“Mondo” Europa e Usa, i Welfare contrapposti

08/04/2003



              Martedí 08 Aprile 2003
              COMMENTI E INCHIESTE


              Europa e Usa, i Welfare contrapposti


              DI ALBERTO ALESINA
              Il Welfare state è molto più sviluppato in Europa che negli Stati Uniti. Le conseguenze sono abbastanza evidenti; lo sono molto meno le cause. Perché i due lati dell’Atlantico compiono scelte redistributive così diverse? Una risposta puramente economica non basta e non è convincente; in realtà, conta molto la differenza fra sistemi politici e istituzionali e contano fattori storici e culturali. Questa distanza sta cominciando a pesare, negativamente, anche nei rapporti politici fra i due continenti. Una variazione sul tema consiste nel sostenere che la maggiore mobilità sociale esistente negli Usa permette ai poveri di sfuggire più facilmente alla propria condizione, e li mette quindi in grado di non aver bisogno di aiuti governativi. Esistono su questo punto, in effetti, notevoli differenze di valutazione fra americani ed europei. Secondo il «World Value Survey», in una ricerca attitudinale compiuta in 40 nazioni, il 71% degli americani pensa che i poveri possano uscire dalla loro condizione impegnandosi nel lavoro, ma solo il 40% degli europei condivide quest’opinione. Ma è sostenibile che il mercato offra effettivamente alla popolazione povera degli Usa maggiori chance di uscire dalla povertà di quanto non avvenga in Europa? Le ricerche empiriche su questo punto non danno conclusioni certe. Una lettura spassionata della letteratura tecnica in materia suggerisce che, se è vero che la mobilità sociale è lievemente maggiore in America, la differenza con l’Europa non è tale da giustificare così forti differenze di opinione.
              Sistemi fiscali. Un’altra spiegazione puramente economica è la seguente: i sistemi fiscali sono più efficienti in Europa che in America, comportano cioè meno distorsioni, e quindi il costo del Welfare state e della redistribuzione del reddito è minore. Il miglioramento del sistema di raccolta delle tasse ha certamente molto a che fare con la crescita storica delle dimensioni del governo nelle nazioni industrializzate – anche se non è così chiaro quale sia la causa e quale la conseguenza. È possibile, in effetti, che il bisogno e il desiderio di espandere l’azione del governo abbia prodotto un miglioramento del sistema di tassazione, invece che viceversa. In ogni caso, è assai improbabile che la diversa efficienza del sistema fiscale negli Usa e in Europa possa spiegare così notevoli differenze sulle dimensioni del Welfare. Tra l’altro, i sistemi fiscali europei sono molto diversi fra loro, nonostante il fatto che le politiche di redistribuzione siano invariabilmente più estese in Europa che negli Usa. Va aggiunto che l’evidenza disponibile dimostra che l’evasione fiscale in Europa è in realtà più alta che negli Usa; il che suggerisce come sia più difficile raccogliere le tasse in parecchi Paesi europei che oltre Atlantico. Visto che spiegazioni puramente economiche non ci portano molto lontano, dobbiamo allora rivolgere la nostra attenzione a politica e istituzioni. Una differenza rilevante è che il sistema elettorale proporzionale, diffuso nell’Europa continentale, è generalmente associato a programmi governativi di redistribuzione più ampi. Con questo sistema, infatti, anche gruppi relativamente piccoli possono essere rappresentati nei Parlamenti, aumentando così le pressioni alla redistribuzione. Si noti tra l’altro come il sistema proporzionale sia relativamente recente: nella maggior parte dei Paesi europei fu introdotto immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale, come risultato della pressione dei Partiti socialisti e comunisti. Negli Usa, invece, il sistema proporzionale non fu mai preso in considerazione: da una parte, infatti, la maggioranza bianca temeva di favorire le minoranze, i neri in particolare; dall’altra, il movimento socialista e comunista era molto più debole che in Europa.
