“Mondo” Lula, dal Brasile una lezione di realismo

17/03/2003



              Lunedí 17 Marzo 2003
              MONDO
              Lula, dal Brasile una lezione di realismo

              America latina – Al continente tentato dal populismo il neo-presidente offre un riscatto economico-sociale non ostile alle tesi del Fmi

              Franco Fornasari


              In Brasile l’elezione di Luiz Inacio Lula Da Silva a presidente ha posto alcune domande cruciali: quali sono gli effetti immediatamente percepibili? Che direzione prenderà il Paese e a quale paradigma si ispireranno le sue scelte economico-sociali di fronte a vincoli esterni sempre più stringenti nell’attuale contesto regionale e dei mercati mondiali? Sulla prima questione, il nuovo governo si è mosso finora all’insegna della massima prudenza. Alla verifica più attesa (la scelta degli uomini al vertice delle istituzioni-chiave, come Banca centrale e ministeri economici), Lula ha risposto con una linea "continuista" con l’amministrazione Cardoso, anche a costo di suscitare malumori nella sua base elettorale.
              Margini ridotti. Le prime decisioni di politica monetaria e fiscale sono andate oltre il programma concordato col Fondo monetario prima delle elezioni – come nel caso del surplus "primario" di bilancio, ora previsto al 4,25% del Pil rispetto al 3,75% iniziale. Finora Lula si è mosso in piena coscienza degli stretti margini di manovra di cui il Brasile gode sul piano macroeconomico e per effetto del suo alto debito consolidato del settore pubblico, che tocca il 56% del Pil e per l’80% è indicizzato ai tassi d’interesse a breve o denominato in valuta estera. Malgrado l’attuale fragilità degli equilibrii finanziari del Paese, la reazione dei mercati é stata positiva: recentemente i prezzi dei titoli del debito pubblico brasiliano sono aumentati, dimezzando quasi gli spread rispetto ai valori esorbitanti (2.000 punti base) toccati nella fase pre-elettorale. L’immagine pubblica di Lula che sta emergendo mostra tratti del tutto non convenzionali per un presidente. La partecipazione a fine gennaio al Forum No-Global di Porto Alegre (unico capo di stato presente) e poi al World Economic Forum di Davos la dice lunga a questo proposito. In questo Lula conferma due tratti centrali della sua leadership. In primo luogo, una capacità sorprendente di comunicare con gruppi legati a ideologie e politiche opposte. In secondo luogo, il suo largo pragmatismo. Circa la direzione imboccata da Lula e il paradigma cui potrà ispirarsi, occorre riferirsi alle linee di politica socio-economica enunciate in campagna elettorale, ma nel contempo considerare i drammatici vincoli che la regione deve superare nell’attuale situazione internazionale. La sfida di Lula é dare forma a un modello di sinistra democratica e responsabile che possa ispirare tutta la regione. Lotta alla fame. L’obiettivo enunciato in campagna elettorale parla di «rivoluzione sociale con austerità» e di mutamento con «coraggio e cautela». Il suo approccio enfatizza il ruolo della società civile e delle parti sociali nel decidere la politica economica. A livello federale Lula guarda a schemi di concertazione con i rappresentanti dell’industria che si esprimerebbero in un nuovo "Consiglio per lo sviluppo economico e sociale". In particolare, Lula mostra grande attenzione per l’intervento diretto a sostegno dei poveri e l’eliminazione della fame (il programma "Zero Fame"). A tali programmi Lula intende affiancare iniziative di sostegno al mercato interno promuovendo programmi di competitività basati su infrastrutture, promozione di R&S, espansione del credito alle Pmi. I piani di Lula paiono seguire le indicazioni del cosiddetto "Washington Consensus" – o ciò che resta di esso, dopo le critiche sollevate un po’ ovunque dalla development community. Un primo blocco di tali condizioni si associa al rispetto dei vincoli di disciplina monetaria e fiscale imposti dal Fmi: oltre alla gestione ortodossa delle politiche di bilancio, dei tassi d’interesse e della moneta, l’accordo col Fmi firmato prima delle elezioni del 2002 si regge su un sistema di cambi flessibili che, per quanto problematico per gli effetti sulla gestione del debito, conserva una certa competitività all’economia brasiliana. Il secondo blocco riguarda le politiche strutturali: su questo punto Lula ha abbandonato le posizioni più controverse delle passate campagne elettorali – ad esempio, la rinazionalizzazione del sistema bancario o la rinegoziazione del debito esterno. Anche se non è del tutto chiaro come promuoverà la competitività dell’industria nazionale, è però improbabile che riproponga sussidi assai onerosi sui bilanci pubblici. Per scelta o per virtù, Lula sembra avviato su una linea di buon senso economico in cui figura anche la graduale liberalizzazione del commercio e apertura dei mercati, purché con reciprocità.
              Investimenti diretti. Il test decisivo per il nuovo governo sarà la capacità di mobilitare capitali e risorse adeguati agli ambiziosi obiettivi socio-economici. Di fronte alla necessità di gestire la delicata situazione del debito interno e alla brusca frenata dei flussi di capitali di portafoglio, il Brasile non potrà che mobilitare capitali privati in forma d’investimento diretto, come nella seconda metà degli anni 90. Tale compito è ancor più prioritario nel contesto attuale, in cui anche i flussi ufficiali (dal Fmi alla Banca mondiale) non sono più in grado di compensare la caduta di quelli privati. Il Brasile, come il resto della regione, dovrà così rafforzare l’impegno a migliorare gli incentivi per gli investitori esteri e lavorare in partnership con il settore privato. La linea di Lula sembra quindi avere probabilità di successo solo se si verificheranno alcune condizioni necessarie. In primo luogo, se migliorerà il quadro internazionale di crescita e di flusso di capitali che porti il tasso di cambio su livelli più sostenibili. Lula non dovrà inoltre discostarsi dalle politiche ispirate al "Washinhgton Consensus" – benchè rivisitate alla luce delle esperienze di questi ultimi anni di crisi. Se saprà applicarle su scala nazionale, otterrà il massimo effetto e la fattibilità del suo "paradigma di rivoluzione sociale con austerità".