“Mondo” Lezioni americane: lavorare di più (e tutti)

20/01/2003



Sabato 18 Gennaio 2003

COMMENTI & INCHIESTE
1-Lezioni americane: lavorare di più (e tutti)
2-È vincente il modello della competitività

Lezioni americane: lavorare di più (e tutti)
MAURO CALAMANDREI
NEW YORK – Una decina di anni fa l’economista Juliet Schor aveva acquistato notorietà con un libretto in cui sosteneva che i lavoratori americani erano svantaggiati al confronto di quelli di altre democrazie industrializzate perché, a causa delle loro settimane lavorative sempre più lunghe, erano costretti a dedicare sempre meno tempo alla famiglia, alla ricreazione e altre attività. I dati raccolti nell’«Overworked American» erano ineccepibili, ma, com’è ora ampiamente documentato nel massiccio rapporto su Lo Stato dell’America che lavora 2002-2003 preparato da un folto gruppo di economisti dell’Economic Policy Institute (Epi) appena edito dalla Cornell University Press di Ithaca (New York), le tendenze denunziate dalla Shor continuano ininterrotte e le sue raccomandazioni restano ignorate. Nei Paesi europei le agitazioni per ridurre la settimana lavorativa hanno avuto i risultati desiderati. Anche negli Stati Uniti non molto tempo fa c’erano ideologi, politici e sognatori che teorizzavano la settimana di trenta ore ma queste idee non hanno mai attecchito e la maggioranza degli americani ha lavorato sempre di più. Nel 2000 il lavoratore americano ha lavorato in media 1.877 ore, 32 ore più che nel 1979. Nello stesso trentennio in Italia c’è stato un declino di 88 ore (da 1.722 a 1.634), in Gran Bretagna il calo è stato di 107 ore passando da 1.815 a 1.708, in Francia c’è stata una riduzione di 244 ore e in Germania si è assistito a un vero e proprio crollo di 489 ore passando da 1.969 a 1.480. Ma per registrare le tendenze di fondo del mercato del lavoro in America non basta guardare le statistiche aggregate per l’intera nazione perché l’occupazione cambia drammaticamente da località a località e da impresa a impresa. Secondo numerosi studi di enti che vanno dal ministero del Lavoro allo Epi e allo Heldrich Center for Workforce Development della Rutgers University, all’atto pratico in moltissimi posti di lavoro gli straordinari sono diventati parte organica della settimana lavorativa e della busta paga. Nonostante deboli lamentele, milioni di uomini e donne che si guadagnano da vivere facendo i vigili urbani, i macellai, i commessi o gli operatori finanziari si sono abituati a fare affidamento sui redditi generati da settimane di 50 e perfino 55 o 60 ore lavorative. In molti casi questa situazione non è cambiata neppure nel periodo di ristagno che nell’ultimo anno e mezzo ha colpito tante imprese; ci sono ancora compagnie dove i lavoratori fanno sei turni la settimana di 10 ore l’uno; in ogni caso, in nome della flessibilità, le imprese preferiscono gli straordinari all’assunzione di nuova mano d’opera. Lo Stato dell’America che lavora però non si limita a documentare l’aumento delle ore lavorate. Secondo l’esperto di problemi del lavoro Richard Freeman di Harvard questo è il libro indispensabile «per chi desidera conoscere che cosa è successo nelle condizioni economiche e nel benessere dell’americano medio nell’ultima decina di anni». Il volume è l’ottavo in una serie iniziata nel 1988 dall’Economic Policy Institute, il think tank creata da economisti e altri esponenti della sinistra democratica come Lester Thurow del Mit, Robert Reich di Harvard, Ray Marshall dell’Università del Texas e Barry Bluestone dell’Università del Massachusetts, allo scopo di studiare la condizione della classe operaia dal punto di vista dei lavoratori stessi e presentare la più dettagliata analisi sui redditi, le imposte, i benefici, i tassi di occupazione e disoccupazione della mano d’opera con ricerche, testimonianze e rapporti. In questo nuovo rapporto i ricercatori diretti da Lawrence Mishel, Jared Bernstein e Heather Boushey mettono in risalto che negli ultimi anni non solo è cresciuto tanto il numero degli americani occupati e le ore di lavoro, ma ci sono stati pure percettibili aumenti nel redditi degli individui e delle unità familiari. Ma ancora più significativo è il notevole aumento nel reddito degli strati meno retribuiti cominciando da quelli che entrano nel mercato del lavoro per la prima volta e da quelli che ricevono solo il salario minimo fissato per legge. Ma a parte gli effetti del ristagno e della politica apertamente antisindacale e altre forme di insensibilità sociale dell’attuale amministrazione, il rapporto mette in risalto il continuo successo nella creazione di posti di lavoro che ha fatto salire la mano d’opera da 98,8 milioni di lavoratori occupati nel 1979 a 135,2 milioni nel 2000 e indirettamente questi ricercatori respingono la teoria di quegli osservatori e studiosi secondo cui non esisterebbe un miracolo dell’occupazione americana perché i posti si sono moltiplicati in parallelo con l’aumento della popolazione. Quando si mettono a confronto le statistiche dell’Ocse sull’occupazione e la disoccupazione appare chiaro che l’economia americana è mossa da dinamiche radicalmente diverse da quelle di vari Paesi europei. Mentre negli Usa si creavano 35 milioni di posti in Francia la mano d’opera occupata passava da 21,3 milioni a 21,9, in Belgio da 3,6 a 3,9 milioni e in Austria da 3 a 3,7 milioni. La situazione più scoraggiante però è quella dell’Italia dove l’occupazione è rimasta pressoché immutata passando da 20 milioni nel 1979 a 20,8 nel 2000. E ognuno di questi Paesi ha quasi sempre avuto tassi di disoccupazione superiori a quelli degli Stati Uniti.


