“Mondo” Usa, eutanasia di un sindacato

01/09/2005
    martedì 30 agosto 2005

      pagina 18

        STORIE

          STATI UNITI – Il vecchio Sweeney legato ai democratici, le «mani libere» di Stern, milioni iscritti alla Afl-Cio frastornati da un congresso. Cronaca dell’agonia del sindacalismo americano

            Usa, eutanasia di un sindacato

              BRUNO CARTOSIO

                Un mese fa si chiudeva a Chicago il congresso dell’Afl-Cio. Doveva celebrare la storica ricomposizione, avvenuta nel 1955, delle due principali centrali del sindacalismo statunitense – American Federation of Labor e Congress of Industrial Organizations – e invece è stato il congresso della scissione. Al termine di una crisi trentennale, l’esangue movimento sindacale si è nuovamente diviso in due. Non si è trattato di una guerra tra poveri, né dell’irriducibile contrapposizione tra una destra e una sinistra, ma di un’ambigua lite al vertice, largamente incompresa dagli iscritti, che rischia di distruggere il poco che resta di un movimento sindacale una volta grande e potente.

                I nodi strategici intorno a cui si sono radicalizzate le divergenze alla fine dell’anno scorso hanno riguardato i rapporti con la politica e la quantità e destinazione degli investimenti dell’Afl-Cio a difesa della propria esistenza: da una parte, chi avrebbe voluto una ristrutturazione interna e grandi sforzi per riguadagnare iscritti, in modo da riconquistare un peso sociale, e quindi politico, tale da imporre al Congresso una nuova politica del lavoro; dall’altra, chi ha ritenuto che, pur incentivando il reclutamento, fosse prioritario portare alla presidenza un democratico per ottenere una nuova legislazione del lavoro che rendesse meno ardua l’opera di reclutamento.

                  La strategia di Sweeney

                    Quest’ultima è stata la strategia voluta da John Sweeney e seguita dall’Afl-Cio nelle ultime due campagne elettorali, in cui sono stati investiti milioni di dollari per portare alla presidenza i candidati democratici Al Gore e John Kerry. L’ultima sconfitta ha fatto precipitare la crisi. Contro Sweeney si è formata una coalizione, Change to Win, che ha messo in discussione il rapporto nuovamente stretto, dopo i distacchi degli anni clintoniani, dell’Afl-Cio con il partito democratico, rivendicando ai singoli sindacati una maggiore libertà d’azione e quelle «mani libere» che erano state uno dei cardini tattici di Samuel Gompers, il primo storico presidente della Afl, l’uomo che all’inizio del `900 trasformò una marginale associazione in un protagonista permanente nella società americana.

                      Ma c’è ben altro; dietro i fatti eclatanti dei rapporti politici e delle dèbacle elettorali, facilmente agitabili sulla scena mediatica, stanno le angustie profonde che attraversano e tormentano ormai da quindici anni il declino del movimento sindacale negli Stati uniti.

                        Dieci anni fa John Sweeney, il contestato presidente attuale dell’Afl-Cio (rieletto a Chicago), era stato portato alla presidenza da una componente rinnovatrice le cui parole d’ordine principali erano la sburocratizzazione delle organizzazioni e la loro rivitalizzazione dal basso. L’elezione di Sweeney aveva suscitato grandi speranze. Il sindacato dei lavoratori dei servizi (Service Employees International Union, Seiu), da cui proveniva, era uno dei pochi in crescita ed era stato protagonista di alcune tra le esperienze organizzative più innovative. Pur scontrandosi con le resistenze delle gerarchie interne, Sweeney e i suoi riuscirono sia a svecchiare i vertici federali, sia a frenare e perfino bloccare temporaneamente la perdita di iscritti. Poi, negli anni di Bush, riprendeva il declino. La percentuale dei lavoratori sindacalizzati è scesa complessivamente dal 15,8% nel 1995 al 12,5& nel 2004 (e dal 10,8% al 7,9% nel settore privato); i salari reali settimanali – che in dollari costanti del 1982 erano passati da 258,1 nel 1992 a 275,6 nel 2000 – hanno galleggiato tra i 275,3 dollari del 2001, i 279,9 del 2003 e i 277,5 del 2004.

