“Mondo” Il supermarket del predone (1)

23/12/2003





 
   
1- Il supermarket del predone

2- Dal set ai picchetti, aria da anni Trenta



Lunedì 21 Dicembre 2003
ECONOMIA




 

Il supermarket del predone
Come un ipermercato ha cambiato la faccia degli Usa. Storia della Wal Mart: prezzi stracciati per impiegati stracciati. Dopo United fruit e McDonald’s, il nuovo logo americano da battere
LUCA CELADA


LOS ANGELES
La manifestazione si è tenuta al Century Plaza, l’albergo di Beverly Hills dove due mesi fa Arnold Schwarzenegger aveva festeggiato la sua elezione a goverenatore promettendo di srotolare in California il «tappeto rosso» per le imprese. L’occasione: un rally di solidarietà con i 70.000 lavoratori di supermercati californiani in sciopero dall’11 ottobre, quando sono stati sospesi i negoziati per il rinnovo del contratto a fronte della proposta di Safeway – una delle tre maggiori catene alimentari – di ridimensionare del 15% i contributi sanitari dei dipendendenti. Appena indetto lo sciopero, Albertson’s e Ralphs, di proprietà del gruppo Kroger, hanno annunciato la serrata dei propri dipendenti, e così 70.000 commessi, cassieri e addetti alla manutenzione si sono ritrovati a picchettare i parcheggi di centinaia di supermemercati da Los Angeles a San Diego che, in previsione dello sciopero, avevano cominciato con largo anticipo a reclutare lavoratori «sostitutivi». Nella completa assenza di negozi alimentari indipendenti, in una città come Los Angeles fare la spesa significa andare al supermemercato, e il 90 per cento dei supermercati fanno capo ai tre maggiori gruppi: al di là di alcune piccole catene minori non ci sono alternative. Malgrado questo la solidarietà è stata sorprendente; soprattutto nelle prime settimane i parcheggi dei supermercati sono rimasti praticamente vuoti e il rispetto dei picchetti che il sindacato Ufcw ha organizzato davanti ad ogni negozio, quasi completo. Fin dall’inizio si è profilata una lotta a oltranza, i negoziati sono stati quasi subito interrotti malgrado il tentativo di mediazione federale e da allora procedono a singhiozzo. Le parti in causa si combattono a colpi di inserzioni a tutta pagina sui giornali in cui si scambiano accuse di ostruzionismo e irresponsabilità. Un contenzioso aspro, all’americana, senza ammortizzatori istituzionali; le direzioni dei supermarket giurano pubblicamente che non cederanno di un passo, i cartelli sventolati dai picchettanti raffigurano foto dei crumiri con nome e cognome delle centinaia di «sostituti» reclutati anche da stati vicini (per l’operazione è stata ingaggiata la Personnell Support Systems, famigerata società specializzata nel sabotare scioperi a pagamento) . Senza paga da 10 settimane gli impiegati, più della metà dei quali sono vittime della serrata, dipendono dalle collette sindacali, da casse di mutuo soccorso e dalle food bank in cui vengono distribuiti viveri e giocattoli per Natale. Ma ma le riserve sono ormai allo stremo. Per questo la solidarietà dei sindacati nazionali è stata accolta con tanto entusiasmo.

Al rally un applauso particolarmente fragoroso ha accolto il reverendo Jim Lawson, 84 anni, veterano di molte campagne, compreso lo sciopero dei netturbini di Memphis nel 1968 a fianco di Martin Luther King (ucciso dopo essere intervenuto ad un comizio in loro favore), che ha ricordato quella lotta e invitato i lavoratori a prepararsi, come allora, ad azioni di disubbidienza civile. Al Beverly Plaza c’era anche una delegazione della Aftra, il sindacato dei tecnici cinetelevisivi (80.000 membri) e del Sag, quello degli attori di Hollywood (120.000 membri) guidata da Melissa Gilbert, già attrice de La casa della prateria e ora militante leader (di Schwarzenegger ha detto: «sarà il mio governatore ma io sono pur sempre la sua presidente!»), una rappresentanza dei teamsters – gli autotrasportatori – e una ventina di tatuatissimi centurioni in assetto da Hell’s Angels su Harley Davidson, a seguito di due scintillanti autotreni Peterbilt (stile Duel).

