«Mobbing, oltre un milione di lavoratori subisce violenze»

22/07/2004

              giovedì 22 luglio 2004

              Una ricerca delle Acli fotografa le dimensioni del fenomeno. «La vittima? Uomo, 50 anni, contratto a tempo indeterminato in un’azienda del Centro-Sud»

              «Mobbing, oltre un milione di lavoratori subisce violenze»

              MILANO – «Il mobbing è una violenza psicologica intenzionale e reiterata nel tempo, condotta su un dipendente o su un collega di lavoro, allo scopo di escluderlo o di indurlo alle dimissioni».
              Inizia così «Incrociando la punta dell’iceberg», la ricerca delle Acli che fotografa per la prima volta le dimensioni e le caratteristiche del mobbing in Italia.

              Secondo l’indagine dell’Iref, l’Istituto di ricerca dell’associazione, i dipendenti mobbizzati sparsi nelle aziende della penisola sarebbero oltre un milione, il 5,2% del totale degli occupati. Persone che ogni giorno vengono emarginate, traumatizzate, de-mansionate. In un’opera scientifica di demolizione personale. Solo il 5,5% degli impiegati e operai intervistati sono riusciti a scampare alla persecuzione del capo e dei colleghi, mentre quasi un quinto del campione, pur non essendo esposto direttamente a violenze, mostra una «spiccata sensibilità» per il fenomeno. La stragrande maggioranza degli italiani (70,4%), però, sembra completamente all’oscuro del problema. «Molti mobbizzati – spiega Daniele Ranieri della Cgil, coautore della sceneggiatura del film di Cristina Comencini Mi piace lavorare - si autocolpevolizzano. Spesso attribuiscono stress, ansie e disturbi a loro stessi. Difficilmente riconoscono che l’aggressione è esogena».

              Negli ultimi anni la vittima del mobbing ha cambiato profilo: se prima la violenza psicologica era soprattutto strumento di discriminazione delle donne, oggi è una pratica usata per aggredire chiunque non si conformi alle regole (implicite e non) di un’azienda. L’identikit dell’attuale capro espiatorio è quello di un uomo sulla cinquantina, con contratto a tempo indeterminato in una grande industria del Centro-Sud. «L’ex mobbizzato – scrive Danilo Catania, uno dei ricercatori che ha curato l’indagine – è invece una donna, di circa quarant’anni, impiegata nella pubblica amministrazione». Colletti bianchi in genere perseguitate per aver preso un congedo-maternità o per aver rifiutato qualche «attenzione» del capo ufficio. L’emersione del fenomeno, l’intervento dei sindacati e battaglie personali hanno contribuito a liberare migliaia di lavoratrici dalla persecuzione di dirigenti e colleghi. «A prezzi altissimi – ammette Antonio Vento, psichiatra alla Sapienza e presidente dell’Osservatorio Mobbing -. Frustrazione, depressione, attacchi di panico: la vittima finisce inevitabilmente per coinvolgere anche la famiglia. Il fenomeno è devastante, e può portare anche alla separazione della coppia».

              Le violenze per escludere un dipendente non sono tipiche, come vorrebbe il luogo comune, delle imprese private. «Il mobbing regna anche nel settore pubblico, nelle grandi fabbriche come nei piccoli esercizi – conclude Ranieri -. Ci arrivano denunce da dipendenti di associazioni religiose. Persino di sindacati». Sulla materia non esiste ancora una legge organica. Decine di proposte di legge puntano a una migliore prevenzione, all’informazione, alle responsabilità e gli obblighi del datore di lavoro. Luigi Bobba, presidente delle Acli, vorrebbe al più presto «una norma chiara, semplice e facilmente applicabile. A tutela delle vittime e sanzionatoria nei confronti dei colpevoli. Il mobbing, come gli infortuni, deve essere identificato come un rischio sul lavoro. Con la differenza che comporta, invece di danni fisici, gravi ripercussioni psicologiche».

              Emiliano Fittipaldi