Moderati da barricata – di Gian Antonio Stella

16/09/2002



15 settembre 2002

Tante anime unite dal «no» al Polo

MODERATI DA BARRICATA


di Gian Antonio Stella



      ROMA – «Tutto potevo immaginare nella vita, meno che vedere Niccolai in eurovisione», disse un giorno Manlio Scopigno, «filosofo» del calcio ironizzando affettuosamente sul suo ruvido stopper al debutto in nazionale. E tutto poteva immaginare Federico Orlando meno che un giorno lui, vecchio liberale anticomunista e braccio destro di Montanelli, sarebbe stato osannato dai «rossi» in un delirio di bandiere rosse nella più «rossa» delle piazze «rosse»: San Giovanni. Figuratevi, lassù, come dev’essersi divertito il vecchio Indro, a vedere l’uomo che era stato il suo condirettore al Giornale e alla Voce chiamare l’applauso sventolando in maniche di camicia l’ultimo numero del quotidiano con quel titolone borrelliano: «Difendetevi, difendetevi, difendetevi!» E urlare contro i «trombettieri del regime». E spronare la folla a ribellarsi all’appello che viene dal governo: «Siate educati: imbavagliatevi». C’era perfino uno striscione nella moltitudine di bandiere, tra i poster del Che Guevara e gli applausi a Vittorio Agnoletto e i cartelli con scritto «Hasta la rogatoria siempre». Diceva: «Montanelli vive!».
      E proprio lì, in quello spiritato impasto tra i generosi battimani a Orlando e Agnoletto, sta probabilmente il senso della grande manifestazione dei «girotondini». Che forse non hanno ancora le idee chiare sul «dove» andare e da «chi» farsi guidare e «come» poi governare in caso di rivincita. Ma su un punto giurano di averle già oggi chiarissime: «Berlusconi sta stravolgendo tutte le regole mettendo a rischio alcuni principi sacri». Nanni Moretti riassume così: «Molti lo hanno votato inseguendo un sogno e si sono ritrovati in un incubo».
      «Silvio: dì qualcosa di legale!», gli fa eco un cartello portato da un ragazzo di Ravenna, facendo il verso alla famosa invettiva morettiana contro D’Alema. «Bella ggente! Me piasce quanno c’è la ggente che se riunisce, dibbatte, s’infiamma!», strascica il regista Pasquale Squitieri. Ma non era di destra? «Sì, certo, so’ stato pure senatore. Ma mi piace la ggente quando si muove, se ci crede». «Ah bellooo!», gridano ad Aldo Busi. Si gira come la Wandissima: «Dovresti vedermi nudo».
      Striscioni, cartelli, lenzuola di ogni genere. Uno strilla: «Pecoroni una volta, minchioni mai più!». Un altro sentenzia: «Succede ogni estate: i ladri agiscono». Un terzo accusa il «Governo Black Blocca» colpevole di mettersi di traverso a ogni processo. Un quarto ride della legge sul legittimo sospetto: «Legge Cirami: se la conosci la Pr-eviti». Molti portano la mascherina disneyana della «Banda Bassotti». Un signore tracagnotto gira con una maglietta che da lontano pare proprio quella inventata dal leader azzurro che sulla prime, con quella bandiera di traverso, fece dire a Vittorio Sgarbi che pareva «il logo di un olio per motori».
      C’è scritto «Forza Mafia». Politicamente scorretto? Spallucce.
      E’ o non è una guerra in difesa della legalità e della «Costituzione uguale per tutti»? Allora avanti: sotto questo sole sfolgorante, c’è spazio per tutti. Per i moderati e gli irruenti, i sobri e gli infuocati. Per Giuliano Giuliani che chiede «almeno un dibattimento sui fatti di Genova» e invoca la giustizia perché «ci sono troppi Carli nel mondo!») e Gino Strada il quale dice che certo, ci mancherebbe, «l’11 settembre fu un atto di terrorismo ma lo furono pure il bombardamento dell’Afghanistan e l’embargo contro l’Iraq: per tanta gente è l’11 settembre tutti i giorni».
      E poi per Rita Borsellino, la sorella del giudice (di destra) assassinato dalla mafia: «Grazie per avere rotto il silenzio. C’era troppo silenzio. Silenzio offensivo. Con troppa gente che omaggiava i morti per oltraggiare i vivi». Per Furio Colombo, che preso dall’entusiasmo si avvita in un ispirato e torrenziale sermone contro «questo capo di governo che regala orologi con diamanti come Bokassa». Per Pancho Pardi, il professore che per primo contestò la litigiosità e la remissività dell’Ulivo e ora intima ai deputati: «Non trattate sulle riforme istituzionali!». E chiude con la poesia di un suo amico dove la commozione per la gente in «piazza» fa rima con Berlusconi che «la democrazia l’ammazza».
      E via con gli applausi al solo sentire i nomi di quelli che sono mischiati tra la folla: Sergio Cofferati (diluvio), Rosi Bindi (pioggia), Antonio Di Pietro (pioggerella), Dario Fo (acquazzone), Corrado Guzzanti (scroscio), Roberto Zaccaria (gocce)… Domanda ricorrente: «Ma quanti siamo?». Boh… «Una cosa è certa», risponde Paolo Flores d’Arcais sventolando una cassetta: «Questa è la registrazione della manifestazione del Polo nel 1998 in questa stessa piazza. Berlusconi disse allora che erano un milione. Viste le immagini siamo almeno il doppio». Risate.
      «O siamo due milioni o Berlusconi, di cui conosciamo la sincerità, mentiva anche allora». In ogni caso, «la più grande manifestazione spontanea mai fatta in Europa!».
      «Restate uniti!», invoca tra gli applausi Vittorio Foa: «Restate uniti!». Giusto. Ma intorno a cosa, esattamente? La requisitoria di Paolo Sylos Labini o «l’intransigente moderazione» di Nanni Moretti? Le canzoni di Fiorella Mannoia o gli appelli di Don Ciotti? Chi vivrà vedrà. Mentre ancora canta De Gregori già si accavallano le bocciature del Polo. «Linguaggio violento». «Atmosfera di odio». «Vuoto progettuale».
      Contrappasso. Basti ricordare quella analoga manifestazione polista del 24 ottobre 1998 contro il nuovo governo D’Alema. Le bandiere celtiche. I cori di «Giovinezza! Giovinezza!». La diretta di Emilio Fede che parlò di «un milione, un milione e due, un milione e tre, un milione e mezzo di persone». I cartelli con scritto «Giuda trenta denari, Udr tre ministeri» oppure «Mastelliani puttani».
      «Non siamo in quel Paese normale che qualcuno vorrebbe farci credere, siamo in un regime», urlò Berlusconi, «Questa non è vera democrazia perché non c’è vera libertà. I sepolcri imbiancati fingono di scandalizzarsi quando noi parliamo di regime e fingono di non sapere che ci sono mezzi diversi dai carri armati in piazza…».


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