“MobbingSessuale” Quattro anni a un edicolante

11/01/2007
    giovedì 11 gennaio 2007

      Pagina 39 – Napoli/Cronaca

        IL PROCESSO
        LA SENTENZA

          CAPODICHINO: PRIMO PROCESSO PER MOBBING SESSUALE

            Violentò tre donne, condannato e libero

              Quattro anni a un edicolante: minacciava di licenziare le impiegate ostili

              LEANDRO DEL GAUDIO Una l’ha violentata sul luogo di lavoro, lì in edicola, dopo la chiusura del locale. Le altre due dipendenti è riuscito solo a molestarle. Quotidianamente. Troppo facile il ricatto in una città di senzalavoro: se denunciate, vi licenzio. Molestie e violenze sessuali, ecco la condanna che inchioda l’ex edicolante di Capodichino. Quattro anni al termine del processo chiuso con il beneficio del rito abbreviato, per aver molestato tre sue ex dipendenti. Ieri il verdetto del gup Vecchione, che conferma le accuse frutto di un anno e mezzo di indagini del pm Graziella Arlomede. È il primo caso di condanna per «mobbing sessuale», per usare le parole dell’accusa, forte delle dichiarazioni rese a porte chiuse dinanzi ai giudici dalle vittime.

              Ieri il verdetto di primo grado. Lui, Camillo D.C., il presunto stupratore, è a piede libero dopo un anno di custodia cautelare ai domiciliari. Resta in piedi una storia di ordinarie pressioni esercitate da un datore di lavoro verso le sue dipendenti. Tre quelle che hanno avuto il coraggio di denunciare, anche se nel fascicolo si ipotizzano altre vittime. Le donne sono state assistite dalle penaliste Elena Coccia e da Giorgia De Gennaro. «Non un raptus estemporaneo – si legge negli atti giudiziari – ma un’opera di ininterrotta vessazione sul lavoro: mobbing sessuale, appunto».

              Nell’inchiesta, gli inquirenti hanno presentato le lettere di contestazione e le punizioni imposte dall’edicolante alle dipendenti. In aula le tre donne hanno parlato di vessazioni fisiche e psicologiche, del tipo «ti faccio continuare a lavorare se mi assecondi», «a fine mese lo stipendio se impari a stare zitta».

              Non solo parole, non solo accuse verbali. Agli atti anche la registrazione audio delle pressioni sibilate dall’altro capo del telefono alle tre vittime: «Se non mi aspetti, perdi il lavoro». Frasi poco edificanti. Eppure l’edicolante le aveva architettate tutte per imporre la propria presenza nella vita delle proprie collaboratrici. L’ordine di massima era di non sorridere ai clienti, di non ricambiare sguardi e cordialità. L’imputato le aveva pensate tutte. In negozio aveva addirittura piazzato una telecamera per filmare i momenti quotidiani. Alle ragazze diceva, «vi osservo anche quando non ci sono, così sapete che io sono sempre tra voi». Poi le telefonate. Le donne erano costrette a segnalare ogni singolo spostamento. Anche in questo caso, i particolari si fondano – morbosità a parte – nella forza di chi è in grado di dare uno stipendio pulito a fine mese, firmando in busta paga stipendio e contributi. Sarà un probabile processo d’appello a stabilire la fondatezza delle accuse nei confronti dell’edicolante (difeso dalla penalista Maria Gonella), in una vicenda che potrebbe fare da apripista sul piano delle molestie sul luogo di lavoro.