              Le Costituzioni. Un altro elemento importante è legato all’origine e alla stabilità delle varie Costituzioni. Quasi tutte le nazioni europee hanno Costituzioni relativamente recenti, che sono spesso state il prodotto di momenti in cui grandi masse di lavoratori hanno fatto pesare la propria voce nell’arena politica. È vero che la Costituzione americana è stata emendata, ma è rimasta fondamentalmente lo stesso documento approvato nel 1776 da una minoranza di bianchi ricchi. Nella sua famosa Interpretazione economica della Costituzione, Charles Beard dimostra come una delle motivazioni della Convenzione costituzionale fosse stata quella di scrivere un documento che proteggesse la ricchezza dalla tassazione "eccessiva". E difatti la Costituzione americana prevede vari ostacoli volti a impedire un’eccessiva redistribuzione del reddito. La Corte suprema – almeno fino alla Seconda guerra mondiale – è stata di ostacolo alle politiche progressiste, operando a difesa della proprietà privata. In un suo celebre pronunciamento del 1894, per esempio, la Corte rigettò l’istanza a favore della creazione di una tassa federale sul reddito con la motivazione che fosse un ingiustificato attacco al diritto di proprietà. Ci vollero vent’anni, e il XVI emendamento della Costituzione, perché questa tassa venisse istituita. Il Presidente Roosevelt riuscì a introdurre le leggi sul Welfare solo dopo aver ingaggiato un’aspra battaglia con la Corte suprema, e avere minacciato di metterne in discussione l’indipendenza. Un ruolo simile venne giocato dal Senato del XIX secolo, che non veniva eletto ma era composto da possidenti bianchi, un po’ come la Camera dei Lord inglese. Ma facciamo pure l’ipotesi che l’Europa avesse le stesse istituzioni politiche degli Usa. A quel punto gli atteggiamenti sulle politiche di Welfare sarebbero identici? La risposta è no. A determinare il diverso atteggiamento delle due sponde dell’Atlantico sono, infatti, anche differenze culturali, e in particolare una percezione diversa del problema della povertà.
              Le colpe della povertà. In termini molto rapidi, i sondaggi indicano che gli americani pensano che i poveri siano "pigri", mentre gli europei li considerano "sfortunati". Per essere più esatti, è molto maggiore negli Usa, che in Europa, la percentuale di chi pensa che si possa uscire dalla povertà attraverso un duro lavoro individuale. Ci si può chiedere, allora, perché gli americani abbiano una percezione delle cause della povertà diversa da quella esistente in Europa. Una delle risposte a questo interrogativo sta nella diversa composizione etnica, e nei diversi clivages razziali. Quella americana è una società caratterizzata da una maggiore frammentazione razziale, dove le differenze di reddito sono correlate alle differenze razziali. Per un americano bianco della middle class, pensare che un povero sia "diverso" (leggi: nero) è quindi più semplice che per un borghese in un Paese, poniamo, come la Svezia. L’atteggiamento nei confronti delle politiche redistributive è insomma strettamente correlato alle preferenze in materia di integrazione razziale. Una quantità di dati statistici dimostra come si tenda a essere più generosi verso chi appartiene al proprio gruppo, in questo caso al proprio gruppo razziale. Ne deriva che le politiche di redistribuzione saranno più limitate nelle società più frammentate, dove la generosità tra persone è frenata da barriere etniche. Questa conclusione è confermata da analisi comparative di dati raccolti negli Usa sul problema della coesione delle comunità. L’etica protestante e calvinista è a sua volta una potente forza culturale, che spinge gli americani a considerare il successo come un segno di benevolenza divina, più di quanto non sia nell’Europa cattolica. I Partiti cattolici europei, infatti, sono stati – assieme ai Partiti socialisti – convinti assertori delle politiche di redistribuzione. In conclusione, i motivi che hanno portato europei e americani a compiere scelte diverse in materia di Welfare e di redistribuzione sono profondamente radicati nelle rispettive storie e nelle rispettive culture. Come si è cercato di dimostrare, un insieme complesso di fattori istituzionali, storici e sociologici hanno portato a compiere scelte molto diverse, cosa che nessuna teoria economica pura potrebbe spiegare. Almeno parte di queste stesse motivazioni spiegano la crisi che si è aperta in seno all’Occidente sull’approccio alla politica internazionale: è bene tenerne conto, perché non si tratta di differenze superficiali o contingenti.