“Mondo” Bush, il sindacato come nemico

13/04/2004


  economia e lavoro


martedì 13 aprile 2004
Bush, il sindacato come nemico
Le strategie della Casa Bianca per combattere le organizzazioni dei lavoratori
di 
Roberto Rezzo


NEW YORK La nuova sfida dei sindacati americani parte dalle alleanze. L’obiettivo di John Sweeny, presidente della Afl-Cio, la federazione delle organizzazioni di categoria che rappresenta oltre 13 milioni di lavoratori, è per un impegno a tutto campo nella politica
sociale. Rivendicare con orgoglio le lotte del passato non serve a
respingere l’offensiva lanciata dall’amministrazione Bush, occorrono nuovi strumenti, sia organizzativi che di comunicazione, bisogna
coinvolgere i soggetti che non hanno rappresentanza, le minoranze, le
fasce deboli della popolazione.
Le battaglie sindacali non possono più riguardare la sola difesa dei posti di lavoro e dei contratti, c’è un fronte che si apre sul sistema sanitario pubblico, sulla tutela delle garanzie previdenziali. È una questione di sopravvivenza.
Dopo la fase di crescita sindacale registrata alla fine degli anni ’90, caratterizzati dalla grande stagione di scioperi all’Ups, alla General Motors e alla Boeing, alla Casa Bianca è
arrivato George W. Bush . L’amministrazione repubblicana inizialmente si è limitata a ostentare un completo disinteresse per il destino dei lavoratori dipendenti e un feroce disprezzo per i sindacati,
ma dopo gli attacchi dell’11 settembre ha scoperto di poter sfruttare la guerra contro il terrorismo per combattere le loro organizzazioni.
L’esempio più clamoroso è la creazione del Dipartimento per la sicurezza interna, una super ministero che mentre accorpava sotto una nuova direzione le varie agenzie federali di fatto toglieva a 170 mila lavoratori pubblici le tutele acquisite e i diritti di contrattazione collettiva. Mentre si faceva fotografare tra le rovine del World Trade
Center in mezzo a vigili del fuoco, agenti di polizia e squadre della
protezione civile, il presidente degli Stati Uniti mostrava di ritenere
le organizzazioni sindacali un rischio inaccettabile per la sicurezza
dell’America.
I toni antisindacali dell’amministrazione si sono inaspriti dopo le elezioni di mid-term nel novembre del 2002, quando i repubblicani hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Quando non è riuscita a cancellare il diritto alla contrattazione collettiva di interi settori del pubblico impiego, ha fatto ricorso alla privatizzazione, affidando ad imprese di mercato circa 850mila posti di lavoro sino a quel momento di competenza federale. Sfruttando le prerogative concessegli dal Congresso per fronteggiare l’emergenza del terrorismo, Bush non ha esitato a colpire anche lavoratori del settore privato. Ha offerto 15 miliardi di dollari per soccorrere il trasporto aereo precipitato in crisi, ma non ha offerto un centesimo ai
100mila dipendenti del settore che erano già stati licenziati prima dell’11 settembre. Non solo: ripescando una desueta misura antisindacale, la legge Taft-Hart-ley del 1947, ha stroncato sul nascere gli scioperi con cui i dipendenti cercavano di bloccare la nuova ondata di licenziamenti decisa dalle compagnie aeree per rimettere in sesto i bilanci.
I vertici dell’Afl-Cio hanno cercato di replicare ad alcuni dei colpi subìti in nome della guerra al terrorismo, proclamando la loro opposizione alle operazioni contro l’Iraq. Una decisione per nulla scontata, visto che i sindacati americani hanno sostenuto la maggior parte degli interventi militari all’estero e sono passate alla storia le immagini degli operai edili che negli anni ’70 schernivano i manifestanti contro la guerra in Vietnam. Contro quella in Iraq i lavoratori hanno marciato per le strade d’America al fianco dei pacifisti, perché come denunciava Martin Luther King, “queste sono
guerre nell’interesse dei padroni che vanno a combattere i figli degli operai”.
Le mutate posizione dell’Afl-Cio hanno ricucito un legame che negli Stati Uniti sembrava irrimediabilmente spezzato negli anni dell’isteria anti comunista, quello tra sindacati e intellettuali. “Quello che possiamo fare è aiutare gli americani – e i lavoratori in particolare – a capire la centralità e l’importanza che un forte movimento sindacale ricopre per la democrazia”, sostiene Nelson Lichtensten, docente di Storia all’Università della Virginia.
Nell’immaginario collettivo si parla ancora di potenti sindacati americani, ci sono le immagini di «Fronte del Porto», ma l’Afl-Cio con i suoi 13 milioni di aderenti rappresenta in realtà solo il 9% della forza lavoro americana. La retorica sul mito della libera impresa e della contrattazione individuale, anche dopo il tracollo di Enron e di tanti bei nomi della Corporate America, ha lasciato in gran parte intatta la convinzione che lavorare con un contratto sindacale si traduca in un salario inferiore. Le statistiche dimostrano il contrario: i lavoratori che non aderiscono a un sindacato sono in media meno pagati, sino al 36 per cento nel caso dei dipendenti di un supermercato, e perlopiù non godono di assistenza sanitaria.
Il fattore principale che scoraggia l’adesione dei lavoratori a sindacati resta tuttavia la lotta senza quartiere dei datori di lavoro. Una battaglia combattuta con mezzi legali e spesso illegali. Le imprese assumono consulenti per bloccare l’ingresso dei sindacati e offrono premi ai dipendenti che si prestano a fare propaganda negativa con i colleghi. Il ricorso alle maniere forti non è affatto un’eccezione e queste vanno dal semplice licenziamento alla denuncia ai sevizi d’immigrazione dei lavoratori privi di regolare permesso di soggiorno.
Una vasta maggioranza dell’opinione pubblica condanna qualsiasi tipo di politica antisindacale da parte delle imprese, il problema è che sottovaluta o addirittura ignora le dimensioni del fenomeno. Uno studio condotto a febbraio per conto della Afl-Cio indica che appena il 44% degli americani è a conoscenza delle tattiche impiegate per scoraggiare l’adesione dei lavoratori alle organizzazioni di categoria. Se il 92% degli intervistati ritene illegittimo che un lavoratore sia licenziato perché sostiene i sindacati, solo il 17% sa che questo avviene sistematicamente in aziende di ogni dimensione.