Ministro Interni(3) Patto per l’Italia? «Una svolta storica»

19/09/2002

            19 settembre 2002

            FORUM CON PISANU – 3



            Patto per l’Italia? «Una svolta storica»

            L’intesa di luglio non ha precedenti: mai la crescita del Meridione era stata posta come priorità e vincolo per giudicare l’azione di governo


            Lei ha ricordato che nell’articolo di Toni Negri, tra le altre cose, veniva citato il Patto per l’Italia. Uno strumento messo in campo dal Governo per rilanciare lo sviluppo, soprattutto nel Sud. Secondo Lei, questo Patto può rappresentare la rotta per una nuova politica economica, che riconosca nei fatti la priorità del Mezzogiorno? Considero il Patto per l’Italia una scelta di portata storica. Per quel che ricordo, non c’è mai stato un documento di politica economica negoziato con le parti sociali che abbia assunto la crescita del Pil meridionale a un ritmo superiore di quello medio-nazionale come parametro principale per misurare l’efficacia delle scelte economiche e strategiche del Governo. Ripeto, a mia memoria, non esistono documenti di analoga portata strategica. Questo vuol dire che oggi, finalmente, la questione meridionale diventa la questione nazionale. Credo, inoltre, che l’impostazione del Patto per l’Italia si colleghi idealmente al grande e ingiustamente dimenticato meridionalismo concreto di De Gasperi, Vanoni, Pastore, Compagna, Pescatore. Anche se, purtroppo, non abbiamo più uno strumento formidabile di sviluppo come fu, in relazione a quei tempi, la Cassa del Mezzogiorno. A mio giudizio, quello è stato l’esempio migliore di programmazione democratica dell’Italia del Dopoguerra, direttamente ispirato dall’esperienza straordinaria della Tva, dell’Authority per la Valle del Tennessee. Un’esperienza che si è smarrita. Perché?
            Nella storia del Mezzogiorno, è evidentissimo che, con l’interruzione di quegli strumenti, si interrompe in qualche modo anche lo sviluppo. Dopo l’esperienza della Cassa, abbiamo perso una capacità progettuale e di realizzazione notevolissima. Le Regioni meridionali non sono riuscite – bisogna dirlo onestamente – a recuperare appieno questa capacità. Ora, però, l’impostazione federalista dello stesso Patto per l’Italia ci consente, pur senza uno strumento così importante come la Cassa, di puntare sulle peculiarità regionali, assumendo che la politica di sviluppo per il Sud è diventata la politica generale del Paese.
            È questo il vero passaggio da politiche speciali a politica ordinaria?
            Sì, dopo gli anni dell’intervento straordinario, ora la questione meridionale è la questione davvero fondamentale della politica economica e sociale del nostro Paese. È una scelta strategica del Presidente Berlusconi e dell’intera Cdl.
            Mettere al centro della politica economica del Governo il rilancio del Mezzogiorno è una scelta condivisa da tutta la maggioranza? Cosa ne pensa Umberto Bossi?
            È condivisa e lo dico senza difficoltà. Non credo di svelare alcun segreto se dico che ho avuto un lungo confronto a quattr’occhi con Bossi, molto prima che il Patto per l’Italia venisse definito. In quella circostanza ero ancora ministro per l’Attuazione del programma: trovai in lui un’assoluta disponibilità a sostenere un’azione forte per il Mezzogiorno. Una disponibilità accompagnata alla consapevolezza, chiara, che se il Sud non cresce, non cresce il Paese. Ciò che Bossi teme è sostanzialmente la politica degli interventi straordinari, degli sprechi, dell’assistenzialismo, della mafia. Tutti mali del Mezzogiorno che dobbiamo riconoscere e combattere.
            È stato proprio Bossi, nei giorni scorsi, a rilanciare la necessità di accelerare sulle riforme. Ora sembra esserci un momento di stallo nell’attività del Governo. L’attuazione del Patto per l’Italia è un modo per riprendere questo cammino?
            Nel fragore del contrasto politico, abbiamo un po’ perso di vista la cosa migliore prodotta finora dal Governo che è, appunto, il Patto. Ma, alla fine, credo sarà la forza delle cose a imporlo all’attenzione generale perché questa è una risposta vera alle difficoltà, imprevedibili, che l’Esecutivo ha dovuto affrontare. Ricordo gli effetti dell’11 settembre, la crisi argentina, il crollo delle borse. In quell’accordo c’è una risposta seria a questa nuova realtà ma c’è soprattutto l’occasione per tentare di vincere la sfida della modernità: cioè, la flessibilità del mercato del lavoro, la riforma fiscale diretta prioritariamente a favorire i ceti più deboli, la centralità del Mezzogiorno.
            Perché, allora, a un mese dalla firma del Patto, il Governo ha bloccato il credito d’imposta?
            Un provvedimento in contraddizione con la scelta di mettere al centro lo sviluppo del Sud… Perché, come si dice al mio paese, chi va a cavallo è soggetto a cadere.
            Ma ci sono le condizioni per affrontare in Finanziaria l’emergenza economica e neutralizzare le tensioni sociali che fanno già intravedere un autunno caldo?
            Il conflitto sociale si è caricato di una valenza politica che lo rende via via più aspro. Io non credo però che la Cgil possa, alla lunga, continuare a ignorare le questioni concrete poste dal Patto per l’Italia. Possono fare un altro sciopero generale. E poi? Dopo lo sciopero generale non c’è lo sciopero "generalissimo": non c’è più nulla. C’è solo un avvitamento su se stessi che non porta a niente. Naturalmente è anche compito della maggioranza cercare di portare l’attenzione sulle cose che più contano.
            Non si rischia l’avvio di un processo di destabilizzazione?
            Non c’è dubbio che l’esasperazione del conflitto sociale avrebbe un effetto pesante sull’economia, anche per le ripercussioni esterne. Un clima di aspra tensione sociale darebbe all’estero l’immagine di un Paese instabile, in balia dei suoi umori più estremi. C’è questa volontà, a suo avviso, del «tanto peggio tanto meglio»…
            Onestamente non la vedo nelle organizzazioni sindacali. Vedo l’esasperazione politica di una questione sociale, ma questo è segno di confusione e di crisi. Tutti ci chiediamo se i girotondi siano un problema per la maggioranza o per la sinistra. Il fatto che si ponga una simile domanda la dice lunga sullo stato della dialettica politica e parlamentare nel nostro Paese.