Soprattutto c’era John Sweeney, segretario nazionale della Afl -Cio, portatore di un contributo di 500.000 dollari alla cassa sciopero e della notizia dell’estensione del boicottaggio ai negozi della catena Safeway su tutto il territorio nazionale. Fra gli applausi Sweeney ha definito la lotta della Ucfw quella di tutto il movimento sindacale. «Rischiamo le conquiste di mezzo secolo di lotte», ha detto , «Los Angeles sarà la nostra ultima linea di difesa».

Se lo sciopero sta assumendo toni da sfida finale è perché sulla vertenza incombe l’ombra dei Big Box, i «negozi scatolone», gli ipermercati dove si può comprare tutto, dalla mobilia ai pannolini, dai motocili all’abbigliamento, computer e alimentari che sono il paradigma del consumo postmoderno. Caso specifico la Wal Mart, assurta in due decenni ad esempio diagrammatico del nuovo retail, cioé della produzione, distribuzione e acquisto di beni di consumo su massiccia scala transazionale e in volume gigantesco. Con 2966 immensi megamercati negli Stati uniti e altre centinaia in trenta paesi del mondo, nell’ultimo anno fiscale Wal Mart ha fatturato 245 miliardi di dollari, ha incassato 8 miliardi di dollari di profitti ed è diventata oggi la maggiore corporation del mondo: grande tre volte la numero due del settore, Carrefour, ha un giro d’affari che il doppio di quello della General Electric, e otto volte quello della Microsoft. Una success story dell’era ultraliberista, modello di un capitalismo estremo.

In virtù delle proprie dimensioni e delle proprie politiche commerciali, Wal Mart ha un impatto profondo sull’economia globale. Stando a un rapporto del McKinsley Global Institute ben il 4% della crescita economica americana dal 1995 al 1999 sarebbe riconducibile alla mega-corporation, e così pure il contenimento dell’andamento inflazionario nazionale, in virtù della sua politica di prezzi stracciati. «Regolato» al suo interno da un decreto centrale della compagnia che stabilisce condizioni microclimatiche uniformi in ognuno dei suoi supercenters, Wal Mart è un colosso talmente onnivoro da creare una sua sfera macroeconomica, dalla determinazione dei prezzi all’ingrosso di beni e materie alla fluttuazione di costi e salari al flusso di manodopera sul mercato internazionale.

Creato da Sam Walton come negozio di quartiere nel suo paese natale di Bentonville in Arkansas nel 1950, Wal Mart è cresciuto in modo costante, dapprima lentamente aprendo negozi soprattutto nel sud e nel midwest, poi esponenzialmente creando il concetto di meganegozi. Sin dall’inizio Walton adotta la filosfia dello sconto estremo, come strumento di predazione sulla concorrenza. Invece di accontentarsi di vendere prodotti per un prezzo lievemente inferiore a quello della concorrenza intascando il guadagno derivante dalla differenza col prezzo all’ingrosso, il fondatore di Wal Mart crede nell’abbassamento del prezzo fino appena al di sopra la soglia della perdita, compensando il minor guadagno col volume delle vendite. Una politica della terra bruciata che ha funzionato splendidamente; premiato dal fallimento della concorrenza a livello locale la catena ha dato la scalata al mondo.

Oggi l’«effetto Wal Mart» incute il terrore in concorrenti, città e addirittura paesi, come ha rilevato di recente il Los Angeles Times in una dettagliata inchiesta. Le ripercussioni socioeconomiche dell’apertura di un supercenter, negozi da 20.000 metri quadri, sulla circostante comunità sono state ampiamente documentate da dettagliati studi scientifici.

La prima conseguenza è solitamente il fallimento degli altri altri negozi nel raggio di diversi chilometri, con conseguente drastica perdita di posti di lavoro. Allo stesso tempo un Wal Mart di lavoro ne crea, ma si tratta di impieghi sottopagati, fino a metà dei salari della concorrenza , al punto che la stessa società sconsiglia di cercare di «mantenere una famiglia con un solo stipendio Wal Mart». E’ possibile invece lavorare a tempo pieno per la società guadagnando così poco da poter legalmente percepire sussidi statali: «Sono i working poor, spiega Kent Wong, direttore del centro studi sindacali dell’università della California, «di cui Wal Mart è una vera fabbrica».

