“Mondo” Stati uniti in cerca di lavoro

04/07/2003





 
   

04 Luglio 2003









 
Stati uniti in cerca di lavoro
In giugno, nuovo balzo in avanti della disoccupazione americana, che arriva al 6,4%, il tasso più alto dall’aprile del 1994. Lo dicono i dati ufficiali, diffusi ieri dal Dipartimento del lavoro. Negli ultimi tre mesi, persi 913mila posti. Su George Bush, l’ombra di Herbert Hoover, il presidente della Grande Depressione, l’unico prima di lui ad aver registrato record negativi quanto a occupazione

A. PA.
Assai peggio del previsto gli ultimi dati sulla disoccupazione negli Stati uniti, che secondo i dati mensili diffusi ieri dal Dipartimento del lavoro ha toccato in giugno il 6,4%, il livello più alto dall’aprile del 1994. Un balzo in avanti rispetto al 6,1% di maggio che è anche l’incremento maggiore registrato da da un mese all’altro dal settembre 2001. Una gelata sull’ottimismo di chi prevede la ripresa dell’economia per il secondo semestre di quest’anno. In aggiunta, una revisione dei dati di maggio sulle buste paga ha rivelato che le diminuzioni registrate in quel mese sono state 70mila, e non 17mila, come era stato comunicato nel precedente rapporto. Con il che, questa grandezza è in caduta libera da 23 mesi consecutivi, marcando uno dei periodi peggiori del mercato del lavoro dalla Seconda guerra mondiale.

Salgono più del previsto anche le richieste di sussidio di disoccupazione. Nella settimana che si è chiusa il 28 giugno, sono aumentate di 21mila unità, a 430mila, smentendo i pronostici che davano un rialzo più contenuto, a 410mila. Ma è la soglia delle 400mila unità che è considerata un valore critico e rivelatore di un mercato del lavoro difficile.

Uno scenario «brutto in superficie ma ancor più brutto se si guarda a fondo», dichiara alla Bbc un analista finanziario. Il contributo più forte al declino dell’occupazione lo ha dato, ancora una volta, il settore manifatturiero che ha perso in giugno 56mila posti di lavoro, seguito dall’industria dell’informazione che ne ha tagliati 10mila. Per il quinto mese consecutivo, il settore privato arranca. Solo i settori dei servizi, dell’edilizia e della pubblica amministrazione hanno dato un contributo positivo alle statistiche, portando il bilancio finale delle perdite di giugno a 30mila. Ma l’emorragia nella manifattura è impressionante, e continua: negli ultimi due anni ha perso 2,6 milioni di posti.

Una discesa che sembra farsi più ripida, a dispetto dell’ottimismo di analisti ed economisti, le cui previsioni vengono però regolarmente smentite. Negli ultimi tre mesi soltanto, l’esercito dei disoccupati ufficiali è aumentato di 913mila unità. E su George Bush si allunga l’ombra di Herbert Hoover, il solo suo predecessore, nei fatidici anni 1929-1933, abbia governato il paese facendo andare a picco l’occupazione. Mentre, guardando alle serie storiche (come faceva il New York Times di ieri), i sei presidenti con i migliori record di creazione di posti di lavoro sono stati, dal 1933, tutti democratici.

Se l’Iraq si sta trasformando da passeggiata in incubo, l’economia – da sempre tallone d’Achille dell’amministrazione – rischia dunque di procurare dolori aggiuntivi e assai più acuti, in vista delle presidenziali del 2004. In giro per gli Stati uniti per ramazzare i fondi che serviranno a sostenere la sua campagna elettorale, il capo della Casa bianca dichiara in continuazione di essere interessato a una sola cosa «aiutare la gente a trovare un lavoro». Questo, afferma, è lo scopo del suo mega taglio fiscale, 350 miliardi di dollari, denominato anche piano «job and growth», lavoro e crescita.

Il meccanismo avviato dall’amministrazione Bush sembra ovvio: più soldi ai cittadini per i consumi, più soldi alle imprese per gli investimenti, e il gioco è fatto. Basta solo aspettare la fine dell’anno, quando i soldi cominceranno ad affluire davvero nelle tasche e nelle casse. A parte che la distribuzione del reddito operata dalle agevolazioni fiscali favorirà le classi più ricche, che meno alimentano i consumi di base su cui si fonda ogni rilancio, la difficoltà della fase economica appare tale che rischia di essere più vicino al vero lo slogan «tremila miliardi di dollari di debiti in più, tre milioni di posti di lavoro in meno» con cui l’opposizione democratica, rappresentata in questo caso dalla deputata della California, Nancy Pelosi, riassume i record che che George Bush potrebbe mettere a segno nel suo curriculum presidenziale.

Wall Street, «volatile», come dice il gergo, fluttua nell’incertezza e cerca di tenersi a galla. A chi dare retta, del resto? Ai pessimi dati sulla disoccupazione, che tolgono ossigeno a una già fioca fiammella di speranza, o a quelli sull’andamento del settore dei servizi che, all’opposto della manifattura, ha segnato a giugno una forte crescita, come mostra il suo indice, arrivato a 60,6 rispetto al 54,5 di maggio?

Ma la crescita di attività dei servizi, con tutta evidenza non crea occupazione, ed allora è fasulla, o quanto meno minata dall’interno da un circolo vizioso. Perché la fiducia dei consumatori agonizza, i consumi languono e gli imprenditori non investono e dunque non assumono. Anche se la Fed abbassa i tassi per tredicesima volta e li porta all’1%, il livello più basso degli ultimi 45 anni.