“Mondo” Banca Wal-Mart? È davvero troppo

17/01/2006

      Lunedì 16 gennaio 2006

      Pagina 11

      America

        La storiaTremilacinquecento grandi magazzini, trecentomila addetti e vendite da capogiro: ma anche lo scettro della società più «malvista». E ora…

          Banca Wal-Mart? Questo è davvero troppo

            Il colosso della distribuzione è finito sotto il tiro di banche e finanza che temono un suo ingresso nel credit

              di Massimo Gaggi

                Nella storia del capitalismo americano è spesso esistita una «corporation» che, per le dimensioni gigantesche e la forza della sua posizione sul mercato, ha fatto ombra alle altre società, a volte suscitando l’ammirazione del mondo, altre volte minando la fiducia nel funzionamento del modello economico Usa. E’ successo alla fine del XIX secolo con la Pennsylvania Railroad (che si autodefinì lo «standard del mondo») e con la Standard Oil, il gigante petrolifero (dal quale poi nacque la Exxon) fondato da John Rockefeller nel 1882 che divenne rapidamente un monopolio, spingendo il Congresso a varare le prime leggi antitrust. Nella seconda metà del secolo scorso è stata la volta prima della General Motors, poi dell’Ibm, infine di Microsoft.

                Bill Gates è passato in pochi anni dall’immagine del grande innovatore e filantropo a quella del monopolista tecnologico. Ma prima di esaurire tutto il serbatoio di simpatie accumulato negli anni della crescita tumultuosa di Internet, Microsoft è riuscita a passare lo scettro della società più «malvista» a Wal-Mart, il gigante della distribuzione che è il più grande datore di lavoro non solo degli Stati Uniti, ma anche del Canada e del Messico. I 3500 grandi magazzini Wal-Mart negli Usa hanno un milione e 300 mila addetti, l’1% della forza-lavoro del Paese. Le vendite del gruppo, circa 300 miliardi di dollari l’anno, sono pari al 2,5% del reddito nazionale americano.

                  Il colosso della distribuzione – controllato dagli eredi del fondatore Sam Walton che hanno un patrimonio ormai superiore a quello di Bill Gates – è un beniamino del governo perché ha le sue radici nel Sud conservatore e perché, applicando le politiche liberiste che piacciono ai repubblicani, Wal-Mart è riuscita a comprimere i prezzi di molti beni. Ha così dato, anno dopo anno, un contributo rilevante al contenimento dell’inflazione. Ma la ricerca esasperata dell’efficienza, della compressione dei costi, ha avuto anche ripercussioni negative per i dipendenti e i concorrenti.

                    Da anni Wal-Mart viene attaccata aspramente dai media, dai sindacati, spesso anche dai politici e dalle associazione dei cittadini, per vari motivi: dal basso livello dei salari al bassissimo livello di assistenza sanitaria offerto ai dipendenti (le cure mediche del 40% dei figli del personale Wal-Mart sono a carico dell’assistenza pubblica per i poveri) ,dalla devastazione urbanistica delle cittadine della provincia americana alle condizioni di lavoro nelle aziende asiatiche che producono per Wal-Mart. Anche il forte sbilancio degli scambi commerciali Usa-Cina viene in parte imputato a Wal-Mart (che importa dal Paese asiatico quanto Russia e Gran Bretagna messe insieme).

                      La battaglia mediatica alimentata, a partire dal 2000, anche da una raffica di libri contro il gruppo della famiglia Walton – l’ultimo, «Wal-Mart, il volto del capitalismo del Ventunesimo secolo» di Nelson Lichtenstein, professore di storia economica alla University of California, è stato pubblicato pochi giorni fa negli Usa – è culminata, lo scorso novembre, nell’uscita di «Wal-Mart, l’alto costo dei bassi prezzi», film documentario del regista Robert Greenwald.

                        La società ha reagito promuovendo un «controfilm» nel quale il regista Ron Gallway ha messo invece in luce gli aspetti positivi del sistema Wal-Mart. L’azienda cerca di uscire dall’angolo in cui l’hanno costretta le critiche e i sempre più numerosi boicottaggi con un’offensiva della persuasione basata anche su una serie di interviste dell’amministratore delegato Lee Scott e assumendo «vecchie volpi» della comunicazione come Michael Deaver, che fu responsabile dell’immagine di Ronald Reagan e Lesile Dach, uno dei consulenti di Bill Clinton.

