“Mondo” Negli Usa la previdenza diventa un incubo per soci e dipendenti

15/01/2003

Martedì 14 gennaio 2003





Dopo il crollo di Wall Street le imprese intervengono per coprire i buchi versando miliardi di dollari. Le conseguenze sui bilanci

Assegni più leggeri negli Usa, la previdenza diventa un incubo per soci e dipendenti

      Piccoli azionisti, contribuenti del fisco, dipendenti delle società hi-tech cadute in disgrazia, lavoratori sindacalizzati delle industrie più tradizionali. Sono decine di milioni gli americani direttamente colpiti dalla crisi dei fondi pensione. I più preoccupati, in questi giorni, sono gli azionisti delle grandi società quotate a Wall Street, che devono iniettare miliardi di dollari nelle casse dei loro fondi pensione a prestazione definita (Db, defined benefit ), prosciugate dalle perdite dei loro investimenti. Uno studio di Crédit Suisse First Boston sulle 360 imprese dell’indice borsistico S&P500 che offrono questi piani, ha calcolato che alla fine del 2002 la differenza fra il valore dei loro patrimoni e quello delle pensioni promesse ammontava a 243 miliardi di dollari. E’ una vera e propria bomba a orologeria per la stabilità finanziaria del sistema: la deflagrazione è posticipata, perché il buco può essere nascosto grazie a regole contabili che permettono di diluire nel tempo le perdite; e può essere perfino scongiurata se torna il Toro in Borsa e gli investimenti dei fondi riprendono quota. Ma intanto i primi effetti si stanno facendo sentire sui bilanci delle società più esposte: General Motors ha già dovuto immettere 2,6 miliardi di dollari nel fondo aziendale, che comunque ha chiuso il 2002 con un deficit di 19,3 miliardi. E altre blue chip hanno recentemente versato o annunciato di versare contributi nelle casse dei loro fondi come Ibm (4 miliardi di dollari), Honeywell (900 milioni), Johnson&Johnson (750 milioni), 3M (789 milioni), Ford (1 miliardo): tutte risorse distratte dai profitti per gli azionisti o da altri investimenti aziendali.
      Il buco è stato creato dalla coincidenza di due tendenze che si sono verificate sui mercati finanziari: da una parte il valore attuale delle future pensioni promesse ai dipendenti è aumentato, perché sono diminuiti i tassi di interesse e quindi i rendimenti delle obbligazioni di lungo termine usati per calcolare gli impegni dei fondi pensione (al contrario se aumentano i tassi, il valore attuale diminuisce); dall’altra parte il crollo delle Borse ha falcidiato il valore dei patrimoni dei fondi, investiti mediamente al 65% in azioni (60% americane e 5% internazionali), 30% in obbligazioni e 5% in liquidità.
      Proprio perché con i fondi a prestazione definita il rischio degli investimenti è a carico delle aziende, la tendenza degli ultimi 20 anni è stata quella di chiuderli e di promuovere invece i fondi a contribuzione definita (Dc,
      defined contribution ), in particolare i piani 401k: conti di investimento individuali dove il datore di lavoro di solito versa una cifra uguale (o proporzionale) ai contributi del dipendente, che ha la responsabilità di decidere come investirli, scegliendo fra una famiglia di fondi comuni. Durante il decennio di boom di Wall Street, i piani 401k sono diventati sempre più popolari e sempre più sbilanciati verso le azioni; ma il crac dalla primavera del 2000 in poi ha ridimensionato i sogni di pensioni dorate e anticipate per milioni di americani.
Maria Teresa Cometto