“Mondo” Se la storia dà lezioni di Welfare

21/11/2002

            21 novembre 2002

            MODELLI A CONFRONTO
            Una ricerca di Alberto Alesina sulle differenze tra America
            ed Europa in materia di protezione
            sociale dimostra che più dei fattori economici contano gli atteggiamenti e le scelte culturali

            Se la storia dà lezioni di Welfare

            DI STEFANO SALIS

            Questione di cultura: anche i fenomeni economici a volte non sono spiegabili alla luce di comportamenti e ragioni economiche. Un’affermazione apparentemente sorprendente, se per di più a farla
            è uno degli economisti italiani più famosi, riconosciuti e stimati
            nel mondo: Alberto Alesina.
            La lecture. Professore ad Harvard dal 1993, da quest’anno visiting
            professor alla Bocconi di Milano, Alesina ha tenuto ieri la seconda
            Rodolfo Debenedetti Lecture, nell’aula magna dell’ateneo milanese.
            Tema: la differenza delle politiche di redistribuzione della
            ricchezza negli Stati Uniti e in Europa. E per svolgimento una
            stringente argomentazione logica che ha individuato, alla fine, la
            ragione di queste difformità in opzioni culturali, storiche e comportamentali
            e persino nelle differenti visioni etiche della vita.
            Negli Usa, è noto, c’è una minore redistribuzione del reddito di
            quanto non avvenga nella media europea: tra le due sponde dell’Atlantico,
            l’Inghilterra, il cui sistema di redistribuzione si colloca quasi a metà tra i due estremi (si vedano le tabelle a fianco).
            Dal 1870 a oggi la percentuale di spesa del Pil investita dai governi
            nel riequilibrio della ricchezza è cresciuta; ma è altresì cresciuto
            il divario tra Usa ed Europa, generando uno stacco che in questi
            anni è abbastanza sensibile.
            Redistribuzione. E se è vero, come ha spiegato Alesina, «che la
            redistribuzione dai ricchi ai poveri è maggiore nell’Europa continentale
            e che alcune categorie svantaggiate (disabili, malati, famiglie numerose) ricevono anche negli Usa dei trasferimenti», i poveri negli Stati Uniti ricevono di gran lunga meno protezione sociale che non nel Vecchio Continente. Un parziale "risarcimento" al fenomeno è dato dalla beneficenza privata, di molto superiore negli Stati Uniti (si veda l’articolo sotto). Ma le vere ragioni delle differenze tra i due modelli di Welfare sono —ha continuato (e dimostrato) Alesina — non di natura economica, né di
            natura politica. O meglio: la scelta di istituzioni democratiche diverse
            (sistema elettorale proporzionale vs sistema maggioritario) ha una
            certa incidenza sulle caratteristiche del ritorno della redistribuzione
            ma non le spiega completamente. Inoltre la mancanza in America di un forte partito socialista e la diversa natura delle organizzazioni sindacali
            rispetto a quelle a noi note, intersecata dalle forti differenze di tipo
            etnico degli Stati Uniti, ha sempre, di fatto, impedito la diffusione
            nei ceti medi e meno abbienti di una "coscienza" della necessità
            di un ripianamento delle disparità sociali.
            Fattori sociali. Ed è qui che intervengono i fattori che, in fin dei
            conti, Alesina individua come decisivi. Secondo una ricerca del
            World Value Survey, il 71% degli americani pensa che i poveri potrebbero
            diventare ricchi se solo si impegnassero a fondo, una riproposizione, sotto
            mentite spoglie, del mito americano del self made man. In Europa
            questa percentuale scende al 40 per cento. In America i poveri sono percepiti come dei "pigri", in Europa la tendenza è quella di considerarli "meno fortunati". C’entra con questo modo di vedere le disparità economiche una filosofia pregnante come l’etica protestante (basata sull’idea che la ricchezza indica anche il valore di un individuo): chi pensa
            che lo sforzo individuale e le abilità personali determinino il reddito,
            sarà meno favorevole alle politiche distributive. Queste e altre differenze sociali (gli Usa nazione di immigrati, multirazziale e multietnica)
            fanno sì che il modello di Welfare europeo, per quanto perfezionabile,
            abbia saputo fornire risposte migliori alle esigenze di una percentuale più alta di popolazione. Una caratteristica da tenere d’occhio per coloro che avranno il compito di ridisegnare le politiche di protezione sociale del Vecchio Continente.
            La diversità di tradizione e storia hanno dunque un peso non indifferente:
            e non è detto che le soluzioni escogitate al di là dell’Atlantico dalle persone che decisero di attraversarlo per sfuggire alla povertà verso una promessa
            di ricchezza siano migliori di quelle che il sistema continentale ha saputo elaborare in una vicenda durata secoli. La lecture di Alesina, ieri, ha detto anche questo: che la faccia dell’economista va, a volte, è celata sotto la sapiente maschera dello storico. E che dalla storia, spesso, e per fortuna, ci derivano lezioni non previste di economia. E viceversa.

