Modesta proposta per sostituire la legge 30 (C.Damiano e T.Treu)

27/05/2005
    venerdì 27 maggio 2005

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    PROGRAMMA. SERVONO AL PIÙ PRESTO INDICAZIONI ALTERNATIVE DEL CENTROSINISTRA.

      di Cesare Damiano e Tiziano Treu

        Modesta proposta per sostituire la legge 30

          La legge 30 del 2003 è una controriforma del mercato del lavoro. Noi non abbiamo mai inseguito la parola d’ordine della sua abrogazione. Pensiamo che un programma di governo alternativo, da definirsi al più presto nell’Unione, non si possa fondare soltanto sulla cancellazione delle cattive leggi del centrodestra, ma innanzitutto sulle nostre proposte, sulle quali chiedere il voto e la fiducia dei cittadini. Per questo motivo noi intendiamo presentare una legge sul mercato del lavoro che sostituisca quella del governo e che sia basata sulle proposte già avanzate dall’Ulivo nel corso di questi anni, a partire dalla Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Pensiamo che sia utile anche avere a riferimento la legislazione sul lavoro degli anni ’90, e più precisamente la legge 196 del ’97, concordata con tutte le parti sociali, non fermandoci a quell’esperienza, ma immettendo gli elementi di innovazione che la sua applicazione e la nuova realtà ci hanno via via suggerito.
          L’occupazione in Italia, dal ’97 a oggi, ha conosciuto una fase di crescita ininterrotta. Il saldo occupazionale ha contabilizzato circa 1.800.000 posti di lavoro in più, risultato di cui l’attuale governo spesso si fregia. Ma occorre ribadire come il risultato raggiunto sia il frutto quasi esclusivo della legge varata dal centrosinistra: la legge 30 è stata varata da poco (novembre 2003), ha trovato applicazione in una miriade di decreti e circolari solo da pochi mesi e ha prodotto risultati residuali sul piano quantitativo e contraddittori su quello qualitativo. L’aumento dell’occupazione ha toccato il suo apice nel 2001 disegnando, dal ’96, una parabola che ha registrato, lo scorso anno, il suo punto più basso con una crescita vicina allo zero, un saldo negativo per il nord-est e il sud del paese, risultati deludenti per le donne e per i giovani in cerca di lavoro. Un primo consuntivo sui risultati della legge del centrodestra, anche se non esistono ancora dati disaggregati a disposizione, ci dice che le stesse imprese hanno riconosciuto che si tratta di uno strumento troppo burocratico e che l’offerta di una pletora di modalità di impiego frammentate e spesso precarie, costituisca un handicap più che un’opportunità. Nei fatti, le imprese si sono concentrate sulle 5 o 6 tipologie di lavoro già utilizzate in precedenza e che sono state mantenute, in qualche caso, con un semplice cambio di etichetta. Non sono convincenti le argomentazioni di quanti affermano che esiste una logica continuità tra legge 196 (meglio nota come pacchetto Treu) e legge 30, come se quest’ultima fosse una estensione naturale di quella precedente. In primo luogo c’è una differenza qualitativa, di filosofia. Il governo di centrodestra ha pensato che la moltiplicazione delle forme di lavoro, una sorta di supermercato del lavoro, costituisse di per sé il presupposto dell’aumento dell’occupazione, mentre il centrosinistra, raccogliendo una raccomandazione europea, aveva sì allentato la rigidità del mercato del lavoro, ma si era concentrato su poche tipologie flessibili e aveva successivamente introdotto il credito d’imposta per stabilizzare il lavoro. Due strade opposte. Al contrario di quanto sostenuto dal governo Berlusconi, l’aumento occupazionale si è attenuato, fino ad arrivare vicino allo zero nel 2004 e, in una situazione di rallentamento prima e di recessione poi dell’economia, ha prodotto una quota crescente di lavoro instabile e di scarsa qualità.

