“Mondo” A Ipanema le prostitute sfidano i perbenisti

12/12/2002
il Riformista
 



12 Dicembre 2002


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LETTERA DA RIO.
COS’È E COSA VUOLE LA RETE BRASILIANA DELLE PROFESSIONISTE DEL SESSO
A Ipanema le prostitute sfidano i perbenisti

Chiedono la legalizzazione e la pensione a un paese che a dispetto degli stereotipi è conservatore


Hanno sfilato a mezzogiorno silenziose e compunte, con poco rimmel e le gonne

tirate sotto il ginocchio, come delle collegiali in libertà vigilata, o segretarie intruppate
nella solita, affollatissima pausa pranzo. Le prostitute di Rio de Janeiro, raccolte e
organizzate in un sindacato dal nome difficilmente contestabile (“Rete brasiliana delle
professioniste del sesso”), sono sul piede di una guerra calda e pruriginosa, che divide
il Brasile e toglie il velo ad una società che, a dispetto degli stereotipi circolanti in Europa,
è chiusa, conservatrice, perbenista.
La rivendicazione delle “pasionarie in minigonna” è una e trina, come scritto nel manifesto

programmatico stilato dalla “Rete”: «Vogliamo veder legalizzata la nostra professione, che
ne sia riconosciuta l’importanza sociale, e infine che si proceda senza ritardi a regolarizzare
la nostra posizione sul piano previdenziale, pensionistico e sanitario». Il modello cui
s’ispirano e a cui aspirano è la legge tedesca, da tre mesi in vigore per iniziativa congiunta
di verdi e socialdemocratici e apprezzata da un’opinione pubblica, quella teutonica, tutt’altro
che incline a concessioni scollacciate.
Gabriela Silva Leite, la più agguerrita delle manifestanti, dieci anni di vita sui marciapiedi e

poi il trasloco dietro una scrivania dalla quale lotta senza pause per le ex-colleghe, detta le
linee essenziali di un’ipotetica carta dei diritti: «Dobbiamo poter agire in giudizio per ottenere
soddisfazione dai clienti inadempienti, rifiutare prestazioni degradanti, ottenere una pensione
adeguata» quando verrà il momento di appendere i tacchi a spillo al chiodo. Conseguenza
logica delle richieste delle imprenditrici sessuali, sarebbe poi la riapertura delle case chiuse,
che oggi funzionano floride e più o meno clandestine a Copacabana e nelle ruelas oscure di
Cinelandia, quartiere unico e affascinante, miscela di fatiscenti ville coloniali e grattacieli alla
Wall Street.
L’obbiettivo più urgente è però un altro: scongiurare l’esecuzione del progetto, elaborato

dalla Prefettura e finanziato dalla Banca interamericana di sviluppo, che vorrebbe trasformare
il crogiolo del centro storico in una sorta di Zurigo tropicale, ripulendo le piazze polverose e
colorate dai personaggi folcloristici della vecchia Rio, come il malandro carioca – il mascalzone
che ti sfila il portafogli raccontandoti una barzelletta – e, appunto, le prostitute. Quest’ultime
sono riuscite a trascinare nella loro battaglia svariate organizzazioni non governative, sensibili
alla causa perché, come dice con brutale sintesi Gabriela Leite, «puttane, venditori ambulanti
e malandros sono parte del nostro patrimonio culturale e sarebbe triste cancellarli dalla mappa
sentimentale di Rio». Ma quel che più conta è che la Rete delle professioniste del sesso è riuscita
a far breccia nel cuore burocratico di Fernando Gabeira, deputato federale del Partido trabalhista
(Pt), quello fondato, portato in orbita e al governo dal neo presidente della Repubblica Luiz
Inacio Lula. «Convinto che la figura della prostituta non morirà mai perché è mantenuta nei fatti
dalle stesse persone che la condannano a parole», Gabeira ha presentato in Parlamento un
progetto di legge, oggi al vaglio della Camera dei deputati. La prima stesura prevede di stralciare
dal codice penale gli articoli che condannano l’istigazione alla prostituzione, l’esercizio delle
case chiuse e il «traffico di donne», e propone il sussidio di disoccupazione nel caso il
movimento sia fiacco e gli affari ristagnino.
La missione è, se non impossibile, almeno improbabile: oltre ai tempi lunghi e ai sussulti

moralistici dei parlamentari, c’è da battere l’ipocrisia di cui è impregnata una società che
esalta i tanga minimi di Ipanema, ma proibisce il topless; sbandiera, nelle guide turistiche,
discoteche equivoche, eppure s’indigna davanti all’insegna camuffata e arrugginita di un
bordello vecchia maniera.


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