            IL SISTEMA USA

            • I pilastri del Welfare degli Stati Uniti

            sono tre: la Social Security o pensione
            pubblica fatta di Old Age, Survivors e
            Disability Insurance (in sigla, Oasdi); il
            Medicare, diviso in Hospital Insurance
            (Hi) e Supplementary Medical Insurance
            (Smi); la Temporary Assistance for
            Needy Families (Tanf).

            • Oasdi. O Social Security, varato nel

            1935, attivo dal ’37. È un sistema a
            ripartizione come molti europei ma rivisto
            per tempo (1977, 1983 e dopo).
            Copre il 95% della forza lavoro. Costa
            465 miliardi di dollari all’anno (2002)
            pari al 10,84% della quota di reddito
            sottoposta a ritenuta pensionistica.
            Ogni dipendente paga il 6,20% su un
            massimo di reddito tassabile fino a
            84.900 dollari (oltre questa cifra non
            paga ulteriori ritenute) e ogni autonomo
            paga il 15,3% compresi i contributi sanitari.
            Questo dà diritto a una pensione, a
            67 anni il massimo e non prima dei 62
            anni, in media di 850 dollari al mese. Il
            sistema è solvibile fino al 2041, ma già
            nel 2025 il rapporto attivi-pensionati
            passerà dal 3,4 attuale al 2,3.

            • Medicare. Il prelievo in busta è di circa

            il 2,50% e il sistema non copre circa il
            14% della popolazione, soprattutto nel
            Sud Ovest. La copertura sanitaria ha
            limiti notevoli: scatta a 65 anni o in casi
            specifici (dialisi). Un anziano però mediamente
            spende in più 3mila dollari
            l’anno di tasca propria; i non anziani
            ricorrono a coperture familiari a pagamento
            (polizze) o, assai meno costose,
            di categoria (dipendenti pubblici, grosse
            imprese ecc.). Nettamente inferiore
            al sistema europeo.

            • Tanf. È l’ex contestato Afdc, l’aiuto ai

            poveri, alle ragazze-madri ecc. e dal ’96
            è limitato nel tempo e legato a un’attività
            lavorativa da parte del beneficiato.
            Costa ai fondi federali 16,5 miliardi
            all’anno.

            I PROGRAMMI
            Dettaglio delle spese dei Governi per i programmi sociali (in % sul Pil)

            Nazione Vecchi, disabili,
            poveri al
            limite della
            sussistenza
            Famiglie
            meno
            abbienti
            Disoccupaz.
            e programmi
            di mercato
            del lavoro
            Salute Altro Totale
            Stati Uniti 7,0 0,5 0,4 5,9 0,9 14,6
            Europa 12,7 2,3 2,7 6,1 1,7 25,5
            Francia 13,7 2,7 3,1 7,3 2,1 28,8
            Germania 12,8 2,7 2,6 7,8 1,5 27,3
            Svezia 14,0 3,3 3,9 6,6 3,2 31,0
            Regno Unito 14,2 2,3 0,6 5,6 2,0 24,7
Fonte: elaborazioni Alesina su dati Ocse