“Mondo” Il tracollo del sindacato Usa: dopo il declino, la scissione

26/07/2005
    martedì 26 luglio 2005

    Pagina 15 – Esteri

      Con 13 milioni di iscritti (su 125 milioni di lavoratori), continua la parabola discendente delle unions

        Il tracollo del sindacato Usa
        dopo il declino, la scissione

          A Chicago si consuma la spaccatura dell´Afl-Cio

          dal nostro corrispondente
          Alberto Flores D´Arcais

            NEW YORK – Doveva essere la convention per festeggiare il cinquantenario, si sta trasformando nella pietra tombale del già moribondo sindacato americano. Il congresso della Afl-Cio si é aperto ieri, in quella Chicago che fu la storica roccaforte del movimento operaio statunitense, in un clima di guerra interna, con quattro unions già pronte alla scissione.

            Guidate dai leggendari «Teamsters», il sindacato dei camionisti che negli anni Cinquanta e Sessanta spadroneggiava nel mondo del lavoro con metodi sempre al limite della legalità, le quattro federazioni – la International Brotherhood of Teamsters, la Seiu (Services Employees International Union), la Ufcw (United Food and Commercial Workers International) e la Unite Here (il sindacato che raggruppa i lavoratori dei ristoranti, degli alberghi e dell´industria tessile) – hanno deciso di boicottare il congresso di Chicago e di dare vita, la prossima settimana, ad una nuova centrale sindacale.

            Esattamente trent´anni fa (il 30 luglio) James Riddle Hoffa – il leader dei Teamsters che nel 1952 era stato accusato di attività finanziarie illecite dalla commissione Lavoro del Senato di cui facevano parte Joe McCarthy (quello del maccartismo), Barry Goldwater e John Kennedy – scomparve mentre si recava ad un appuntamento a Detroit con il potente gangster Anthony Giacalone; il suo corpo non venne mai ritrovato e nel 1982 venne dichiarato morto presunto. Quella scomparsa, oltre a mettere fine alla vita politico-sindacale di Hoffa, il più potente sindacalista dell´epoca spesso in odore di mafia, diede una botta decisiva ai Teamsters proprio alla vigilia dell´epoca reaganiana e delle deregulations che misero negli anni Ottanta alle corde l´intero sistema sindacale americano.

            Da quegli anni la Afl-Cio non ha fatto altro che perdere pezzi e iscritti, passando da decine di milioni di iscritti – nei primi anni Sessanta le nuove adesioni erano al ritmo di un milione l´anno – agli attuali tredici milioni.

            Eppure, quando nel febbraio del 1955 i leader della Afl (American Federation of Labor) e del Cio (Congress of Industrial Organizations) avevano deciso di unirsi in un famoso incontro a Miami (sancito poi formalmente nel dicembre di quell´anno dalla convention di New York) ponendo fine a una guerra di venti anni – iniziata nel 1935 quando il potente capo di minatori John Lewis spaccó il movimento sindacale – sembrava impossibile che il sindacato Usa potesse entrare in crisi. Il dopoguerra con i suoi boom economici, le vittoriose battaglie per i diritti umani, una forza di iscritti e finanziaria senza paragoni, avevano reso l´Afl-Cio la più potente organizzazione degli interi Stati Uniti.

            Se nel 1955 le unions rappresentavano circa il 35 per cento della intera forza lavoro americana, nel 1995 questa percentuale si era ridotta al 15 per cento e oggi raggiunge a malapena l´8 per cento (nel settore privato).

            Al declino numerico (e finanziario) – il mercato del lavoro americano è composto di quasi 125 milioni di persone – la Afl-Cio non ha saputo dare negli ultimi dieci anni alcuna proposta concreta, e chi nel 1995 aveva riposto le speranze in John Sweeney, il nuovo leader eletto dieci anni fa promettendo un totale rinnovamento e rilancio del sindacato, è rimasto ben presto deluso. Compresi i leader democratici – la Afl-Cio è schierata apertamente con il partito dell´asinello – che sulla rinascita del sindacato puntavano per rafforzare una base elettorale anch´essa in declino e con funzionari sempre più distanti dal mondo del lavoro reale.

            Non per tutti i sindacati, va detto, le cose vanno così male; alcuni sono stati in grado di rinnovarsi, hanno individuato nuove e più moderne strategie, differenti forme di lotta e diversi rapporti con le controparti, riuscendo ad invertire la tendenza e guadagnando iscritti e soldi. Fra questi il sindacato dei lavoratori dei servizi (il Seiu) guidato da Andrew L. Stern, nuovo prototipo di "sindacalista-manager" con ottimi studi alle spalle (le università della Ivy League) e amicizie che contano tra i politici e il mondo finanziario.

            Negli ultimi mesi al progetto di Stern – cambiare radicalmente il sindacato – hanno aderito altre unions di peso come il sindacato alimentare (United Food), quello dei tessili e dei lavoratori alberghieri (Unite Here), i carpentieri della United Brotherhood of Carpenters and Joiners of America, la Laborers International Union e la United Farm Workers; finché alla fine si sono accodati – un po´ a sorpresa – anche i Teamsters di James P. Hoffa (figlio del Jimmy scomparso trent´anni fa), repubblicano come il padre, diventato sostenitore di Kerry dopo esserlo stato di Bush nel 2000, e anche lui nemico giurato del vecchio Sweeney.

            Queste sette unions hanno dato vita all´organizzazione «Change to win coalition» (Coalizione cambiare per vincere), che è di fatto il nucleo di un nuovo sindacato alternativo alla Afl-Cio. All´inizio Sweeney, per non perdere il proprio potere, aveva accettato la piattaforma dei ribelli – drastica riforma del movimento sindacale, meno burocrazia e più investimenti nella campagna di tesseramento soprattutto dei giovani – fino a quando nel marzo scorso, durante la preparazione del congresso, ha ottenuto l´appoggio del potente sindacato dell´auto e rotto ogni dialogo con le federazioni di «Change».

            La parola spetta adesso ai delegati, che da ieri sono riuniti a Chicago. Sweeney spera ancora di evitare la scissione, ma i margini di manovra sono praticamente impossibili. Sommando gli aderenti alla quattro sigle che hanno deciso di non partecipare neppure alla convention, emerge infatti che rappresentano più di un terzo di tutti i sindacalizzati (cinque milioni su tredici di iscritti complessivi), mentre con il loro bilancio di 20 milioni di dollari annui (ciascuna) incidono per un sesto nel bilancio complessivo dell´intera Afl-Cio. Inoltre sia la Seiu che i Teamsters hanno già deciso formalmente di abbandonare la Afl-Cio e altre tre sigle (Ufcw, Unite Here e Laborers) sono sul punto di farlo (quanto ai "carpentieri", loro non sono mai stati affiliati alla casa madre).

            «L´unico che vince in questa situazione è George Bush, con i suoi tirapiedi che stanno cercando di indebolire i sindacati», ha dichiarato infuriato Gerald McEntree, presidente del comitato politico dell´Afl-Cio. Gli ha risposto seccamente Stern: «Non stiamo cercando di dividere il mondo sindacale. Stiamo cercando di ricostruirlo».