                          L’anima della Change to Win Coalition è Andrew Stern, ex delfino e successore di Sweeney alla guida della Seiu. Nel programma di rilancio sottoposto all’Afl-Cio prima del congresso, Stern riprendeva antichi modelli di sindacalismo d’industria e riproponeva sia l’iniziativa antiburocratica che un maggiore decentramento organizzativo. Le sue proposte, tese a sottrarre potere ai vertici federali dell’Afl-Cio per rafforzare le autonomie dei sindacati nazionali, includevano la riduzione dei funzionari a Washington, l’accrescimento del peso e dell’autonomia dei sindacati nazionali in seno alla federazione, da ottenersi anche attraverso la riduzione dei versamenti al centro da parte delle unions che investono di più nell’opera di reclutamento, la fusione di sindacati diversi presenti negli stessi settori, in modo da creare organizzazioni più grandi e, possibilmente, uniche in ciascun settore.

                            Accorpare tanti sindacati

                              La proposta di ridurre da 58 a 20 il numero dei sindacati nazionali in seno all’Afl-Cio è quella strategicamente più innovativa. In effetti il sindacalismo statunitense non ha mai superato del tutto l’atomizzazione lasciatagli in eredità dal sindacalismo di mestiere: almeno 40 dei sindacati nell’Afl-Cio hanno meno di centomila iscritti, i dipendenti pubblici sono rappresentati da tredici sindacati diversi e quelli della sanità da più di trenta, nel trasporto aereo ben cinque unions rappresentano i piloti, tre il personale di volo e sei il personale di terra.

                                L’idea degli accorpamenti ha fatto venire i brividi a molti funzionari dei sindacatini di mestiere, gelosi delle proprie oasi di potere. Anche Sweeney aveva puntato nella stessa direzione, realizzando 31 fusioni nei primi dieci anni della sua presidenza, e quelli che rabbrividiscono di nuovo oggi sono in buona parte gli stessi che allora gli avevano messo i bastoni tra le ruote. Ed essendo riusciti a difendersi da lui, nella contrapposizione attuale si sono schierati con lui e contro Stern.

                                  Per contro, Stern e la Seiu hanno trovato il pieno appoggio di altri che già cercavano di allargare il proprio raggio d’azione (estendendo le proprie giurisdizioni su terreni lontani dal proprio e assorbendo unions più piccole), come i Teamsters, o che avevano già imboccato per conto loro la strada dell’accorpamento e dell’unione delle forze in settori investiti dalle riduzioni di personale, come i lavoratori dell’abbigliamento e gli alberghieri che si erano fusi in Unite Here. A questi si sono aggregati i lavoratori del commercio della United Food and Commercial Workers, la United Farm Workers e i Laborers. E’ probabile che aderiscano anche i Carpenters, usciti dall’Afl-Cio quattro anni fa. Nel loro insieme le formazioni che costituiscono la Change to Win Coalition sottrarranno all’Afl-Cio versamenti annuali per circa 20 milioni di dollari (su un bilancio di 125) e intorno al 40 per cento degli iscritti, più che abbastanza per dare vita a una federazione alternativa.

                                    La scissione lascia aperti molti problemi. Nel quadro altamente burocratizzato del sindacalismo statunitense, sotto l’ombrello dell’Afl-Cio stanno sia i sindacati nazionali, sia organizzazioni statali e locali, sia le strutture territoriali cittadine o di contea, i Central Labor Councils, a cui i sindacati nazionali e la centrale federale versano quote annuali. Quando i portavoce di Change to Win hanno dichiarato e ripetuto di volere tenere fede agli impegni finanziari nei confronti delle strutture statali, locali e territoriali e continuare a lavorare unitariamente, dall’interno di molte di queste si sono levate voci sconcertate: «Ma se alla base i rapporti non cambiano, perché la divisione al vertice? Non si poteva cercare il rinnovamento partendo dal basso? Non è da lì che devono partire le campagne di reclutamento?»

