Ministro Interni (2) Biagi, non brancoliamo nel buio

19/09/2002






          FORUM CON PISANU – 2


          Biagi, non brancoliamo nel buio

          Siamo davanti a piccoli gruppi, ma troveremo gli assassini del giurista e di D’Antona


          Ma perché in Italia, caso ormai unico in Europa, lo scontro politico e ideologico continua ad avere derive terroristiche?
          Perché la sinistra italiana ha radici antiche. Non dimentichiamo ciò che ha significato per l’Italia la presenza del più grande partito comunista dell’Occidente. Per dirla con Gramsci, c’era un moderno principe, forte e affascinante, che esercitava un’influenza poderosa sulla società italiana e che esercita ancora, soprattutto sui vecchi militanti, una grande suggestione. Quanto all’idea della violenza come strumento di lotta politica, se possiamo dire che viene dalla tradizione rivoluzionaria della sinistra italiana, dobbiamo anche riconoscere che oggi è del tutto estranea ai partiti e alle organizzazioni sindacali. Essa va vista semmai come una patologia del nostro sistema politico, ma rimane fuori dal Parlamento, dai partiti, dai sindacati. Questo, però, non evita il rischio che, in situazioni di conflitto politico e sociale estremo, gruppi eversivi tentino di riportare la violenza dentro il sistema.
          Il nuovo terrorismo sarà anche un arcipelago difficile da interpretare ma è un fatto che le indagini sugli omicidi Biagi e D’Antona sono al palo…
          Innanzitutto c’erano e ci sono difficoltà obiettive. C’era e c’è una difficoltà reale di capire un fenomeno così confuso e frammentato come il nuovo terrorismo. Esiste il «covo virtuale» di Internet, si organizzano facilmente e rapidamente anche attentati e facilmente si sfugge ai controlli. Ma, nonostante la difficoltà di individuare un avversario così sfuggente, così evanescente, oggi credo che si siano fatti passi avanti. Come ho detto nel mio discorso di Ferragosto, non lasceremo nulla di intentato per assicurare alla giustizia gli assassini di Marco Biagi e di Massimo D’Antona. Prima o poi qualche buon risultato arriverà. Lo voglio ribadire nel giorno in cui a Modena, nell’Università in cui il professor Biagi insegnava, viene inaugurata la fondazione che porta il suo nome.
          Ma a tre anni di distanza dall’omicidio D’Antona, lo Stato brancola ancora nel buio?
          No, posso solo dire che non stiamo più brancolando nel buio.
          La pistola che ha ucciso D’Antona è la stessa usata per l’omicidio di Biagi?
          Non vorrei entrare in questioni così specifiche, non voglio correre il rischio di dire cose sbagliate.
          Un altro fronte caldo del suo ministero è l’immigrazione. L’ultima tragedia in Sicilia ha riproposto tutta la drammaticità di un fenomeno che ha mille facce. State negoziando nuovi accordi con i Paesi di provenienza? E con quali risultati?
          D’intesa con il presidente Berlusconi, sul piano internazionale, stiamo seguendo due strade. La prima è quella europea, diretta a coinvolgere tutti i Paesi Ue nella gestione della frontiera italiana come una frontiera comune. La seconda è quella degli accordi bilaterali con i Paesi rivieraschi dell’area mediterranea, dai quali proviene, spesso dopo lunghe peregrinazioni, gran parte degli immigrati clandestini. Alcuni di questi accordi sono stati definiti e hanno anche funzionato bene, come per esempio quello con la Tunisia, mentre altri sono in questi giorni in corso di definizione.
          Si possono utilizzare i flussi per premiare quei Paesi che rispettano di più gli accordi?
          Solo una gestione generosa e insieme oculata dell’immigrazione regolare può facilitare il controllo dei flussi clandestini, perché gli stessi Paesi di provenienza sono più inclini a darci la loro collaborazione nel contenere e nel reprimere i movimenti clandestini se, in cambio, ottengono delle valvole di sfogo attraverso l’emigrazione regolare. Ma non vorrei parlare di quote: parlerei di un governo dei flussi che deve essere fatto d’accordo con i Paesi d’origine e d’accordo anche con le Regioni, le aree del Paese destinatarie di questi flussi.
          Tre mesi trascorsi al Viminale tra difficoltà crescenti: terrorismo internazionale, terrorismo interno, immigrazione. È presto per i bilanci ma quale messaggio si sente di dare ai cittadini su ordine pubblico e sicurezza?
          Vorrei rispondere sulla base dei fatti. Quando il presidente Berlusconi ha annunciato in Parlamento la mia nomina a ministro, non ho sentito alcuna critica pregiudiziale nell’opposizione, anzi, ho trovato qualche espressione di apprezzamento. Quando poi sono andato al Senato a riferire sugli atti di terrorismo di Monza e Milano, connessi alla vicenda Fiat, ho trovato valutazioni pressoché unanimi. Quando è nato il caso del Rapporto Sorge (sulla scorta revocata al professor Biagi) ho riferito alla Camere sulla vicenda, ho consegnato il rapporto al Copaco (Comitato di controllo sui servizi), che è un organo bicamerale del Parlamento. Il Copaco ha prodotto una relazione, mi ha lasciato la facoltà di renderla pubblica, l’ho resa pubblica. Racconto questi episodi per sottolineare come ho cercato, in questi mesi, di salvaguardare la sostanziale unità del Parlamento intorno ai problemi dell’ordine pubblico e della sicurezza, come auspicato recentemente dal presidente Ciampi. E devo dire che su questo tema il Parlamento ha dimostrato una larga unità. Mi sono imposto di fare tutto nel rigoroso rispetto dei poteri di indirizzo e di controllo del Parlamento e nulla al di fuori di questi.
          Per quanto riguarda i progetti specifici del suo ministero, perché tarda a partire il poliziotto di quartiere?
          L’espressione poliziotto di quartiere è un po’ riduttiva: bisognerebbe parlare di polizia di prossimità, cioè di una polizia che vigila un ambiente. Per esempio, quello dei giochi elettronici è un ambiente, quello di Internet è un ambiente virtuale. Il quartiere è un ambiente metropolitano. L’organizzazione della polizia di prossimità sta andando avanti; siamo anche avanti sul poliziotto di quartiere. Mi sono impegnato a farlo partire entro l’anno. Ci sono problemi non irrilevanti di risorse finanziarie che stiamo risolvendo. Stiamo infatti sviluppando con le Regioni forme di collaborazione che sono assolutamente utili e gradite, perché si tratta anche di integrare la funzione del poliziotto con quella della guardia comunale. L’esperienza di Milano del vigile di quartiere ha dato risultati decisamente positivi.
          A che punto è la riforma dei servizi di sicurezza? Dovremo davvero aspettare il 2023 come dice il presidente Cossiga?
          La riforma è in discussione in Commissione al Senato. C’è un problema essenziale che è quello di precisare meglio le funzioni dei due servizi (il Sismi e il Sisde). Su questo punto credo che qualche margine d’intesa ulteriore tra Parlamento e Governo possa essere trovato. La legge comunque va avanti, perché l’impostazione duale dei servizi è comune a quasi tutti i Paesi democratici dell’Occidente.
          Ha in progetto di modificare gli attuali i vertici del ministero dell’Interno, magari il capo della Polizia?
          No comment.