“Mondo” Dagli Usa un braccialetto per chi lavora

13/03/2007
    martedì 13 marzo 2007

    Pagina 11 – CAPITALE & LAVORO

      Dagli Usa un dispositivo che permette di spiare lo «stato emotivo» di tutti i dipendenti

        Un braccialetto per chi lavora

          Francesco Piccioni

          Scorrendo notizie e articoli sulle tecnologie (specie elettroniche e informatiche) sembra di vivere nel mondo di Bengodi. La connettività universale – e quindi «la libertà» – sembra a portata di mano, presi in mezzo come siamo da dispostivi wireless e reti wi-fi perfino «domestiche», chip che possono monitorare qualsiasi cosa, sensori, tecamere lillipunziane e microfoni a lunga gittata. Un insieme di aggeggi che fanno a gara per convincerci che il loro uso è immancabilmente «liberaratorio». Non mancano «ideologi» (anche «trasgressivi») che amplificano questa sensazione o, più concretatamente, dei pubblicitari che provvedono a far sì che la nostra mano vada da sola in cerca del portafoglio.

          Beh, pare che sia giunta l’ora di resettare questa visione.

          Alla fine di questo mese la 3d Eye («terzo occhio», per puro caso) presenterà a Las Vegas il suo prodotto più avanzato, il Security Alert Tracking System. Un sistema complesso che ha il suo punto di forza in un piccolo device. A prima vista sembra un normale orologio, con tanto di cinturino, privo però di quadrante o di display. In realtà contiene un biochip in grado di rilevare sia la frequenza del battito cardiaco che i livelli di saturazione dell’ossigeno nel sangue, tramite il controllo continuo dei livelli di emoglobina. Quando i due parametri raggiungono una certa soglia, il dispositivo invia un segnale d’allarme alla centrale di controllo (in modalità wireless, è ovvio) e all’insaputa dell’«indossatore».

          Il principio medico-scientifico (partner dell’operazione è in effetti la SPO Medical, specializzata nella costruzione di biosensori e microprocessori «portatili») è semplice: battito del cuore e saturazione del sangue variano nelle situazioni di stress, come quando ci si trova davanti a una minaccia o si è impegnati in una «attività illegale». Il segnale permette di attivare le webcam dedicate al settore (o alla persona) e verificare in dettaglio cosa stia facendo il portatore del device lampeggiante. L’equivoco imcombe: qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una variante hi tech del «braccialetto elettronico» da far indossare ai detenuti in permesso premio o agli arresti domiciliari, e quindi dirsi frettolosamente d’accordo perché immagina si tratti di un marchingegno destinato ad aumentare «la sicurezza» di tanta brava gente che pensa solo a lavorare.

          Errore! Destinatari di questo braccialetto sono proprio i lavoratori. La «centrale di controllo» (la parte più costosa del «pacchetto» venduto dalla 3d Eye) è pensata infatti per una fabbrica come un casinò, una banca tanto quanto un supermercato, un ministero come una sede centrale di multinazionale. Leggendo i depliant che descrivono «il prodotto» si può fare un’esperienza esilarante (brividi per la schiena a parte): viene esaltato un «processo non invasivo molto importante», che «implementa la sicurezza degli addetti al lavoro», nonché – infine – «per capire quali impiegati siano impegnati in attività illecite (unlawful)».

          Il campo di applicazione è potenzialmente infinito: i «fannulloni» nel mirino del prof. Ichino possono cominciare a tremare (problema psico-tecnologico: i «fannulloni» povrebbero presentare meno di altri variazioni significative nella frequenza cardiaca), gli innamorati della collega di fronte faranno meglio a cambiare reparto, ecc. Fuor d’ironia, però, questa piccola diavoleria è soltanto uno dei mille segnali concreti dell’evoluzione della macchina produttiva verso un controllo totale sul lavoratore. Un segnale che spiega, comunque, come la tecnica – di per sé – di certo non è «liberatoria».

          Viviamo in un mondo di merci che incorporano quote crescenti di tecnologia. Impariamo ad usarle, fino a non poterne fare a meno. Molte di queste ci hanno effettivamente «sollevato» da un numero incredibile di impegni fisicamente improbi (si pensi soltanto alla funzione rivoluzionaria della lavatrice nel protagonismo sociale delle donne), consegnandoci però ad altre e più sottili dipendenze. Ma ogni tecnologia ha «porte» che si aprono in entrambi i sensi: cosa passa da una parte all’altra – e soprattutto la possibilità di organizzare e «controllare» le reti – dipende soltanto dalla «potenza» del soggetto agente. Che difficilmente potrà mai essere il singolo, con il suo spartano hardware che gli permette di stare in connessione col mondo. E, in definitiva, sotto controllo.