“Mondo” Usa: Inarrestabile discesa verso il basso- A.Pascucci

04/07/2003





 
   

4 Luglio 2003




 
Un’inarrestabile discesa verso il basso
Posti occupati Quel che le statistiche ufficiali non dicono sulla disoccupazione americana che si riversa sulla forza lavoro con una violenza nuova: i tempi sempre più lunghi per trovare una nuova occupazione, la falcidie dei salari, l’ineguaglianza crescente dei redditi, la mutazione del mercato


ANGELA PASCUCCI
Triste estate americana. Anche i teen agers in cerca di lavoro per pagarsi la scuola o aiutare la famiglia, quest’anno vedono i posti occupati da altri, studenti universitari ma anche adulti licenziati che non trovano di meglio e si piegano a incassare anche meno di 7 dollari l’ora coi lavoretti un tempo riservati ai ragazzini. Già nell’agosto dello scorso anno un rapporto del Centro per gli Studi sul Mercato del Lavoro della Northeastern University di Boston sottolineava che quella era stata per i teen l’estate più dura da 37 anni. Il 2003 non è andato meglio. Per stare ai giovani più giovani, sempre la Northeastern University nel febbraio scorso in uno studio dal titolo «Left Behind in the Labor Market» rilevava che ben 5,5 milioni sono negli Stati uniti i giovani tra i 16 e i 24 anni che hanno lasciato la scuola e vagano senza lavoro, disconnessi dalla società, frustrati e infelici. Un esercito rabbioso che dal 2000 è cresciuto del 12% e continua a ingrossarsi.

Le statistiche ufficiali sulla disoccupazione americana, che con cadenza settimanale e mensile auscultano il corpaccione in affanno dell’economia, poco parlano di questi fenomeni, considerati con tutta evidenza secondari dai politici in generale e dall’amministrazione in particolare, e che tuttavia sono come una febbre rivelatrice. Ben oltre l’estate e i giovani, infatti, il mercato del lavoro si va disertificando per alcune fasce della popolazione americana, che da quando George Bush si è assiso a Washington ha visto svanire 2,6 milioni di posti. «Come segni di gesso su una lavagna», è stato scritto.

Crisi globale, certo. Scoppio della new economy con scandali annessi e spettro di recessione, sicuro. L’11 settembre, va da sé. Ma tutto questo si sta riversando sulla forza lavoro americana con una violenza rinnovata, provocando un cambiamento strutturale che il tasso ufficiale di disoccupazione, arrivato ormai a toccare 6,4%, il tasso più alto dall’aprile del 1994, da solo non rivela. Di fatto, durante la precedente crisi, nei prii anni `90, era arrivato al 7,8%. Vero è che il 6% nel 1994 significava 7,9 milioni di persone senza lavoro, mentre oggi equivale a circa 9 milioni di disoccupati. Ma oggi tira anche una pessima aria. «Assistiamo a un vero deterioramento della situazione» dichiarava l’8 giugno scorso all’agenzia Ap l’economista Sophia Koropecky. «E’ questo che spaventa la gente, anche perché ora viviamo in un mondo diverso».

«Shock e terrore» a New York

Mentre spariscono decine di migliaia di posti di lavoro veri, come mostrano anche le statistiche diffuse ieri dal Dipartimento del lavoro, prolifera l’occupazione precaria e a part time. Negli Stati uniti, 4,8 milioni di persone lavorano part time, e molte vi sono costrette dall’impossibilità di trovare un tempo pieno. Complessivamente i disoccupati sono 10,5 milioni, incluso quel milione e mezzo di «scoraggiati» dal mercato che hanno deciso di gettare la spugna.

«Volete shock e terrore? Venite a New York» scriveva l’8 maggio scorso Bob Herbert, editorialista del New York Times, parafrasando lo slogan bellico dell’amministrazione. E descriveva l’ondata degli ultimi arrivati che allungano le file delle mense di carità della città, gente un tempo benestante che, perso il lavoro, è rimasta sul lastrico. Non meno di 250mila posti di lavoro sono stati persi dalla città negli ultimi due anni e mezzo.

