra un ircocervo politico-economico come la Cina, gli effetti speciali sono assicurati. Come ad esempio il braccio di ferro ingaggiato dall’organizzazione ufficiale dei sindacati cinesi, la All China Federation of Trade unions (Acftu) che vuole piegare il Moloch di Bentonville all’evento che questo più detesta: la sindacalizzazione dei dipendenti. Proprio come accade negli Usa. Solo che il particolare teatro dello scontro cambia radicalmente i termini della rappresentazione. In questo caso, Wal Mart vede rimbalzargli contro in modo speculare la sua tattica di controllo del territorio. Contesa etologica dunque, più che ideologica, che poco o nulla ha a che vedere coi diritti dei lavoratori. Il vertice di Wal Mart sa benissimo che un rappresentante dei sindacati ufficiali cinesi non rassomiglia neppure alla lontana a un attivista dell’Afl-Cio. Un membro dell’Acftu risponde solo al Partito e al governo, limitandosi il più delle volte a catechizzare i dipendenti di un’impresa, a inquadrarli e a garantire la governabilità dell’azienda dal punto di vista delle relazioni interne, in questo trattando direttamente coi vertici dell’impresa. Un comportamento che, per la sua essenza, gli eredi di Sam Walton non sopportano, anche a costo di rinunciare a preziosi cani da guardia. Sarebbe uno sfregio al credo interno e vedi poi che persino una situazione così anomala non costituisca un insidioso precedente.

Oltre ad aver avviato una campagna pubblica di attacco contro la compagnia, la Confederazione cinese minaccia di passare alle vie legali. Wal Mart controbatte asserendo che le autorità centrali le hanno assicurato che non è tenuta a garantire l’ingresso all’Acftu (anche se la legge sindacale cinese all’articolo 10 stabilisce l’obbligo di sindacalizzazione nelle imprese con più di 25 dipendenti).

Ma quale che sarà l’esito del duello in corso, l’alleanza tra le due potenze è iscritta nei fatti perché in nessun luogo come in Cina Wal Mart ha trovato tutti gli ingredienti di cui necessita per tener fede al suo slogan «prezzi bassi tutti i giorni». Comparse essenziali di questa rappresentazione, i lavoratori cinesi soggiacciono alla logica. Sia che vengano arruolati, maglietta rosso fuoco e jeans, da uno degli scintillanti superstore che danno ai cinesi il brivido dell’odiata-amata America. Sia che sgobbino a produrre merci per gli scaffali dei centri commerciali locali o internazionali.

In Cina Wal Mart ha finora aperto 31 punti di vendita che contano 16mila dipendenti pagati dagli 84 ai 96 dollari al mese, quanto basta per vivere in un centro urbano a un singolo senza famiglia. Ancor peggio però va a quelli che nelle tremila fabbriche «prescelte» dal colosso producono merci che nel 2002 hanno toccato i 12 miliardi di dollari. Costretti a lavorare 7 giorni su 7 per meno di un quarto di dollaro l’ora in sweathshop senza misure anti incendio, obbligati a straordinari non retribuiti, ammassati in dormitori sporchi, senza contratto.

L’accoppiata infernale Cina -Wal Mart, che determina un nuovo «standard di costi» globale sta abbattendo ogni speranza di far uscire le schiere di operai cinesi da una condizione di sfruttamento selvaggio, e fa terra bruciata anche del futuro dei lavoratori occidentali.