Moda La sferzata di Zara H&M; Co.

21/05/2012

Klein (H&M): «Continueremo ad aprire negozi». Il boom di Abercrombie. L’espansione di Gap

Per capire quanto profondo sia stato il cambiamento basta passeggiare nel centro di Milano e di Roma. Ha cambiato volto. Effetto dell’arrivo in Italia delle grandi catene di moda straniere. Giganti da svariati miliardi di euro di ricavi e presenze in tutti i Paesi del mondo.
L’inizio è stato esattamente dieci anni fa. Protagonista, la spagnola Zara che, per la prima volta — e «dopo anni di assedio», secondo la stampa di quel periodo — metteva piede in Italia.
L’allarme era alto. Perché andava a far concorrenza diretta a gruppi italiani di vari segmenti di mercato, da quelli più alti (perché ne «imitava» i capi) a quelli più «democratici» (a causa dei prezzi bassi). Perché era sbarcata in Italia con il gruppo Percassi, alleato immobiliare (fondatamente trattandosi di catene di negozi) di Benetton. Per il modello di business — negozi diretti e un continuo riassortimento di collezioni — che contrastava con i tempi lenti e scadenzati dei grandi brand.
Un anno dopo Zara era arrivato anche lo svedese H& M, dal modello di business molto simile. E, poi, via via, tutta la «famiglia» Inditex; e Mango, la catena iberica concorrente di Zara; fino alle due americane Abercrombie; Fitch e The Gap, il gruppo cui fa capo anche Banana Republic.
In poco tempo, come si vede dal grafico pubblicato e che «si ferma» al 2010, anno degli ultimi bilanci disponibili sul Cerved, la banca dati delle Camere di Commercio, queste catene hanno conquistato una fetta di mercato importante.
Ma i due mondi — quello della moda italiana e quello delle catene di abbigliamento straniere — si sono allontanati e avvicinati allo stesso tempo. Così, mentre il lusso diventava sempre più lusso, H& M ha iniziato a fare collezioni con i grandi brand, uno su tutti Versace. Zara (articolo sotto) sta alzando la qualità della sua offerta. Mentre i grandi nomi italiani hanno aumentato le loro proposte e hanno investito pesantemente nel retail (è stata questa una delle chiavi del recente balzo avanti di Prada) e, accanto a loro, sono nati nomi nuovi del cosiddetto «lusso accessibile», come Motivi nell’abbigliamento, Calzedonia nell’intimo, Carpisa nella pelletteria. «L’arrivo di Zara ha dimostrato che la moda non è il settore maturo che tutti fino a quel momento pensavano che fosse. Si diceva che non c’era niente da innovare: le grandi catene hanno dimostrato che non era vero», dice Michele Tronconi, presidente di Smi, l’associazione confindustriale della moda.
Hanno aperto negozi su negozi. Continueranno a farlo anche adesso che il mercato italiano è immobile? C’è chi dice, come il sociologo Francesco Morace, che la moda a basso prezzo abbia un futuro difficile (CorrierEconomia del 26 marzo). È così? A vedere programmi e investimenti per ora questo fermo ancora non si vede, anche se non tutti hanno lo stesso andamento.
Quote
«Dal primo negozio in piazza San Babila a Milano, aperto nel 2003, H& M conta oggi su 92 punti vendita su tutto il territorio. Da gennaio abbiamo già aperto quattro negozi e settimana prossima apriremo il quinto a Pradamano, Udine — dice Doris Klein, country manager H& M Italia —. Siamo davvero soddisfatti dello sviluppo in Italia. E il potenziale di espansione è ancora enorme, abbiamo importanti piani per il 2012 e per gli anni a venire. Il mercato italiano è strategico per H& M — prosegue la manager —. Nonostante il 2011 sia stato un duro anno per l’economia mondiale, abbiamo continuato a guadagnare quote di mercato (le vendite totali Iva inclusa in Italia sono cresciute dell’1,8%, ndr)».
File
Le lunghe file di ragazzi davanti all’ingresso hanno fatto di Abercrombie a Milano un fenomeno. E i numeri del primo anno di piena operatività del gruppo Usa — che ha anche il marchio Holliser e nel 2010 aveva in totale 4 negozi complessivi — lo dimostrano: quasi 70 milioni di euro di ricavi e 2,2 di utili. A leggere i documenti ufficiale, il gruppo intende crescere, visto che a gennaio ha realizzato un aumento di capitale di 5,9 milioni di euro con sovrapprezzo di 14,2 milioni resosi necessario «in considerazione dell’ampliamento dell’attività svolta dalla società e delle conseguenti esigenze sociali, nonché delle vigenti politiche del gruppo».
Performance
The Gap ha aperto i battenti a Milano a fine novembre del 2010. Il bilancio risente ovviamente dell’avvio dell’attività. Oggi ha 10 store a marchio Gap e uno Banana Republic. Il gruppo Usa non entra nel dettaglio dei numeri dei singoli Paesi ma la società spiega che i negozi italiani «sono tra i più performanti della nostra flotta europea». «L’Italia — dicono alla società — è tra i primi cinque principali mercati della moda, ha una cultura in sintonia con lo shopping e apre le porte al resto dell’Europa occidentale». Per il momento, tuttavia, Gap non ha piani di ulteriori aperture imminenti.