“Mondo” Le donne contro Wal-Mart

08/02/2007
    giovedì 8 febbraio 2007

    Pagina 12 -Esteri

    Discriminate sul lavoro,
    le donne contro Wal-Mart

      Causa collettiva per 2 milioni di dipendenti della catena di grandi magazzini

        di Roberto Rezzo / New York

        SEMAFORO VERDE alla class-action. La corte federale d’Appello di San Francisco ha bocciato il tentativo della catena di grandi magazzini Wal-Mart di bloccare una causa per discriminazione sul lavoro che potenzialmente riguarda quasi due milioni di donne. Sulla base di statistiche, deposizioni di esperti e testimonianze dirette, i giudici hanno stabilito che le discriminazioni subite dalle dipendenti in busta paga e nei criteri di promozione sono materia per una causa collettiva di risarcimento danni. Il primo gruppo mondiale nella distribuzione al dettaglio – 6.500 punti vendita con un fatturato annuo complessivo superiore ai 310 miliardi di dollari – è entrato nei manuali di economia per un’aggressiva politica di sconti che fa terra bruciata della concorrenza. Quindi ha suscirato allarme perché con la sua politica di salari al minimo e senza contributi per assicurazione sanitaria o pensione riesce a impoverire le comunità dove apre negozi e assume personale. Ora si trova di fronte al rischio di dover pagare un risarcimento record nella più grande causa per discriminazione sessuale mai intentata in America.

        «Adesso Wal-Mart sentirà che musica», ha commentato con soddisfazione Brad Selimgman, uno degli avvocati che rappresentano gli interessi delle lavoratrici – Stiamo parlando di un danno nell’ordine di qualche miliardo di dollari». La causa è stata iniziata nel 2001 da sei lavoratrici ma in corso d’istruttoria i legali si sono resi conto che non si trattava di casi isolati di discriminazione individuale, quanto di una precisa politica aziendale su scala nazionale. Sulla base dei dati forniti alla corte, dal 1998 i casi di discriminazione riguardano circa 1,5 milioni di donne, ma siccome le pratiche aziendali non sono cambiate nel frattempo, la cifra si dovrebbe avvicinare ormai a 2 milioni tra lavoratrici ed ex lavoratrici.

        «Abbiamo ancora molta strada davanti, ma di certo le cose a Wal-Mart dovranno cambiare», spiega Christine Kwapnoski, che lavora al puntoi vendita di Concord da più di venta’anni. Per sette anni ha aspettato la promozione a responsabile del reparto panetteria; l’ha ottenuta solo dopo aver fatto causa e ora non intende fare marcia indietro. Documenti alla mano, è stato dimostrato che la società lascia alla discrezionalità dei manager di ogni magazzino ogni decisione sugli aumenti e sulle promozioni. In assenza di un criterio oggettivo a fare da standard, è facile occultare discriminazioni nel trattamento fra uomini e donne.

        Wal-Mart ha tentato di sventare la class-action sostenendo che il numero di persone coinvolte renderebbe impossibile il procedimento. La corte ha espresso opinione contraria: «Non è il numero di persone danneggiare a rendere ingestibile un processo. E le evidenze presentate giustificano una causa collettiva piuttosto che uno strascico di cause individuali», ha scritto il giudice Harry Pregerson. L’unico voto contrario è stato quello del giudice Andrew Kleinfeld che ha depositato una memoria di dissenso che recita: «In una causa collettiva donne licenziate o non promosse per validi motivi riceveranno da Wal-Mart un indennizzo che non meritano. E di fronte alla prospettiva di dover pagare un indennizzo stratosferico, il datore di lavoro si trova facilmente costretto a trovare un accordo anche di fronte alle più ingiuste pretese». Il verdetto di San Francisco è l’ultimo di una serie di sconfitte legali per Wal-Mart: nel marzo del 2005 è stata costretta dalle autorità federali a a pagare 11 milioni di dollari per aver assunto immigrati clandestini per i lavori di pulizia; nel dicembre del 2006 è stata multata con 172 milioni da un tribunale della California per aver illegalmente privato i dipendenti della pausa pranzo.