                          Ma intanto il fronte dello scontro si allarga fino a toccare perfino il campo religioso. Dopo aver combattuto per i cuori e i portafogli degli americani, ora i due fronti combattono per le loro anime: gli attivisti anti Wal-Mart visitano chiese, sinagoghe e moschee. La società reagisce invitando nel suo quartier generale di Bentonville, in Arkansas, ministri di varie religioni. L’iniziativa più estrema l’hanno presa i sindacati finanziando «spot» televisivi nei quali si sostiene che «Gesù non avrebbe mai fatto la spesa da Wal-Mart» perché la catena distributiva distrugge le comunità, che sono un valore cristiano.

                            Ora c’è una novità. Il fronte degli oppositori di Wal-Mart, nel quale primeggiano sindacalisti, organizzazioni della sinistra radicale e ambientalisti, si è arricchito, a sorpresa, di una nuova categoria: i banchieri.

                              Terrorizzati dalla prospettiva di vedere Wal-Mart diventare un gigante anche nel credito, le banche hanno scatenato un’offensiva sul terreno che è loro più congeniale: quello dell’offensiva lobbistica. L’American Bankers Association e la Icba, l’associazione degli istituti di credito locali, hanno cominciato a premere sul Congresso e sugli enti federali per impedire che la società apra, per ora solo nello Utah, una Industrial loan company (Ilc), cioè una banca industriale senza sportelli aperti al pubblico (sempre per ora).

                                A prima vista la richiesta inoltrata da Wal-Mart nel luglio scorso e sulla quale la Federal Deposit Insurance Corporation, l’Authority federale di controllo, dovrebbe pronunciarsi nelle prossime settimane, sembra inattaccabile: i 3500 «megastore» del gruppo processano ogni anno – versando una commissione alle banche – circa 2,4 miliardi di operazioni tra pagamenti elettronici e assegni. Aprendo una banca nello Utah – uno dei pochi Stati che concedono l’autorizzazione anche a entità non finanziarie e le pongono al di fuori della supervisione della Federal Reserve – Wal-Mart effettuerebbe in casa tutte queste transazioni finanziarie, senza dover pagare soggetti esterni per questo servizio: un’altra manifestazione della tendenza all’«insourcing» che caratterizza il gruppo e che si contrappone all’«outsourcing», l’esternalizzazione dei servizi, sempre più diffuso nelle altre imprese.

                                  Ma le banche, soprattutto quelle locali, le più fragili, temono che l’obiettivo di lungo periodo di Wal-Mart sia ben diverso: dotarsi di una vera banca commerciale e – sfruttando le sue dimensioni, la forza di penetrazione e il contatto diretto con 200 milioni di consumatori – mettere fuori mercato gli altri operatori. Wal-Mart nega di avere un simile obiettivo e, come prova della sua buona fede, cita gli accordi della durata di 15 anni che continua a sottoscrivere con le banche che gestiscono sportelli all’interno dei suoi centri commerciali. Trecento banche locali oggi hanno loro filiali in oltre mille Wal-Mart: contratti che, spesso, non scadranno prima del 2020.

                                    Insomma, per la Fdic sarà molto difficile vietare a Wal-Mart quello che è già consentito a società come Volkswagen e Toyota e anche a Target, una concorrente diretto di Wal-Mart: tutti questi gruppi già hanno la loro banca industriale nello Utah.

                                    Ma il «Wall Street Journal», quotidiano conservatore e liberista che «tifa» per Wal-Mart, è il primo a mettere in imbarazzo la società di Bentonville. In un recente editoriale ha dato per scontato che prima o poi Wal-Mart gestirà anche una vera banca e ha accusato i banchieri di aver scatenato la loro lobby in Parlamento solo per proteggersi dalla concorrenza di un operatore capace di abbassare i costi del sistema e, quindi, di produrre grandi benefici per i consumatori e per l’economia americana.

                                      Del resto in passato Wal-Mart ha già tentato tre volte, senza successo, di entrare nel credito (in California hanno addirittura cambiato le leggi statali per bloccare la società). E con i tassi di crescita dell’attività tradizionale non più così entusiasmanti (a dicembre le vendite del gruppo sono aumentate solo del 2,2%, il dato peggiore dal 2000), è verosimile che Wal-Mart voglia utilizzare la sua forza d’urto per espandersi in nuovi settori.