“Mondo” E Mc Donald’s corre ai ripari

15/03/2004



   
1 – E Mc Donald’s corre ai ripari

2 – La legge del cheeseburger

13 Marzo 2004
SOCIETÀ


 
E Mc Donald’s corre ai ripari
Meno sale sulle patatine.
Ma un film mette sotto accusa i suoi menù
GABRIELLA ZIPOLI


Mentre negli Stati uniti la maggioranza repubblicana si dava da fare per proteggere l’industria alimentare dalle azioni legali dei consumatori «ammalati di obesità», qualcosa già si stava muovendo sotto gli archi dorati del fast food: Mc Donald’s ha infatti annunciato l’imminente riduzione della quantità di sale sulle patatine fritte, e Burger King – il famoso rivale – sta per seguirlo a ruota. Evidentemente il rilievo internazionale assunto dalle campagne di informazione pubblica sul nesso tra l’insorgenza dell’obesità e la fast-alimentazione ha fatto crescere, nelle big companies del cibo veloce, la paura di perdere peso commerciale. Ed in effetti gli affari non vanno poi così tanto bene. In controtendenza con le campagne pubblicitarie iniziali, che sottolineavano che da Seattle a Mosca e da Bombay a Tokio il cliente trovava sempre lo stesso hamburger, negli ultimi tempi le multinazionali hanno diversificato i menù per renderli «compatibili» con le abitudini alimentari locali: in India è comparsa la polpetta di agnello, in Thailandia quella di maiale, in Giappone una prelibatezza di pollo con soia, e tutte rigorosamente con nomi folkloristici, che vorrebbero strizzare l’occhio alla tradizione. Insomma, quando si devono rimettere a posto i conti, la globalizzazione sembrerebbe passare in secondo piano. E i conti parlano chiaro: negli Usa Mc Donald’s ha comunicato che, per la prima volta dal 1995, il suo bilancio trimestrale è andato in rosso del 5-6%, e per questo ha chiuso alcuni punti vendita (che sono circa 30 mila in giro per il mondo!) con il conseguente licenziamento di circa mille dipendenti.

L’autorevole Journal of the American Medical Association (Jama) ha appena pubblicato uno studio che ha evidenziato come tra il 1990 ed il 2000 la percentuale di morti per la cattiva alimentazione e l’obesità siano passati negli Stati uniti dal 14% al 16,6% sul totale dei decessi: questa tendenza è destinata ad aumentare, mentre sono in calo le morti per patologie legate al fumo e all’alcol. Gli esperti lanciano un appello: sarà necessario dimezzare la quantità di sale nei cibi entro i prossimi 5 anni per salvare migliaia di persone da gravi problemi cardio-circolatori. Se il Jama non ha grande diffusione di massa (ma il suo rapporto è stato pubblicato dal Washington Post del 10 marzo 2003), il grande pubblico può essere raggiunto dal documentario «Super Size Me» (letteralmente «ingrassami») del newyorkese Spurlock, presentato recentemente al Sundance Film Festival, la kermesse del cinema americano indipendente. Il regista, poco più che trentenne, ha compiuto un esperimento autobiografico: per 30 giorni ha consumato i suoi tre pasti quotidiani nei Mc Donald’s di venti città americane, tenendo la telecamera accesa e documentando la sua trasformazione fisica. Il risultato? E’ passato – durante l’esperimento – da 80 a 93 chilogrammi, manifestando dolori al fegato, emicranie, aumento di colesterolo, calo della libido e attacchi di depressione.

Non stupisce quindi che Mc Donald’s, che copre il 43% del mercato del cibo-veloce statunitense, cerchi di correre ai ripari, riducendo il sale nell’olio di frittura, nelle salsine di guarnizione e infine anche quello che viene messo direttamente sulle patatine. Ciò che stupisce è che abbia ingaggiato un team di ingegneri per mettere a punto una macchina che sparga sulle porzioni solo un determinato numero di granellini di sale: non era più semplice mettere una saliera a disposizione dei clienti, e lasciar esprimere liberamente il gusto individuale? Evidentemente no, perchè il sale non solo copre la mancanza di sapore del cibo industriale, ma fa anche venire sete: ecco quindi pronto un bel bicchierone di soft drink, con tanto di decorazione con archi dorati.





