Modelli contrattuali sotto la lente

29/03/2004

      sezione: ITALIA-POLITICA
      data: 2004-03-27 – pag: 14
      autore: M.M.
      Modelli contrattuali sotto la lente
      ROMA • Nel new deal dell’unità sindacale c’è forse posto anche per una riedizione del modello contrattuale. Cgil, Cisl e Uil sono molto caute in proposito, sanno bene che si tratta di un terreno minato, nel quale occorre muoversi con estrema attenzione, ma hanno preso tra di loro un impegno a non eludere questo tema. L’obiettivo di fondo è quello di aprire, se possibile già nell’autunno, un negoziato con le organizzazioni degli imprenditori, ma prima il sindacato deve trovare una posizione unitaria. Per questo nell’ultimo incontro delle tre segreterie confederali è stato preso un impegno per mettere in piedi una commissione, formata da esponenti delle stesse segreterie, incaricata di studiare il problema ed eventualmente avanzare delle proposte. La commissione non è stata ancora costituita, ma l’impegno delle volontà è forte, proprio perché nasce dalla consapevolezza della posta in gioco.
      La ripresa dell’economia italiana negli anni Novanta per unanime condivisione è stata determinata dalla fortissima svalutazione della nostra moneta, ma anche dal nuovo modo di fare i contratti di lavoro secondo le norme stabilite nel 1993. Si stabilì allora infatti che sarebbe stato difeso il potere di acquisto dei salari, ma che questi non sarebbero saliti più dell’inflazione. Un sistema valido per impedire la classica rincorsa tra prezzi e salari che fino a quel momento aveva fatto sempre seguito alle svalutazioni. E in effetti questa limitazione forte alla crescita del costo del lavoro costituì un incentivo alla crescita estremamente importante. Un modello che ha svolto un servizio egregio, ma che negli anni ha mostrato la corda. Tutti i tentativi di mettere a punto un nuovo sistema, più consono alla nuova realtà economica e sociale, si sono però scontrati con difficoltà superiori alla volontà espressa.
      Perfino nel 1998, quando il Governo D’Alema avviò una fase di concertazione su tutti i temi più rilevanti aperti, non si riuscì ad andare al di là di generiche dichiarazioni di intenzioni. Agì da freno in quell’occasione soprattutto la Cgil che non volle cambiare sistema. Ma anche tra gli imprenditori serpeggiava molto pessimismo, alimentato soprattutto dal timore che si finisse per aumentare i livelli di contrattazione anziché razionalizzarli, come invece sarebbe stato opportuno. L’opzione che acquisiva il maggior consenso prevedeva infatti di instaurare un livello di contrattazione nuovo nel territorio per far sì che la contrattazione integrativa raggiungesse tutti i lavoratori, e non solo quel 30-35% che attualmente, sulla base dei rapporti di forza, realizza la contrattazione aziendale. Un’opzione respinta dalla Cgil che temeva un indebolimento del contratto nazionale, il più rilevante proprio perché interessa l’unanimità dei lavoratori, ma guardata con qualche fastidio da molti imprenditori che non ritenevano fosse netto il carattere di alternatività tra il livello aziendale e quello nuovo territoriale. Il fallimento nel 1998 non ha però fatto cadere le volontà di giungere a un nuovo modello. Cisl e Uil, ma anche molti imprenditori, come testimoniato anche dal recente accordo interconfederale per gli artigiani, credono nell’opportunità di un livello territoriale, perché sia possibile legare gli incrementi retributivi alla crescita della produttività, da misurare lì dove è prodotta, in azienda o nel territorio.