“Mondo” L’America di Wal-Mart ci annuncia il tramonto del sindacato tradizionale

28/07/2005
    giovedì 28 luglio 2005

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    EPILOGHI. LA SCISSIONE DELLE UNION IN USA

      DI GUIDO BOLAFFI

        L’America di Wal-Mart ci annuncia
        il tramonto del sindacato tradizionale

        Come l’Inghilterra osservata da Karl Marx parlava al mondo dell’irresistibile marcia del nuovo capitalismo industriale, non è azzardato affermare che il grave travaglio sofferto in questi giorni dal sindacalismo
        americano sembra confermare che il nuovo mondo dell’economia globale e dei suoi interessi dovranno imparare a funzionare senza sindacato. Almeno
        per come finora lo abbiamo imparato a conoscere.

        De te fabula narratur, dicevano infatti i romani per indicare eventi che per la loro rilevanza andavano oltre l’accidentale immediatezza e aiutavano a comprendere tendenze che, per quanto di fondo, non avrebbero mancato prima o poi di imporsi come dominanti. Solo se inquadrati così si possono forse comprendere appieno i motivi e la portata della scissione che gli 1,8 milioni di iscritti al Service employees international union, insieme con gli 1,4 aderenti ai tostissimi Teamsters, capeggiati dal gruppo più combattivo e intelligente dell’unionismo statunitense, hanno deciso di consumare ieri l’altro in apertura dell’annuale convention tenuta dall’Afl-Cio a Chicago.

          Fatto salvo che viene da sorridere nel leggere le argomentazioni «sovietiche» con le quali il segretario generale in carica, John J. Sweeney, ha provato a spiegare le cause della separazione, dovute secondo lui allo sfrenato arrivismo
          e al desiderio di potere anteposti dai capi della secessione agli interessi dei lavoratori, è bene ricordare che dopo anni di sconfitte i pochi successi contrattuali sono venuti, negli ultimi anni, proprio grazie all’attivismo dei capi
          della nuova Change to win colalition. Una scissione da sinistra, dunque, come si direbbe da noi, in piena controtendenza con gran parte della storia dell’unionismo d’oltreatlantico e che poco o nulla ha a che fare con le ricorrenti litanie sul declino sindacale causato da quello del conflitto sociale. Al contrario.

          Andrew L.Stern, James P.Moffa, Bruce Reynor hanno deciso di portare i loro fuori dalla casa madre proprio in ragione della necessità di definire e costruire i termini di una nuova e più combattiva strategia rivendicativa. Il sindacato tradizionale figlio della rivoluzione industriale, queste le loro parole, è ormai spiazzato e impotente soprattutto perché incapace a comprendere
          e organizzare le richieste di un nuovo mondo del lavoro disperso a milioni
          nei servizi, nelle grandi città e fatto in grande parte di immigrati spesso irregolari o clandestini. Sono i dipendenti della Federal Express, di Ups, di
          Wal-Mart, delle migliaia di alberghi, ristoranti, centri di intrattenimento,
          di fitness. Un popolo non solo antropologicamente assai diverso
          dall’operaio organizzato e difeso per decenni dal «butter and bread unionism», ma che per modalità e tempi lavorativi, flessibili e discontinui come quelli della
          vita, segna una vera e propria soluzione di continuità rispetto a quello da cui e per cui è nato il sindacato d’antan. Quello che abbiamo finora conosciuto è nato infatti con l’industria e i suoi operai.Non prima. Ed è proprio perché
          oggi siamo nel “dopo” che nasce la questione, posta con grande serietà dagli eventi di Chicago, se basta solo una più intelligente e intraprendente leadership per venire a capo di un problema che più che «contrattuale» sembra strutturale. La globalizzazione, infatti, non limita i suoi effetti alla semplice diffusione del telefonino ma agisce a fondo, proprio come fece dal ’700 in avanti l’industria, sulle relazioni sociali, sulla forma dei conflitti e la natura stessa degli interessi. Basta vedere quanto grande sia l’incongruenza
          tra il carattere sostanzialmente nazionale su cui è nato e si è sviluppato il
          sindacato di fabbrica, e le dimensioni mondiali che oggi compongono gli oggetti e i soggetti della produzione. Quando negli anni ’60 Daniel Bell parlava della fine del conflitto a causa dell’avvento postindustriale non aveva colto il bersaglio. Sono le forme sindacali, non quelle del conflitto che tramontano.Tanto è vero che, ad esempio, nonostante le tante polemiche sui
          livelli di competitività che Wal-Mart, a spese dei suoi dipendenti, si può permettere, la maggioranza dei «ceti produttivi» non si è per nulla commossa,
          continuando invece ad apprezzare grandemente i prezzi estremamente bassi delle merci in vendita sui banconi del supercolosso mondiale della
          distribuzione. La verità è che i lavoratori nel loro insieme, anche grazie alla disponibilità ormai everyone, anytime ed anywhere di Internet, non pensano affatto a trasformarsi, come una volta si immaginava, in produttori perché
          preferiscono rimanere nella loro condizione di consumatori; e, se possono, difenderla.

          Il sistema di produzione e il suo sindacato, nati da Speehamland, avevano la forma semplice della nazionalità e della dualità. Padroni e operai. Oggi non sembra che le cose stiano più così. Ragion per cui, dopo aver imparato dalla storia che il mondo è nato prima del sindacato, sorge oggi il sospetto che per il futuro dovremo, forse, attrezzarci a vivere facendone nuovamente
          a meno.