Modello tedesco per estendere i diritti dei lavoratori cinesi

14/09/2005
    mercoledì 14 settembre 2005

      ITALIA-LAVORO – pagina 22

        DELOCALIZZAZIONI • La Uil: formazione cogestita da Ig Metall e sindacati locali

          Modello tedesco per estendere i diritti dei lavoratori cinesi

            LINA PALMERINI

            DAL NOSTRO INVIATO BARI • Sulla Cina si apre una dialettica molto aspra tra sindacati italiani. «Non intendo avviare un confronto con un sindacato che è strumento del regime e del partito comunista, che accetta lo sfruttamento e la repressione dei lavoratori», dice Savino Pezzotta, leader della Cisl. Gli risponde Paolo Pirani, segretario confederale della Uil: «È una posizione estremista. Serve un dialogo pragmatico con il sindacato cinese. Come sta facendo la Ig Metall in collaborazione con le imprese tedesche che hanno delocalizzato in Cina. È questo il modo per aprirsi dei varchi» . E la Cgil si schiera con la Uil. Senza estensione dei diritti sociali, senza dare al sindacato un ruolo globale, rischiamo di perdere i diritti anche laddove ci sono» , spiega Valeria Fedeli, segretario generale dei tessili della Cgil, illustrando quella che sarà «un’importante posizione politica e strategica che la Cgil assumerà nel suo prossimo congresso» . Ma sottolinea che il dialogo con il sindacato cinese deve essere «critico perchè non è libero» .

            E, mentre si discute, le cose accadono. Accade che le imprese delocalizzino, che altri sindacati anticipino un cammino che poi — gioco o forza — diventa linea strategica.

            «È esattamente quello che sta accadendo. Visitando gli stabilimenti della Volkswagen a Shangai— dice Pirani — ho trovato che la Fondazione Ebehrt (emanazione della Ig Metall) gestisce la formazione per i lavoratori cinesi in collaborazione con il sindacato locale. Far entrare le confederazioni europee dalla porta delle imprese che vanno in Cina — e non con forzature politiche — mi pare la via più sensata per non stressare un Paese alle prese con divari enormi, con una pressione delle campagne verso la città, con un tasso di povertà ancora alto. Se la Cina scoppia non conviene a nessuno» .
            Scalpita Pezzotta: «E se riconoscessimo anche i sindacati dei regimi di destra? E se i sindacati occidentali avessero riconosciuto quello che avevamo ai tempi del fascismo? È una questione etica: non posso dialogare con chi nega la libertà e la democrazia» . Certo, la Cisl è anche un sindacato di ispirazione cattolica e i problemi tra Cina e Vaticano sono noti. «Ma che c’entra— urla il leader Cisl —. Basta con l’infilare la Chiesa ovunque» .

              Intanto l’Europa si muove. Proprio ieri c’è stata a Bruxelles la prima riunione del sindacato tessile europeo dopo la pausa estiva: a raccontarla è il suo presidente, Valeria Fedeli. « Condivido la posizione della Uil: è la sfida che lanciamo a Euratex, l’associazione di imprese tessili europee. Cioè, far entrare nelle aziende che delocalizzano i sindacati europei per informare i lavoratori cinesi dei diritti e della libertà sindacale. Il sindacato europeo l’ha messa tra le priorità votate oggi (ieri, ndr): primo, costruire una piattaforma rivendicativa dei lavoratori tessili in Europa che punti alla riqualificazione del settore; secondo, contrattare con i Governi politiche di ammortizzatori ma anche di formazione per i lavoratori; terzo, una forte campagna per l’estensione dei diritti attraverso la collaborazione delle imprese » .