“Mondo” Gli schiavi della nuova Cina

30/01/2006
    sabato 28 gennaio 2006

    Pagina 13 – Estero

    LAVORANO NEI CANTIERI EDILI, SI CALCOLA CHE SIANO ALMENO DUECENTO MILIONI

      Sfruttati e senza paga
      Gli schiavi della nuova Cina

        Masse di contadini abbagliati dal sogno della grande città

          La storia
          Francesco Sisci

            PECHINO
            Non sono i nuovi schiavi del turbocapitalismo cinese, né sono la riedizione degli antichi coolies proni a ogni vessazione per i pochi spiccioli ottenuti per spingere un rikshaw.

              Sono però il nuovo sottoproletariato urbano delle grandi metropoli, visibili solo al cambio dei turni e riconoscibili per l’abbigliamento bizzarro: un casco di protezione giallo in testa e poi una giacca a tre bottoni sulle spalle, polverosa ma non sdrucita.

                Sono milioni, almeno 200 milioni sono arrivati nelle città grandi e piccole cinesi negli ultimi 15 anni, ma ogni anno molte e molte migliaia sono costretti a tornare a casa senza paga.

                  In questi giorni, alla vigilia della festa della primavera, si chiudono i conti dell’anno vecchio e si riaprono, dopo quasi un mese, quelli dell’anno nuovo. È proprio questo il momento in cui molti contadini, arrivati dalle campagne per lavorare come muratori nella folla dei cantieri aperti, dovrebbero essere saldati a fine di un anno di fatiche e invece non lo sono.

                    In termini assoluti il fenomeno è enorme, visto che sono le stesse autorità cinesi a segnalarlo. Infatti quest’anno i giornali ufficiali riportano che a Shenzhen, la città passata in 20 anni da 20 mila a 5 milioni di abitanti, la municipalità aiuterà i muratori non pagati. Nel Sichuan, il governo ha organizzato un centralino per ricevere le denunce degli operai non pagati. Si tratta di un primo passo verso quello stato sociale che il nuovo governo vorrebbe cominciare ad applicare sotto lo slogan «per una società armoniosa».

                      Il fenomeno però va al di là di una singola città. Ogni anno milioni di contadini fanno la fila per andare a lavorare come manovali in un cantiere di costruzione nelle città. Sono arruolati spesso attraverso società di mediazione, parenti, caporali, ciascuno specializzato in una zona, una provincia, un gruppo di villaggi.

                        Il caporale ne è responsabile con un appaltatore il quale può essere impiegato da una ditta di costruzione il quale a sua volta ha un contratto con il committente il quale sarà proprietario finale del palazzo. La catena dei rapporti può essere più corta, per un’impresa più piccola, o più lunga, per una impresa più grande. Di certo il sistema è di appalti a piramide, in cui il contatto tra l’operaio e il committente finale è molto lontano e vago.

                          Questo sistema permette grande elasticità lavorativa, il corpo operaio stesso in una grande opera non è una massa compatta, ma una serie di squadre più o meno piccole e più o meno indipendenti fra di loro. In questa lunga catena estremamente flessibile, qualunque cosa può andare storta: il caporale perde i soldi al gioco e si frega le paghe degli operai; il cliente finale ha problemi con le banche e non paga il costruttore; il costruttore tiene in piedi tre cantieri, due vanno lisci e uno no, quindi diminuisce ovunque il flusso di denaro.

                            In ogni caso chi soffre sono sempre gli operai. Loro arrivano dalle campagne e vengono trasferiti direttamente in baracche con letti a castello che servono come dormitori dentro il cantiere. Qui dormono, mangiano e riposano. Le camere sono più che spartane, le costruzioni fredde d’inverno e bollenti d’estate.

                              A Pechino o Shanghai, dove le condizioni degli operai cominciano a essere un problema di coscienza, qualcuno mette nelle baracche l’aria condizionata oltre all’onnipresente televisione. L’alloggio è a carico del cantiere, e spesso anche il vitto.

                                Alla fine dell’opera il neo muratore viene pagato e se ne torna a casa, se la sua squadra non ha trovato un altro lavoro o lui non è stato capace di infilarsi negli interstizi della nuova società urbana.

                                  Se non viene pagato è una confitta sociale, prima che personale. I parenti hanno aspettato per un anno a casa di riavere il figlio che porta regali come prova del suo successo in quel sogno abbacinante che è la città che vedono in televisione tutti i giorni. Se mio figlio torna senza soldi e invece il figlio del vicino i soldi ce li ha è una tragedia di paese. Per questo il periodo sotto la festa della primavera è anche il picco dei reati in città, furti, rapine, omicidi. I contadini non pagati sono disposti a tutto pur di non tornare a casa a mani vuote.

                                    Quello che serve come minimo, dicono degli avvocati, sarebbe una assistenza legale di uffici del governo nei confronti dei datori di lavoro inadempienti, ma questo si sta cominciando a farlo solo oggi.