                                      Social unionism e business unionism

                                        Queste domande rimangono senza risposta. Di sicuro, tuttavia, il progetto che Change to Win sembra incarnare non è quello di un social movement unionism, cioè di un sindacalismo che punti alla mobilitazione dal basso, all’azione diretta, all’organizzazione decentrata e non burocratica. Non saranno Andy Stern e Jimmy Hoffa junior, con la loro idea di relazioni industriali collaborative, ad allontanarsi da quel business unionism che l’Afl-Cio non ha mai rinnegato e che John Sweeney ha cercato di rendere meno cinico e burocratico. Nella proposta di Change to Win spicca però almeno un elemento: il progetto di arrivare a un solo grande sindacato per ogni settore. Non è la rinascita dell’ideale One Big Union a cui cent’anni fa aveva cercato di dare vita l’Iww – la Industrial workers of the world – immaginando un’organizzazione antiburocratica ed egualitaria, oltre che rivoluzionaria, articolata settore per settore. Sembra piuttosto un adattamento all’oggi della struttura verticistica e burocratica (analoga a quella dell’Afl, ma basata sui settori industriali e non sul mestiere) che si dette il Congress of Industrial Organizations alla fine degli anni Trenta, dopo la stagione dell’insorgenza operaia di metà decennio che aveva motivato e giustificato la scissione dall’Afl nel 1935. Ora, però, il movimento sindacale conosce le difficoltà dell’agonia, non l’entusiasmo della rinascita.

                                          Nelle lunghe trattative precongressuali, Sweeney aveva modificato le posizioni dell’Afl-Cio per avvicinarle a quelle dei dissidenti, ma non è bastato a trattenerli. Qualche giorno fa, lo stesso Sweeney diceva di avere «accantonato la rabbia e il risentimento» e di stare «facendo tutto quanto è possibile per tornare insieme». Gli rispondeva il più conciliante tra i transfughi, Joe Hansen della Ufcw: «Spero che un giorno potremo tornare insieme. L’unico modo perché ciò possa accadere è che le due parti continuino a parlarsi. E penso che accadrà. Ma non penso che accadrà a breve». ll pericolo è che sul lungo periodo sia troppo tardi.

                                          scheda

                                            Afl-Cio e Change to Win, scissione da 6 milioni di iscritti
                                            Il congresso quadriennale dell’Afl-Cio si è svolto a Chicago nei giorni 25-28 luglio scorsi. Dopo mesi di dibattito interno e di negoziazioni al vertice, all’apertura del congresso prendeva corpo la scissione annunciata e temuta. Le organizzazioni della «Change to Win Coalition», che si era costituita come raggruppamento interno all’Afl-Cio nel 2004, decidevano di "disaffiliarsi" dall’Afl-Cio e di non partecipare neppure al Congresso. La Seiu (1.800.000 iscritti), i Teamsters (1.400.000) e la Ufcw (1.400.000) sono tre dei maggiori sindacati statunitensi. In particolare, sotto la guida di Andy Stern, la Seiu, da cui proviene anche il presidente dell’Afl-Cio John Sweeney, è stata in questi ultimi anni l’organizzazione in maggiore crescita, grazie ai tentativi riusciti di sindacalizzare i lavoratori dei servizi «poveri», costituiti in larga parte di immigrati latinos, come gli infermieri e i lavoratori delle pulizie.
                                            I Teamsters, alla cui presidenza è Jimmy Hoffa junior, figlio del notorio omonimo, non hanno più la forza di decenni fa ma rimangono un’organizzazione «pesante». La Ufcw, nel settore del commercio, è protagonista della campagna di sindacalizzazione tra i lavoratori della Wal-Mart. Unite Here è invece il frutto recente di un’aggregazione che ha cercato di raccogliere le forze nei settori alberghiero, della ristorazione e dell’abbigliamento investiti pesantemente dai tagli. Allo stato attuale, Change to Win sottrae all’Afl-Cio circa 6 dei suoi 13 milioni di iscritti. Il totale dei lavoratori sindacalizzati oggi negli Stati uniti è di circa 16 milioni. (b.ca.)