“Mondo” I fondi pensione in profondo rosso

18/09/2003



      Giovedí 18 Settembre 2003

      COMMENTI E INCHIESTE


      I fondi pensione in profondo rosso


      LOS ANGELES – Condannati a lavorare più a lungo di quanto non avessero sperato dopo aver perso parte dei loro risparmi investiti in Borsa, molti americani di mezza età continuano a sognare il momento in cui potranno godersi il meritato riposo. Ma quando quel giorno verrà, le loro aziende avranno abbastanza soldi per pagargli la pensione? Le notizie provenienti dalle società americane sono sconcertanti.
      Un recente rapporto della Standard and Poor’s rivela che il "buco" dei fondi pensionistici delle 500 aziende che compongono l’indice S&P 500 ammonta a 10mila dollari per dipendente, un totale di 216 miliardi di dollari a fine 2002. Per l’intero mondo aziendale americano le passività viaggiano sui 400 miliardi di dollari; per le aziende già in difficoltà finanziarie, esse potrebbero salire quest’anno da 35 a 80 miliardi di dollari nonostante il lieve recupero della Borsa, dove le aziende investono gran parte dei fondi pensionistici.
      Per spiegare il fenomeno, il mondo aziendale americano ha puntato il dito su fattori esterni, in particolare lo scoppio della bolla Internet, il calo dei tassi di interesse (e quindi dei rendimenti sugli investimenti a reddito fisso) e in generale lo stallo della crescita economica a livello globale.
      Dopo tutto tre anni fa le 500 società dell’indice S&P potevano vantare un surplus complessivo di 251 miliardi di dollari. È proprio questo, tuttavia, che preoccupa le autorità americane. La salute dei fondi pensionistici non dovrebbe dipendere in questa misura dalle oscillazioni congiunturali. «Negli ultimi anni del secolo le società americane non hanno versato quasi nulla nei fondi perché il loro valore nominale ha continuato a salire grazie agli aumenti delle quotazioni azionarie – ha detto l’analista Harvey Silverblatt della Standard and Poor’s -. Ora le società sono costrette a utilizzare parte dei loro profitti per colmare i deficit, con effetti ovviamente negativi sul livello degli utili».
      Secondo le stime i costi associati alle pensioni hanno scremato il 25% dai profitti aziendali nel 2002. L’anno scorso le 500 maggiori aziende hanno dovuto versare 46 miliardi di dollari per colmare il «deficit» pensionistico, e secondo le stime ne dovranno versare altri 36 entro la metà del 2004.
      Per legge una società è costretta infatti a effettuare contributi se la discrepanza tra attivo e passivo è superiore al 10 per cento. Gli effetti di questo fenomeno si faranno sentire per parecchi anni ancora, sottolineano gli analisti, grazie a una regola contabile che consente alle società di distribuire svalutazioni e rivalutazioni in conto capitale nell’arco di diversi anni.
      Per correre ai ripari, una società come General Motors ha deciso di prendere a prestito 16 miliardi di dollari in obbligazioni convertibili per colmare il disavanzo di 20 miliardi di dollari (a fine 2002) del suo fondo pensionistico, il maggiore d’America.
      Il suo esempio potrebbe essere imitato da altre aziende, grandi e piccole. Altre società hanno ottenuto il permesso dell’organo governativo che assicura i fondi pensionistici aziendali (la Pension Benefit Guaranty Corp) di contribuire attività fisiche come terreni, fabbriche, proprietà immobiliari o miniere, attività il cui valore futuro è difficile da valutare. La decisione della Northwest Airlines di contribuire al suo fondo pensionistico, in rosso di quattro miliardi di dollari, un investimento azionario in una piccola compagnia aerea non quotata in Borsa ha sollevato forti preoccupazioni tra i suoi dipendenti. La necessità di una radicale riforma del sistema pensionistico aziendale pare indispensabile, ma l’onda riformista ha perso fiato in questi ultimi mesi e il Parlamento americano molto probabilmente rimanderà ai prossimi anni la discussione di una nuova legge.
      Le uniche proposte con buona probabilità di essere approvate in questa legislatura si limitano infatti ad attenuare l’onere finanziario per le aziende; oggi la priorità per il governo e il Parlamento infatti è evitare che una nuova batosta faccia svanire una ripresa già debole.

      DANIELA ROVEDA