Come gli shopping center hanno fagocitato i negozi di quartiere ancorando comunque un certo numero di piccoli imprenditori attorno alle grosse catene commerciali, Wal Mart inghiotte interi centri commerciali e ogni impresa annessa, creando istantanei monopoli locali e diventando l’unico datore di lavoro di una classe sottopagata e precaria di impiegati, che a loro volta per necessità e per semplice mancanza di alternativa si convertono in clienti. Non a caso Wal Mart predilige quartieri poveri e disagiati, che hanno il doppio vantaggio di offrire ottimi serbatoi di mano d’opera a basso costo e una fonte sicura di consumatori costretti a cercare il miglior prezzo. Il modello dipende dall’assoluta e continua riduzione di prezzi e costi, una religione a cui sono tenuti a convertitrsi gli impiegati (il termine ufficialmente utilizzato dall’azienda è associates, più o meno fra il partner il collega). Per ottenere continue riduzioni Wal Mart è diventato, come ha evidenziato il Los Angeles Times, un protagonista assoluto della globalizzazione economica.

(1-continua)

CALIFORNIA
Dal set ai picchetti, aria da anni Trenta

MIKE DAVIS


Nella California meridionale, negli ultimi tempi, lo spettacolo più comune non sono i set cinematografici o le feste sulla spiaggia bensì i picchettaggi militanti. Da Malibu al confine messicano, 70.000 lavoratori dei supermercati – di cui due terzi donne – sono in sciopero o in serrata dallo scorso 11 ottobre. Sono coinvolti oltre 850 punti vendita. E’ il più grande conflitto tra sindacati e settore privato sulla West Coast dagli scioperi generali di Hollywood nel 1946. Negli ultimi anni nessuno sciopero – nemmeno quelli nel trasporto pubblico o nella scuola – ha colpito così direttamente la popolazione. Praticamente ognuno dei 20 milioni di abitanti della regione ha dovuto fare i conti a livello individuale con la decisione morale di attraversare o no un picchettaggio.

Le questioni sono desolanti. Gli scioperanti, rappresentati dal sindacato del United Food and Commercial Workers (Ufcw, lavoratori del comparto alimentare e commerciale ndr), stanno resistendo al tentativo brutale delle prime tre catene di supermercati californiani di smantellare i benefici sanitari contrattuali e di ridurre i salari dei neoassunti.

Anche se il terreno di scontro è locale, le poste in ballo – una su tutti la tutela sanitaria – sono nazionali. Come ha detto lo storico del lavoro Nelson Lichtenstein al Los Angeles Times: «Il movimento dei lavoratori nazionale ritiene che questi eventi decideranno le politiche sociali negli Stati uniti per gli anni a venire».

Gli Usa, naturalmente, sono l’eccezione tra i paesi più ricchi e industrializzati per l’assenza di qualsiasi tutela sanitaria universalista. L’appartenenza ai sindacati piuttosto che la cittadinanza ha tradizionalmente garantito l’accesso a terapie mediche sovvenzionate. Ma con i sindacati ormai scesi sotto il 9 per cento del totale della forza lavoro del settore privato, e con i costi sanitari schizzati alle stelle, una quota sempre maggiore dei bilanci delle famiglie si è dovuta spostare verso la sottoscrizione della cosiddetta «health maintenance organisation» (Hmo, organizzazione per il mantenimento della salute, una sorta di carta sanitaria prepagata che da accesso a determinati trattamenti medici, ndr).

Una larga minoranza delle famiglie che lavorano, tuttavia, non può permettersi di pagare delle Hmo private. La contea di Los Angeles, capitale nazionale dello sfruttamento, ha, a questo proposito, un curriculum scioccante. Quattro milioni di residenti non sono assicurati e non hanno nemmeno una tutela medica o dentistica elementare.

Nel caso di imminenti pericoli di vita, le persone affollano i reparti di emergenza di un sistema ospedaliero locale sottofinanziato e al collasso. Medici disperati hanno recentemente affermato che molti pazienti muoiono giornalmente per mancanza di attenzione o di accesso a tecnologie mediche adeguate.