          Se il paese non si sviluppa, non si produce un aumento di occupazione e non si realizza la sua stabilità. Noi siamo convinti che l’impresa moderna, per la competizione globale e per soddisfare le giuste esigenze di flessibilità del sistema produttivo, abbia bisogno di poche, selezionate forme di impiego. Accanto al tempo indeterminato, full o part-time, è sufficiente il lavoro a tempo determinato, il contratto formativo, l’interinale e il lavoro a progetto (se è veramente tale e non lavoro subordinato mascherato): modalità di impiego che devono essere regolate per legge e applicate attraverso la contrattazione sindacale. Questo vuol dire andare nella direzione della buona flessibilità, che non deve avere un costo inferiore a quello del lavoro stabile, combattere la precarizzazione e guardare al lavoro a tempo indeterminato come bussola per la buona occupazione. Del resto, l’impresa che punta alla qualità del prodotto deve garantirsi anche la qualità della prestazione. Come si fa a chiedere al lavoratore, soprattutto se giovane e dotato mediamente di un buon livello culturale, la disponibilità a saper apprendere e saper fare, se in cambio non gli si offre una stabilizzazione del lavoro che gli consenta di scommettere sul proprio futuro retributivo, di carriera e familiare?

          Una contabilizzazione del lavoro non standard ci dice che in Italia ci sono all’incirca 2.600.000 occupati con questa tipologia. Circa il 12% del totale della forza lavoro, un dato inferiore alla media europea. Allora, da dove arriva questo senso di insicurezza e di precarietà che oggi caratterizza il lavoro? A nostro avviso dal fatto che, a differenza degli altri paesi europei, l’Italia non dispone di diritti di sicurezza sociale (ammortizzatori) adatti al mercato flessibile. Quello che c’è e che il governo ha mantenuto sostanzialmente al livello precedente, è tarato sul vecchio modello produttivo della grande impresa industriale: cassa integrazione per alcuni settori, ma non per le piccole imprese, indennità di disoccupazione del tutto insufficiente, nessun versamento di contributi pensionistici per chi non ha lavoro. Un programma di centrosinistra deve cambiare nettamente questa situazione e non commettere gli errori del passato, quando la necessaria riforma del mercato del lavoro non fu accompagnata da altrettanto efficaci misure di protezione sociale per il lavoro flessibile e pretese di riformare gli ammortizzatori sociali a costo zero. Oltre al superamento della legge 30, noi proponiamo misure che estendano a tutti i lavoratori le tutele e i diritti di base (maternità, paternità, malattia, infortunio, diritti sindacali, accesso al credito), che aumentino le opportunità di crescita professionale con la formazione permanente; che promuovano, con il credito d’imposta e il prestito d’onore, l’accesso al lavoro stabile e l’avvio di lavoro autonomo; che garantiscano, non solo il sostegno al reddito, ma il futuro pensionistico con strumenti quali la totalizzazione di tutti i contributi versati anche a regimi pensionistici diversi e la copertura figurativa per i periodi di non lavoro.

            Vogliamo estendere le tutele anche sul mercato del lavoro potenziando i servizi pubblici all’impiego e la formazione professionale. Questa deve fornire a tutti i lavoratori la possibilità di adeguare, nel corso della vita, la propria professionalità alle esigenze della società della conoscenza. A tali indirizzi devono rispondere anche le imprese, modernizzando i propri assetti produttivi e l’organizzazione del lavoro per valorizzare le professionalità dei propri dipendenti. Un ruolo centrale nelle politiche attive del lavoro e della formazione spetta alle regioni e alle autonomie locali nel quadro dei principi definiti a livello nazionale. Le regioni e gli enti locali governati ormai in gran parte dal centrosinistra, devono impegnarsi da subito in questa direzione con iniziative concordate con le parti sociali che prevedano sia riforme legislative sia il potenziamento di servizi all’impiego radicati nel territorio, che siano capaci di “personalizzare” il sostegno all’occupazione e che diventino strumenti essenziali per la crescita e la qualità occupazionale. Queste proposte, sulle quali la discussione è in corso, possono costituire un tassello importante per la costruzione delle politiche del lavoro del futuro governo di centrosinistra.