È vincente il modello della competitività

DI MARIO MARGIOCCO

Si vive e si lavora meglio in Europa o negli Stati Uniti? Scontato che uomini e donne in genere vivono meglio nel Paese dove sono nati e cresciuti se possono soddisfare necessità e qualche ambizione, si può azzardare una regola generale, sfidando la molteplicità del reale. La regola dice che l’America è meglio per gli intraprendenti, e l’Europa meglio per i prudenti. Gli Stati Uniti, conclusa nella prima metà degli anni 70 la costruzione del loro stato sociale iniziata negli anni 30, hanno gradatamente posto dei limiti a quello che la comunità assicura, riaffermando la natura di democrazia competitiva. Pieno rispetto quindi dell’individuo, ma in un contesto competitivo, e quindi duro, dove esistono limiti a volte severi a quanto si può chiedere alla comunità, salvo i casi disperati. Un’economia competitiva e dinamica ha attirato negli anni 90 immigrati in misura confrontabile solo con la stagione della grande immigrazione di un secolo fa (16,5 milioni circa di nuovi arrivi dal 1981 al 2000 contro un numero appena marginalmente superiore tra il 1891 e il 1914).
Gli europei hanno pochi dubbi oggi in genere sulla superiorità del loro stile di vita, anche se fortemente influenzato ormai da quasi un secolo da modelli americani, interpreti più efficaci della modernità. Gli europei hanno si direbbe pochi dubbi, in particolare, sulla superiorità morale dei loro ritmi di lavoro e riposo. E proprio il lavoro aiuta a capire come Europa e Stati Uniti abbiano seguito, negli ultimi 20 anni, percorsi differenti. Confrontando le dinamiche economiche dell’area euro con quelle degli Stati Uniti, la Bce osservava alcuni mesi fa che il maggior dinamismo americano degli ultimi anni non è dovuto tanto al fattore capitale (maggiori investimenti), quanto al fattore lavoro (più ore lavorate). «Di fatto – scriveva la Bce nel Bollettino di agosto 2002 – negli ultimi vent’anni l’area dell’euro ha registrato un calo tendenziale del numero di ore medie lavorate per addetto che non trova riscontro negli Stati Uniti. Di conseguenza – continuava la Bce – è possibile che il tanto dibattuto differenziale di crescita della produttività nella seconda metà degli anni novanta sia stato meno pronunciato di quanto generalmente stimato». Un’ora del lavoratore americano cioè non ha reso molto di più perché meglio organizzata, ma semplicemente il lavoratore medio americano ha lavorato più ore. Esattamente 409 ore in più all’anno nel 1997 rispetto al suo collega tedesco, secondo uno studio condotto due anni fa per il National Bureau of Economic Research da Linda A. Bell di Haverford College e da Richard B. Freeman di Harvard. Mentre nel ’70 la quantità di ore lavorate era simile, gradatamente le due realtà sono andate divaricandosi, con gli americani che hanno lavorato sempre più e i tedeschi sempre meno.