Il settore della vendita al dettaglio è il «terzo mondo» dell’economia Usa e contiene le più alte percentuali di lavoratori non assicurati, in mobilità e con bassi salari. I lavoratori sindacalizzati dei supermercati sono una drammatica eccezione e i loro pacchetti di benefici salariali sono stati un potente richiamo per quelli non organizzati. Questo non vuol dire che i membri del Ufcw sono le vacche grasse o gli aristocratici del lavoro. La maggior parte di loro lotta per sopravvivere con stipendi dai 12 ai 14 dollari l’ora. Ma i benefici accessori gli garantiscono una copertura sanitaria familiare che solitamente i lavoratori non sindacalizzati possono solo sognare.

Tuttavia, il trend dominante nelle relazioni industriali statunitensi vede le grandi corporations pronte a disfarsi dei loro obblighi sanitari. Il loro modello è nientemeno che il colosso del supersfruttamento e dell’ingordigia: Wal Mart. L’imminente invasione di Wal Mart in California è diventato il pretesto, sbandierato pubblicamente dai supermercati, per chiedere ai sindacati delle concessioni. Il gigante non-sindacalizzato della vendita al dettaglio, spiega un esponente sindacale, è «il terzo in comodo in ogni contesto negoziale».

Le tre catene alimentari affermano che senza sconti da parte dei sindacati saranno incapaci di competere con i nuovi 40 «supercentri» che la Wal Mart si appresta ad aprire il prossimo anno. Fanno notare come gli impiegati della Wal Mart guadagnino spesso la metà del salario dei lavoratori sindacalizzati e come siano costretti a pagare di tasca propria la copertura sanitaria (e per questo la maggioranza non ne ha nessuna).

Wal Mart ha rimpiazzato General Motors nel rango di multinazionale più grande del mondo. La catena di Bentonville, Arkansas, attraverso una combinazione di tecnologia just in time, capitalismo selvaggio e colonialismo vittoriano, ha reso il clan di Sam Walton la famiglia più ricca d’America (il valore netto supera i 100 miliardi di dollari).

Noto per i salari da fame e per gli imbrogli sugli straordinari ai danni del suo milione di lavoratori americani, Wal Mart è ancora più sinistro all’estero dove tiene sotto costante pressione migliaia di fornitori in Bangladesh, Cina e America centrale affinché riducano i costi del lavoro e abroghino i diritti dei lavoratori. Indirettamente è il più grande sfruttatore di lavoro minorile al mondo.

La «Wal-Martizzazione», dunque, è diventata sinonimo di corsa al ribasso e della distruzione totale dei diritti storici dei lavoratori e della cittadinanza sociale. E’anche la scusa più conveniente addotta dalle altre imprese commerciali, come le catene di supermercati, per lanciare attacchi preventivi contro i propri dipendenti. Queste problematiche sono ben comprese da tutti i sindacati e la Ufcw ha raccolto la solidarietà di insegnanti, macchinisti, lavoratori del comparto della pulizia e degli ospedali. Una volta 3.000 portuali si sono messi in marcia dalle banchine di Los Angeles per manifestare in un mercato lì vicino. E, in rottura con un tradizionale egoismo, il potente sindacato dei camionisti ha rifiutato di trasportare cibo e prodotti dai grossi centri di distribuzione.

Il più notevole e inaspettato sviluppo, tuttavia, è stato il continuo sostegno della gente. Centinaia di migliaia, se non milioni, di californiani hanno cambiato le proprie abitudini di acquisto, compiendo anche diversi chilometri in più pur di evitare di attraversare i picchetti. C’è una rinvigorente boccata d’aria fresca che riporta indietro agli anni Trenta.

Malgrado un notevole crollo nelle vendite e nei profitti, le tre catene di supermercati, unite in un probabilmente illegale patto di «mutua assistenza», hanno rifiutato di ritirare la loro richiesta principale di un tetto sui contributi sanitari. La loro è una guerra all’ultimo sangue. Pertanto è probabile che gli scioperi si trascineranno sino al nuovo anno.

Potrebbe sembrare strano che un conflitto di lavoro nell’assolata California diventi uno spartiacque per il sindacalismo americano, ma tutti sono risolutamente consapevoli che la Ufcw deve vincere questo sciopero a tutti i costi se vuole avere una possibilità di sindacalizzare la Wal Mart, impero dello sfruttamento e del male.

(traduzione Emanule Piano)