“Mondo” Sindacalista, un mestiere a rischio

21/10/2003



 
   
21 Ottobre 2003
ECONOMIA







 

PIANETA LAVORO
Sindacalista, un mestiere a rischio
VITTORIO LONGHI


Bulgaria, violazioni continue

Discriminazioni, molestie e minacce sempre più frequenti per i sindacalisti e per i lavoratori bulgari che rivendicano diritti. È quanto denuncia l’ultimo rapporto della Cisl internazionale sulla situazione del lavoro nel paese dell’Est-europeo. «Nonostante la Bulgaria abbia sottoscritto le convenzioni dell’Organizzazione mondiale del lavoro – dice la ricerca – sono costanti le violazioni dei diritti elementari, da quello di associazione per alcune categorie a quello di sciopero». Il codice del lavoro introdotto nel 2000 prevede, infatti, la libertà di organizzazione e di sciopero per tutti i dipendenti privati ma non per quelli statali che, quando provano a protestare, vengono regolarmente trasferiti o addirittura licenziati. Fu clamoroso il caso del leader sindacale Haralmpi Hristov, arrestato dalla polizia durante uno sciopero l’anno scorso a Sofia, nonostante l’azione fosse stata autorizzata dal sindaco. Nel privato, persistono notevoli differenze di trattamento tra uomini e donne, soprattutto nel settore trainante del tessile. Le operaie rappresentano l’88 per cento della forza lavoro ma il più delle volte sono costrette a fare straordinari e turni di notte senza alcuna maggiorazione di stipendio. La Bulgaria, guidata dall’ex re Simeone di Sassonia, è candidata all’ingresso nel Wto e nell’Unione europea nel 2007.

Nigeria, rincari e repressione


Torna la tensione tra il governo e i sindacati nigeriani sul prezzo del petrolio. La settimana scorsa sono stati arrestati ad Abuja, la capitale, sei dirigenti sindacali per essere andati a protestare contro alcune società petrolifere che non avevano rispettato i prezzi imposti. «La reazione del governo dimostra che la Nigeria è ben lontana dall’essere un paese libero e democratico», ha dichiarato il presidente del Nigerian labour congress (Nlc), Adams Oshiomhole. Il sindacato aveva appena richiamato uno sciopero contro il rincaro del carburante, dopo avere sottoscritto un accordo con i maggiori distributori, ma alcuni di questi hanno voluto ignorare il patto. In questi giorni migliaia di lavoratori continuano a manifestare per il rilascio dei sei e lo scontro tra il Nlc e il governo è ormai aperto, dopo lo sciopero generale di dieci giorni a giugno che ha rischiato di far cadere il presidente Olusegun Obasanjo, accusato di servilismo nei confronti delle multinazionali del petrolio. Il governo svenderebbe le migliori risorse del paese agli stranieri costringendo il proprio popolo a importare combustibile e carburante per la scarsità di prodotto raffinato. Buona parte delle fonti energetiche nigeriane è controllata da ExxonMobil, Chevron Texaco, Royal Dutch/Shell e TotalFina/Elf e metà del greggio estratto va agli Usa.

Cina, il supercarcere politico


Yao Fuxin e Xiao Yunliang sono stati trasferiti da pochi giorni nel carcere più duro dell’intera Cina, a Lingyuan, al confine con la Mongolia. La polizia aveva arrestato i due operai metalmeccanici a marzo del 2002 nella città nord-orientale di Liaoyang perché guidavano una manifestazione contro la chiusura della compagnia statale Ferroalloy e chiedevano il pagamento di arretrati, liquidazioni e pensioni per migliaia di lavoratori. Dopo la condanna, rispettivamente a 4 e 7 anni per attività sovversiva, la Corte suprema ha rigettato tutte le richieste di appello presentate dai legali e ora i due dovranno scontare la pena nel carcere di Lingyuan. È lì che sono stati portati quasi tutti i dissidenti del movimento di piazza Tiananmen, arrestati dopo gli scontri del 4 giugno 1989. Secondo l’organizzazione per i diritti civili e del lavoro China labour bullettin, ai detenuti politici verrebbe riservato un trattamento particolarmente brutale nel penitenziario, con pesanti lavori forzati, bastonate, scariche elettriche e lunghi periodi in cella di isolamento. Questa settimana i famigliari di Yao e Xiao sono tornati a Pechino per chiedere – invano – alle autorità almeno l’esonero dai lavori forzati e l’assistenza medica, visto che la salute di entrambi è seriamente compromessa dopo oltre un anno e mezzo di carcere.

Indonesia, i segni dello sfruttamento


Ogni settimana arrivano negli ospedali di Jakarta e se non sono stati aggrediti fisicamente, portano i danni psicologici degli abusi più vari. Sono gli emigranti indonesiani che tornano per disperazione a casa dopo avere lavorato nello sfruttamento dei paesi mediorientali e asiatici più ricchi, come l’Arabia saudita o la Malaysia. Sabato scorso un gruppo è stato soccorso dal consorzio per la protezione dei migranti, Kopbumi, che ha portato dieci uomini e donne provenienti dalla Giordania all’ospedale Sukanto, subito dopo l’arrivo all’aeroporto. «Alcuni hanno mostrato i segni di una forte depressione maniacale – hanno detto i medici di Kopbumi al quotidiano
Jakarta Post – altri hanno presentato contusioni, lividi e segni di percosse ripetute». Tra le donne, una ha raccontato di essere scappata senza neanche prendere lo stipendio perché stanca dei continui tentativi di stupro del suo datore di lavoro, a Jeddah. Nell’ultima settimana sono rientrati circa 250 lavoratori, nella maggior parte dei casi per il permesso di soggiorno scaduto, ma su questi la percentuale di chi ha subito maltrattamenti è alta. «La colpa è anche del governo – ha spiegato il sociologo Imam Prasodjo – perché non assiste né prepara questi lavoratori all’emigrazione, facendoli cadere preda degli sfruttatori più avidi».