Il carico. Quello dell’aumento del carico di lavoro è un tema caldo negli Usa perché legato all’altro, politicamente caldissimo e dibattuto da almeno 25 anni, dell’andamento dei redditi medi. Denunciata infinite volte, l’erosione della ricchezza del nerbo della popolazione americana e della stessa classe media è stata combattuta aumentando il lavoro. È questa anche la tesi dell’Economic Policy Institute (vedere l’articolo accanto). Ogni presidente, da Nixon e soprattutto da Reagan in poi, ha sostenuto di aver rovesciato quest’erosione. Ma le statistiche indicano chiaramente che delle cinque classi di reddito, dai poveri (meno di 15mila dollari l’anno) ai ricchi (oltre i 250mila) solo queste due hanno migliorato, la prima poco e la seconda molto, mentre le tre centrali hanno o appena mantenuto (high middle class, quarta categoria) o perso potere d’acquisto (classe media e medio-bassa).
Il sogno americano ha richiesto quindi più lavoro. Il diverso comportamento di americani e tedeschi, questi ultimi rappresentativi senz’altro dei tre maggiori paesi dell’Europa continentale Italia compresa, è dovuto secondo Bell e Freeman a due fattori principali: la forte differenza salariale americana a fronte dell’appiattimento europeo, e la maggiore generosità dello stato sociale europeo. Negli Stati Uniti lavorare di più ha varie chiare implicazioni, oltre al guadagno immediato: a) si fa più carriera, ci si mette maggiormente al riparo dai licenziamenti, si hanno aumenti salariali più consistenti; b) si investe per il futuro in termini di legittimità sul posto di lavoro; c) dato il maggior numero di livelli salariali si ottengono guadagni più consistenti salendo di categoria. L’americano Jim lavora in un sistema dove le differenze salariali sono forti, i sussidi per la disoccupazione sono limitati di entità e durata, la sicurezza del posto di lavoro è relativa e la perdita del posto di lavoro non di rado implica (fino a 65 anni) un forte rischio per l’assicurazione malattie. Il tedesco Hans invece lavora dove spesso una promozione porta a modesti aumenti salariali, la sicurezza del posto di lavoro è alta, i sussidi per la disoccupazione (qui l’Italia fa in parte eccezione) sono consistenti e non facilmente riducibili e il sistema sanitario nazionale offre una sufficiente rete di sicurezza. I 380 milioni di cittadini residenti Ue hanno prodotto nel 2001 pro capite beni e servizi per 25mila dollari mentre i 287 milioni di residenti Usa ne hanno prodotti per 35mila, secondo dati Ocse a parità di potere d’acquisto. L’europeo ha quindi prodotto nel 2001 il 69% di quanto realizzato dall’americano, dopo essere arrivato al 71% nel 1991. Negli Stati Uniti i nuovi criteri di sussidi alla disoccupazione la limitano a 26 settimane, e nel 1997 solo il 38% dei disoccupati ha avuto il sussidio (in genere meno della metà del salario) a fronte dell’81% nel 1975, secondo statistiche dell’Us Department of Labor. In Germania l’88% di tutti i disoccupati riceve un sussidio; un aiuto che la Commissione per la riforma del lavoro e la lotta alla disoccupazione guidata dal capo del personale di Volkswagen, Peter Hartz, ha chiesto di ridurre. Infine gli americani, che già lavorano di più, sono disposti ad aumentare ancora, mentre i tedeschi propendono per una diminuzione del lavoro. Dove si sta meglio? Per il lavoratore medio, medio anche quanto ad ambizioni, probabilmente in Europa. Fino a quando sarà possibile permetterselo. E purché naturalmente ci sia un posto di lavoro