“Mondo” R.Boyer: Il modello americano non è superiore a quello europeo, anzi amplifica i momenti di crisi

20/01/2003




19 gennaio 2003

Crescita infinita, l’ultima religione made in Usa
Il modello americano non è superiore a quello europeo, anzi amplifica i momenti di crisi.
Intervista all’economista Robert Boyer
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
Ci avevano raccontato e ripetuto come una verità rivelata che con la «nuova economia» i vecchi cicli economici dovevano essere considerati un fardello del passato, che il modello americano, quello della Silicon Valley, era la scoperta del secolo (scorso), che le nuove tecnologie dell’informazione ci promettevano sorti megnifiche e progressive. Ma la potente crescita americana degli anni `90 si è fermata. La bolla Internet è scoppiata, il nuovo secolo è iniziato male, le Borse crollano, la disoccupazione cresce, la confusione regna. Eppure, in Europa il discorso non cambia: per far fronte alla crisi, sono sempre i modelli di flessibilità del mondo del lavoro, di limitazione dei diritti e di «tagli» al welfare che vengono proposti. L’economista Robert Boyer ha appena pubblicato un libro,
La croissance, début de siècle. De l’octet au gène (Albin Michel, 233 pag., €. 22,50), dove mette a nudo il mito della «nuova economia» e quello dell’economia americana come luogo esclusivo della «modernità».

In Europa, come siamo caduti nella trappola del mito del determinismo tecnologico, dell’imposizione di un solo modello, quello statunitense della crescita-record degli anni `90? Perché l’Europa non difende un modello alternativo?

Colpisce, difatti, il silenzio dell’Europa sul proprio modello. Non ci sono analisi autoctone europee. Per gli Usa, il modello europeo è quello di un mercato rigido, con troppe prestazioni sociali. Le prestazioni sociali vengono viste solo come un costo, nessuno le considera un attivo. Siamo alienati. Il fatto è che nell’analisi economica, la forza della teoria economica statunitense è che essa è adatta alle strutture economiche di quel paese, mentre sia l’Europa che il Giappone non hanno più una teorie adeguata alle loro. Anche questa è una forma di dominazione. La questione è grave: nelle società occidentali viviamo nel paradosso di un sistema molto sofisticato, di mestieri sempre più complessi, di una divisione del lavoro con un’interdipendenza molto forte. Un’economia, insomma, che nessuno, a cominciare dai politici, capisce. La rappresentazione dell’economia data dai media ha così preso il sopravvento: i media hanno bisogno di idee semplici per rappresentare un mondo troppo complicato. Di qui il mito del modello Usa. Alan Greenspan, il presidente della Fed, che era stato scettico, ha poi approvato con determinazione la nuova economia che permette agli Usa di andare forte, mentre l’Europa resta rigida e il Giappone non esce dalla stagnazione. Gli Usa sono convinti di aver trovato un nuovo modello. Del resto, stando ai sondaggi, i cittadini statunitensi sono i soli ad avere al 98% fiducia nel progresso tecnologico, mentre i giapponesi pensano che la scienza può portare anche ad Hiroshima e i tedeschi sanno dove li ha trascinati la scienza nazista. I mercati finanziari non aspettavano altro per rafforzare gli alti profitti: molti soldi inondano la `nuova economia’, la Borsa cresce e le famiglie sono convinte di essere ricche anche se i salari stagnano. I consumi crescono e il tutto avviene senza inflazione. La modernità, in altri termini, è incarnata dagli Usa. E’ il mercato più la democrazia, modello che viene rilanciato dal cinema, dagli intellettuali, dagli organismi internazionali (
consensus di Washington), dai mercati finanziari. Poi la bolla è scoppiata.

Perché nessuno si è accorto prima che il modello era gonfio di speculazione?

A furia di abusare del termine «nuovo» abbiamo eliminato la contraddizione. Non abbiamo capito la legge che regola questo «nuovo» sistema. Il tasso di profitto economico culmina nel `97, ma i corsi di Borsa crescono fino al marzo 2000. Gli Usa, cioè, dopo aver iniettato il virus della speculazione ai mercati asiatici (Corea, Thailandia ecc.), prolungano questa stessa speculazione negli Stati uniti grazie al rientro dei capitali. Cioè gli Usa traggono benefici dalla stessa crisi che avevano creato. E’ il paradosso del modello del capitalismo finanziario. Il caso Enron è emblematico: i fallimenti si susseguono, tutti i grossi manager sono sotto inchiesta, ma non c’è nessuna reazione, neppure populista, contro i «ladroni». Il silenzio dei democratici ha qualcosa di straordinario, mentre potrebbero far apparire un nuovo Roosevelt. I dipendenti di Enron sono stati fregati, ma stanno zitti. Le società di certificazione non solo truccano i conti, ma distruggono pure le prove. Dal punto di vista del diritto statunitense siamo di fronte a una serie di paradossi».

L’11 settembre ha svolto un ruolo?

E’ servito da dissimulatore. I problemi dell’economia Usa non derivano dall’11 settembre, ma dallo scoppio della bolla Internet. L’11 settembre dissimula la realtà della crisi della nuova economia statunitense».

Nel suo libro lei scrive che un modello alternativo esiste: sono i paesi europei, come le social-democrazie scandinave, che non hanno abbandonato l’interesse per la giustizia sociale e hanno un’economia che va bene.

Sono paesi modesti, che non pretendono di imporre il loro modello. A lungo termine, una società meno ineguale è più efficace del sistema statunitense, estremamente avanzato dal punto di vita tecnologico ma molto ineguale. Il modello Usa ci dice: io valgo quanto vale il mio portafoglio di Borsa. In Francia, per esempio, la massa salariale ha perso dieci punti negli anni `90, così i sindacati si sono sentiti obbligati ad accettare il sistema dei Fondi di investimento in azioni per tentare di recuperare quello che era stato perso dal lato del salario».

Secondo lei, le nuove tecnologie non rappresentano una rottura epocale con il passato, come lo è stata per esempio l’invenzione del telegrafo?

Si’, non hanno fatto che prolungare il passato. Siamo in una fase di tecnologie mature. La crisi Usa è quindi strutturale: una crisi di sovraccumulazione a una velocità soprendente. Il capitale è stato investito in settori che non sono portatori di crescita e adesso ci tocca pagare. Siamo in una fase di sovraccumulazione capitalistica, con rischi di deflazione. Lontani, quindi, dall’idea di un’economia senza crisi, come era stato propagandato. Ci avevano anche assicurato che gli errori di previsione erano diventati impossibili: basta prendere l’esempio della Cisco, dove il presidente ha sempre negato la possibilità che le ordinazioni subissero un calo… Ma la storia è destinata a ripetersi: tra qualche anno saremo di fronte allo scoppio della bolla speculativa cresciuta attorno alle bio-tecnologie, il nuovo settore di punta. Il problema è che i mercati finanziari non sanno anticipare, viene dato loro troppo peso.

Lei suggerisce un ritorno al realismo economico. Cosa significa?

Riscoprire che l’economia capitalistica subisce forme di accumulazione e di aggiustamento. E’ l’ironia della storia: negli Usa, alcuni inconsapevoli successori di Marx avevano creduto che il dominio delle forze produttive avrebbe cambiato i rapporti sociali. Invece, i rapporti socio-economici hanno la stessa importanza delle innovazioni tecnologiche. Con la nuova economia ci avevano detto: oggi tutto è nuovo, non bisogna preoccuparsi del passato. Invece, bisogna cercare di collocare nel corso della storia l’episodio che stiamo vivendo, per capirlo