Alla disoccupazione in aumento si aggiunge la drastica riduzione dei servizi sociali e sanitari, conseguenza della grave crisi fiscale degli stati. Dal Texas alla California, è come un incubo, che investe persino il sistema scolastico. I mega tagli fiscali voluti dall’amministrazione, scrive più di un economista, non faranno altro che drenare risorse per la comunità, senza rilanciare l’economia. Ma porteranno a una modifica radicale della distribuzione del reddito del paese a favore di quelle fasce ricche che il sistema già da tempo sta beneficiando. Come indicava l’ultimo rapporto annuale, relativo al 2001, del Census Bureau, segnalando che nell’arco di un anno dal 2000 non meno di 1,3 milioni di americani avevano varcato la soglia della povertà. Tra questi, elemento inedito, più numerosi i bianchi rispetto agli altri gruppi. Con un’ accentuazione marcata delle ineguaglianze di reddito tra fasce alte, medie e basse, fenomeno in aumento negli ultimi 15 anni.

Su questo sfondo le persone che ancora non hanno gettato la spugna e continuano a cercare lavoro sono sfiancate e accettano tutto. Il fenomeno più evidente, infatti, è una permanenza sempre più lunga fuori dall’attività. Come scrive il Center on Budget and Policy Priorities in un’analisi del 5 giugno scorso, il 68% dei lavoratori che ricevono il Sussidio di disoccupazione temporaneo di emergenza (il Teuc), esauriscono il tempo del beneficio senza aver trovato un altro lavoro, nonostante i prolungamenti del programma decisi dal Congresso. Il Teuc è un programma federale di assistenza che si aggiunge ai sussidi statali nei periodi di recessione. Ebbene, dei cinque milioni di lavoratori che hanno cominciato a percepirlo sin dall’inizio, nel marzo 2002, circa tre milioni sono arrivati alla fine del gennaio 2003, data di scadenza del sostegno, ancora disoccupati. E il 62% di chi rimane fuori dal mercato del lavoro per più di nove mesi, dicono le indagini, ha finito tutti i suoi risparmi e più della metà deve ricorrere a prestiti per sopravvivere. Sono vent’anni che il tempo di ricerca di un lavoro non è così lungo, scriveva lo scorso 8 giugno l’agenzia Ap, rilevando che il 13% dei disoccupati resta ormai tale per un anno e più.

Gettati via, come rifiuti

Quanto sia pesante l’aria che tira si capisce anche da un articolo come quello pubblicato l’11 giugno scorso dal Wall Street Journal, nel quale si raccontano i licenziamenti impietosi decisi dal grande circuito delle vendita al dettaglio che ha tagliato via i suoi migliori venditori, quelli con le commissioni più alte, capaci di guadagnare oltre 18 dollari l’ora, per rimpiazzarli con altri, pagati di meno. Una mossa volta a tagliare i costi. E nessuna legge ha impedito che ottimi dipendenti fossero cacciati da un giorno all’altro.

Interpellata dal quotidiano economico, una ditta contabile che gestisce le buste paga per circa 5000 aziende medie e piccole a livello nazionale, dichiara di aver rilevato da un anno all’altro una diminuzione media del 3% dei salari pagati. Annesso all’articolo, un grafico mostra la caduta precipitosa, a partire dal 2000, del salario medio settimanale dei lavoratori americani a tempo pieno.

«Sono stata gettata via come un rifiuto» racconta una cassiera di Wal-Mart Stores, 9,15 dollari l’ora, licenziata e subito sostituita da un’altra, pagata di meno. Uno dei migliori venditori della catena Circuit City spiega invece di aver trovato un altro posto che gli darà una paga inferiore del 21% a quella precedente. L’azienda non gli ha scritto neppure una lettera di referenze ma lui, che di carognate aziendali ne ha viste tante in 15 anni di onorata carriera, aveva conservato copia dei suoi bollettini di vendita. Non si ribella alla logica crudele del sistema, ma gli fa rabbia che abbiano deciso di dargli il benservito prima della fine dell’anno fiscale, il che lo ha privato di un versamento di 500 dollari da parte dell’azienda sul suo fondo pensione.

In tutto questo, non si vede ancora la fine del tunnel. Ma ci sarà mai? Forse un lunghissimo tunnel è stato irreversibilmente imboccato, se si sta alla cover story del Business Week dello scorso 3 febbraio. Sotto il titolo «The new global job shift» il settimanale economico Usa parla di una nuova fase, già avviata, nella delocalizzazione all’estero delle attività produttive americane, che riguarderà i lavori «alti», specializzati. E valga per tutte la previsione dell’analista John McCarthy: entro il 2015, almeno 3,3 milioni di lavori white collar, pari a 136 miliardi di dollari di salari, traslocherà dagli Usa verso altri paesi con salari più bassi.