La legge del cheeseburger
«Se mangi robaccia e ti ammali la colpa è tua»: negli Stati uniti passa un provvedimento che tutela McDonald’s e Coca Cola contro le azioni legali intentate da un esercito di obesi
LUCA FAZIO

Avete voluto il colesterolo? Adesso ve lo tenete, e ciccia. Lo ha stabilito la camera dei rappresentanti americana approvando un proposta di legge che tutela le catene di fast food bersagliate da centinaia di cause intentate dai clienti obesi che si sono ritrovati a fare i conti, oltre che con la bilancia, anche con le cartelle cliniche. Il provvedimento, detto «legge del cheesburger», è stato approvato con 276 voti favorevoli e 139 contrari. Adesso dovrà passare al senato e molti democratici, con il sostegno delle associazioni dei consumatori, hanno annunciato battaglia: «Le Corti e non il Congresso dovranno stabilire se queste cause hanno o meno un fondamento». La discussione sulla legge, sponsor la maggioranza repubblicana e McDonald’s, è cominciata proprio dopo l’allarme delle autorità sanitarie secondo cui il sovrappeso potrebbe strappare al fumo il primato di massima causa evitabile di morte negli Stati Uniti d’America. Una portavoce del più grande spacciatore di grassi, sale e zuccheri del pianeta ha chiosato dicendo che «questa legge non riguarda una catena di fast food o un piatto in particolare ma piuttosto la responsabilità personale per le proprie decisioni». Come dire, scemi voi se continuate a mangiare gli hamburger di quelle aziende che sono già state citate in giudizio (oltre a McDonalds, Burger King, Wendy’s e Kentucky Fried Chicken). E’ ancora più esplicito il leader dei repubblicani alla camera, Tom DeLay: «Se mangi robaccia e ti ammali, la colpa è tua, non di chi ti ha venduto il cibo».

Il ragionamento di DeLay ha un suo fondamento, eppure fast food e colossi agroalimentari, CocaCola in testa, di fronte all’accusa di procurato aumento dell’obesità, da qualche mese stanno reclamizzando la loro disponibilità a farsi un esame di coscienza, alleggerendo il contenuto dei menù. Ma il trionfo del light, condito dal suggerimento di alzare le chiappe per fare ginnastica, non è altro che un mezzuccio per tentare di arginare gli effetti di una vera e propria campagna di sanità pubblica mondiale che sta minacciando di erodere fatturati miliardari, e che interessa già l’Europa. Per questo le aziende, con la complicità della Casa Bianca, stanno facendo di tutto pur di non fare la fine dei fabbricanti di sigarette trascinati in tribunale. McDonald’s, dopo aver ridotto l’utilizzo di grassi per la frittura delle patatine, adesso ha promesso che entro la fine del 2004 farà sparire le porzioni extra-large dai suoi 13 mila ristoranti americani; e già da due anni suggerisce ai genitori di non portare i bambini in un fast-food più di una volta alla settimana. CocaCola, letteralmente sbattuta fuori da molte scuole per «colpa» di alcune associazioni di genitori, invece distribuisce manualetti per incoraggiare l’attività fisica, mentre Pepsi dice che i suoi snack vanno consumati come «piccoli piaceri occasionali».

Il problema è riuscire a convincere il 31% dei 292 milioni di americani adulti che sono in sovrappeso (14 chili in più del peso forma), gli stessi che ingozzano di cibo spazzatura i loro bambini fin dentro la culla. Secondo uno studio presentato in autunno a San Antonio, Texas, i piccoli da 1 a 2 anni consumano una media di 1.220 calorie al giorno rispetto alle 950 consigliate: le patatine fritte sono il contorno più diffuso tra i bambini dai 19 ai 24 mesi, molti genitori mettono bibite gasate nei biberon di bambini di appena 7 mesi, hot-dog, salsicce e pancetta affumicata fanno parte della normale dieta del 7% di bambini tra i 9 e gli 11 mesi. Un ingozzamento precoce che secondo dietologi e pediatri entro il 2010 ingrasserà oltre misura 68 milioni di americani.

Secondo alcuni, però, più che ai grassi ingurgitati dai ciccioni bisognerebbe guardare al loro conto in banca per spiegare il fenomeno dell’obesità negli Usa. Questa è l’opinione di Adam Drewnowski, direttore del Center for Public Health Nutrition dell’università di Washington. Secondo Drewnowski, le persone a basso reddito non possono permettersi un’alimentazione sana e quindi sono costrette a ripiegare sui cibi che costano meno, e cioè quelli ricchi di grassi e zuccheri aggiunti, cereali raffinati, prodotti fritti e con conservanti. La crociata contro i chili di troppo è cominciata anche in Europa, dove le abitudini alimentari sono meno sciagurate. In prima fila c’è la Francia, che da lunedì, su disposizione del ministro della scuola Xavier Darcos, vieterà lo spuntino delle 10,30 nelle scuole materne. Nella altre scuole niente divieto ma rottamazione dei distributori di merendine. Il tasso di obesità infantile in Francia è del 19%, in Italia del 36%.