“Mondo” Italiani, un popolo di stakanovisti

05/05/2005
    giovedì 5 maggio 2005

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    I dati dell’università di Monaco sull’organizzazione del lavoro nei paesi del Vecchio continente
    Italiani, un popolo di stakanovisti
    In ufficio 38 ore settimanali. Ma gli americani lavorano di più

      di Federica Zoja

        Gli italiani lavorano meno degli statunitensi, ma più di tedeschi, francesi, olandesi e danesi. A risentirne è la busta paga, più leggera nelle tasche tricolori. Gli impiegati a tempo pieno del nostro paese trascorrono circa 1.672 ore all’anno seduti dietro la propria scrivania, in media 38 ore la settimana.

        Gli stakanovisti a livello mondiale sono gli americani, con 1.904 ore lavorate ogni anno per dipendente, per un ammontare di circa 40 ore settimanali. I giapponesi, invece, sfatando i luoghi comuni, dedicano al lavoro circa 100 ore in meno degli statunitensi: 1.803 ore l’anno per impiegato.

          Lo ha reso noto lo ´European economic advisory group’ del Cesifo, centro di ricerca legato al dipartimento di economia dell’università di Monaco, in Germania, che ha pubblicato il 9 marzo scorso il proprio rapporto annuale sull’economia nel Vecchio continente.

            In Europa, i più attaccati al proprio ufficio sono gli abitanti dei nuovi paesi membri, a fronte della pigrizia dei più anziani: Italia, Francia, Germania occidentale e Regno Unito figurano alle ultime posizioni della classifica, con meno di 1.700 ore lavorate ogni anno. Bisogna, tuttavia, tenere presente che sono gli standard contrattuali a stabilire un orario più ridotto rispetto agli omologhi di Oltreoceano.

              Solo la Germania si sta progressivamente adattando ai canoni statunitensi, aumentando le ore lavorative per far fronte alla crescente concorrenza internazionale: molte aziende tedesche, alle prese con una profonda crisi, come Opel e DaimlerChrysler, hanno raggiunto un accordo con i sindacati per portare l’orario lavorativo fino a 40 ore settimanali mantenendo immutati gli stipendi. Una soluzione tesa a conservare la produzione nelle fabbriche nazionali, piuttosto che spostarla verso Est.

                Al di là delle ore stabilite a livello contrattuale, in realtà sono in molti a lavorare decisamente di più.

                  In Italia, i dipendenti rimangono in media inchiodati al proprio posto circa 38,5 ore alla settimana, cioè mezz’ora in più rispetto a quanto stabilito dalla normativa vigente. Ben più pesante il differenziale nel Regno Unito: se da contratto le ore settimanali sono 37,2, gli inglesi tendono a spendere in ufficio circa 43,3 ore la settimana, quindi circa 6,1 ore in più del previsto.

                    Il rapporto Cesifo cerca di immaginare le conseguenze di un aumento delle ore di lavoro per l’economia europea; se la tendenza dei prossimi anni sarà verso orari di lavoro sempre più lunghi, senza aumenti di stipendio proporzionali, dopo il tentativo francese di ridurre la disoccupazione stabilendo 35 ore settimanali di lavoro per tutti, bisognerà comunque valutare i pro e i contro, anche in termini di politiche sociali.

                      La trasformazione in corso in Germania sta influenzando anche il dibattito francese, a testimoniare ancora una volta il legame mai interrotto fra i due paesi. Ma gli effetti dell’introduzione di orari di lavoro più lunghi devono essere considerati sia in un’ottica di breve termine sia sul lungo periodo. A breve, implicherà: maggiore produttività, migliore utilizzo dei capitali, nessuna perdita di posti di lavoro e niente decentralizzazione verso paesi terzi.

                        A un certo momento, però, suggerisce il rapporto Cesifo 2005, gli stipendi dovranno pur riflettere il numero crescente di ore richieste a un lavoratore, soprattutto nei centri nevralgici degli stati membri della Ue, dove il costo della vita è molto più alto che nelle regioni periferiche. Alla lunga, quindi, il tutto potrebbe rivelarsi controproducente.

                          Lo scenario ipotizzato dall’Economic advisory group propone tre punti chiave: più ore di lavoro, una politica di contenimento degli stipendi, e, dulcis in fundo, il mantenimento del medesimo livello di occupazione. Se infatti si aumentassero anche i posti di lavoro, il vantaggio ottenuto dal contenimento delle retribuzioni si perderebbe. Sono in molti, dunque, a osservare con attenzione l’esperimento tedesco (l’argomento è al centro delle discussioni di imprenditori belgi e olandesi) per valutarne gli effetti, niente affatto scontati.

                            Il Parlamento europeo e l’orario di lavoro. Tre anni dopo l’entrata in vigore della nuova direttiva sull’orario di lavoro, i deputati europei affrontano una revisione globale della normativa, talvolta in disaccordo con le proposte della Commissione europea. Lo scorso 19 aprile, la commissione occupazione e affari sociali del Parlamento europeo ha votato alcuni emendamenti alla nuova proposta di direttiva, che sarà sottoposta alla sessione plenaria del Parlamento a metà maggio; in seguito, si ritroverà sul tavolo dei ministri dell’occupazione e degli affari sociali della Ue-25, che si riuniranno il 2 e 3 giugno a Lussemburgo, per tentare di giungere a un accordo politico su questo dossier.

                              Infine, il testo verrà trasmesso alla presidenza britannica dell’Unione europea. La commissione occupazione si è occupata, in particolare, della clausola di ´opt out’ e dei tempi di guardia.

                                La clausola di ´opt-out’ prevede che sia il lavoratore, al momento di firmare il contratto di assunzione, ad attivare oppure o no un orario di lavoro lungo, cioè di 48 ore. Può rinunciarci oppure dirsi disponibile. Gli europarlamentari hanno votato per la soppressione di questa clausola, utilizzata soprattutto in Gran Bretagna; ritengono, infatti, che sia ambigua e si presti ad abusi: non è detto che, al momento di essere assunto e di scegliere se attivarla, il lavoratore sia libero da pressioni. Può essere obbligato a scegliere le 48 ore, pur non volendo, oppure essere costretto a rinunciarci perché il datore di lavoro non intende pagargli il dovuto, pur facendolo lavorare 48 ore. In controtendenza rispetto alla Commissione europea, inoltre, i parlamentari hanno votato per la contabilizzazione nell’orario di lavoro dei tempi di guardia, attivi e inattivi, per esempio, quelli dei medici.

                                  Quanto alla possibilità per un lavoratore di seguire corsi di formazione, uno specifico emendamento prevede che le ore di lavoro siano organizzate in modo tale da favorire l’aggiornamento professionale.
                                  I deputati europei difendono anche il principio di un equilibrio fra vita professionale e vita privata, sottolineando la necessità di una flessibilità del tempo di lavoro. (riproduzione riservata)