Modello contrattuale, la Cgil chiama il governo

20/11/2007
    martedì 20 novembre 2007

      Pagina 9 – CAPITALE & LAVORO

        La risposta di Epifani a Bombassei: «La bassa produttività è soprattutto responsabilità delle imprese»

          Modello contrattuale, la Cgil chiama il governo

            Sara Farolfi

            Roma «La Cgil è disponibile ad una manutenzione degli accordi del luglio ’93, ma vorremmo non si scambiasse il dito con la luna». Guglielmo Epifani conclude la presentazione dell’indagine Ires sui salari italiani confermando quanto, in altre occasioni, già aveva detto: il potenziamento della contrattazione di secondo livello non può che avvenire nell’ambito di una più generale «nuova politica dei redditi», di cui al governo per ciò stesso spetta la regia. Una risposta a quanto sostenuto ieri dal vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, dalle colonne di Repubblica: «La riforma degli assetti contrattuali è materia che riguarda le parti sociali».

            La premessa, ribadita ieri anche dal segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, è che nessun confronto verrà aperto prima della chiusura dei rinnovi contrattuali ancora aperti: i metalmeccanici, il pubblico impiego e il commercio, per citare i tre più importanti. Sempre ieri, una nota congiunta dei tre sindacati di categoria del pubblico impiego notava come «nella legge finanziaria approvata al Senato, si prevede solamente, per il 2008 e il 2009, l’indennità di vacanza contrattuale: la protesta degli statali è stata ignorata e per questo i dipendenti pubblici continuano la loro battaglia».

            La litania di Confindustria è ormai nota: gli industriali sono pronti a pagare di più i dipendenti in cambio di una maggiore flessibilità nell’orario di lavoro. «Il contratto nazionale deve garantire la copertura dell’inflazione, ma è nelle aziende che va integrata la retribuzione nazionale – dice Bombassei – Cosa che oggi non accade perchè le richieste sindacali a livello nazionale vanno ben oltre il recupero dell’inflazione, riducendo gli spazi per la contrattazione di secondo livello». Esempio utile alla comprensione è il contratto dei meccanici, dove i sindacati chiedono 117 euro medi di aumento (più 30 per chi non fa la contrattazione integrativa), mentre Federmeccanica ne offre poco più di 60 (la copertura dell’inflazione appunto), salvo poi dirsi disponibile ad uno scambio salario-flessibilità. Hai voglia a dire allora, come faceva ieri Montezemolo, che «il paese che produce e lavora non ne può più di vecchi riti, perchè gli interessi delle imprese e dei lavoratori sono gli stessi».

            Ciò che dice l’indagine Ires è che, da una parte, la competitività non dipende dal costo del lavoro (che in Italia, nonostante le lamentele, è inferiore a quello degli altri paesi europei) e che, dall’altra, la produttività si fa con gli investimenti ed è perciò un’operazione costosa. «Innovare e fare ricerca, questo è il problema dell’impresa italiana, manifatturiera e non solo – dice Epifani – E la scarsa produttività è dunque in gran parte responsabilità delle imprese».

            Tre sono i problemi, secondo il leader Cgil: la bassa crescita del paese, la bassa produttività delle nostre imprese e i bassi salari. Perciò «occorre una nuova politica dei redditi, un disegno organico che faccia manutenzione degli accordi del ’93 ma che punti alla risoluzione dei tre problemi». Il ministro Damiano non si fa pregare: «Gli accordi del ’93 vanno rivisti a partire dalla durata dei contratti che deve essere di tre anni e non di due – dice – Il governo non può essere coinvolto solo alla fine, in primo luogo perchè anche il protocollo del luglio ’93 era nato da una concertazione triangolare».

            Il capitolo comunque è ormai aperto. Epifani glissa sulla dichiarazione di Bombassei per cui un primo incontro tra le parti sociali sarebbe in programma già per questa settimana. Sabato a Milano ne discuteranno i delegati Cgil, Cisl e Uil riuniti in assemblea. Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 Aprile è critico: «I salari oggi sono bassi proprio perchè nei contratti nazionali si è chiesto finora troppo poco, mentre per Confindustria si è chiesto troppo. Che trattativa si può fare su queste basi? Solo un pasticcio confuso o un danno per i lavoratori».