Ministro Interni (1) Il terrorismo prova a infiltrare la piazza

19/09/2002



            19 settembre 2002


            FORUM CON PISANU – 1
            Il terrorismo prova a infiltrare la piazza

            Il monito del ministro dell’Interno: c’è chi punta ad aggregare quella «moltitudine» di cui parla Negri, tra no global, immigrati e girotondini


            Ministro Pisanu, l’Italia, con la Gran Bretagna, è oggi tra i Paesi europei più schierati a fianco degli Stati Uniti nella gestione della crisi con l’Irak. Il presidente Bush, nel suo incontro con Silvio Berlusconi a Camp David, ha detto che ora anche l’Italia è nel mirino di al-Qaida. Corriamo davvero il rischio di diventare un obiettivo del terrorismo internazionale?
            L’amicizia con gli Stati Uniti è una costante della politica estera italiana dal Dopoguerra ad oggi. Dunque, l’alleanza con Bush non rappresenta una novità. Il nostro Paese resta anche saldamente collegato all’Europa: sono convinto che insieme, americani ed europei, sosterranno la prossima risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Certo, l’evoluzione della crisi dipenderà soprattutto dal comportamento di Saddam Hussein.
            Dunque il nostro Paese non è oggi più esposto di prima agli attacchi terroristici?
            L’odio ideologico di al-Qaida si rivolge indifferentemente a tutti i Paesi che l’hanno combattuta, soprattutto con l’ultima grande alleanza di Enduring Freedom nata dopo l’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle e con l’intervento in Afghanistan. Finora l’Italia è stata considerata piuttosto come un luogo propizio per la logistica dell’organizzazione terroristica. E, sotto questo profilo, l’abbiamo efficacemente combattuta: nell’ultimo anno sono stati 50 gli arresti, molti dei quali riconducibili direttamente ad al-Qaida. La nostra azione ha avuto anche pubblici apprezzamenti dagli Stati Uniti.
            Avete segnali di possibili collegamenti tra l’estremismo islamico e il terrorismo interno?
            No, segnali evidenti e convincenti al momento non ci sono, ma non possiamo escluderli per il futuro. Comunque siamo vigili: quando si tratta di questioni di questa rilevanza è meglio eccedere in prudenza che in leggerezza.
            Lei era capo della segreteria politica di Zaccagnini nei giorni drammatici del rapimento e poi dell’assassinio di Aldo Moro. È stato dunque un testimone diretto degli anni di piombo. Ora, a distanza di 20 anni, si trova di nuovo in prima linea a combattere il terrorismo. I nemici di oggi sono gli stessi di ieri?
            Qualche legame tra nuovo e vecchio terrorismo è sicuramente sopravvissuto e, quando c’è, passa attraverso le carceri o all’estero. Ma i due fenomeni sono completamente diversi. Ricordo le Brigate rosse come un’organizzazione compatta. Fatta di cerchi concentrici: un primo nucleo clandestino armato combattente, un secondo cerchio, sempre clandestino, addetto alla logistica, un terzo che operava in semiclandestinità, fino al quarto fatto di fiancheggiatori politici. Per non parlare dei falsi neutrali, quelli che dicevano di non stare «né con lo Stato, né con le Br». E tutti questi cerchi insieme contenevano molte migliaia di uomini e donne. Ora, invece, c’è un arcipelago molto frantumato di gruppi e gruppuscoli che agiscono soprattutto per emulazione e usano mezzi diversi da quelli delle Brigate rosse: il tritolo e un linguaggio pasticciato e confuso. Ma possono comunque diffondere la cultura della violenza. Vi sono poi anche componenti più strutturate, intellettualmente e politicamente: penso per esempio a quelle anarco-insurrezionaliste e ai Nuclei Territoriali Anti-imperialisti diffusi nel Nord-Est, che hanno un modo di proporsi molto simile alla vecchia cultura delle Br. Probabilmente sono già collegati tra loro o, sicuramente, cercano di farlo per costituire l’asse portante di un nuovo schieramento rivoluzionario.
            Esistono rapporti tra il nuovo terrorismo e le diverse aree del movimento «no global»?
            Su possibili rapporti con le frange estremiste dei «no global» mi sia consentito di essere particolarmente riservato. Certo, la vicinanza è nell’ordine naturale delle cose.
            Ma esiste oggi un’area «no global» o di estremismo sindacale, da cui possa attingere il nuovo terrorismo?
            Direi proprio di no. Esiste naturalmente l’inclinazione del nuovo terrorismo a infilarsi nel conflitto sociale e politico: un’inclinazione che cresce quanto più lo scontro si inasprisce e diventa violento. Ma bisogna dire onestamente che anche lo stesso movimento «no global», non appena si sono manifestate e dichiarate le componenti più inclini alla violenza, si è diviso. Nella manifestazione di Genova dello scorso luglio, si è visto come il grosso dei manifestanti abbia potuto tranquillamente svolgere la sua manifestazione e come abbia contribuito a isolare quei 500-600 potenziali violenti.
            Tornano dal passato ideologi e vecchi maestri?
            Su Le Monde Diplomatique c’è un significativo e istruttivo articolo di Toni Negri che teorizza lo spiazzamento dei socialdemocratici e la ricomposizione della sinistra mettendo insieme il movimento, la classe operaia che protesta contro il Patto per l’Italia, gli immigrati sfruttati. Insomma, tutto ciò che può costituire, per dirla con il linguaggio di Toni Negri, «la moltitudine», cioè la classe combattente del «nuovo comunismo» contro il «nuovo Impero». Questa ipotesi viene coltivata come un’operazione di messa in mora definitiva della sinistra storica italiana per dare vita a una nuova sinistra. All’interno di questa ipotesi si muovono gruppi diversi: si vedono, per esempio, vecchi personaggi di Potere Operaio che contendono a Casarini la leadership dei «disubbidienti» e si intravede l’intelligenza, la cultura, l’esperienza rivoluzionaria di Toni Negri.
            È di nuovo allarme?
            Allarme no. Ma attenzione tanta, perché qualcosa di importante sta accadendo. Tra le forze che il «nuovo comunismo» pensa di aggregare ci sono anche i «girotondini», un movimento spontaneo, politicamente naïf, improvvisato. Io temo gli improvvisatori. Temo l’avversione di molti alla sinistra ufficiale e parlamentare: un’avversione che può crescere sino a saldarsi con movimenti che da altre posizioni pensano di costruire una sinistra alternativa a quella che viene definita socialdemocratica. Il nostro Paese ha invece bisogno di una sinistra parlamentare che non si lasci suggestionare dalla piazza.
            In questo momento in Parlamento lo scontro è molto aspro. La discussione sulla legge Cirami ha fatto crescere la tensione…
            Sono tutte polemiche eccessive e spropositate, che finiscono per danneggiare l’intera classe politica e persino le istituzioni. È invece interesse di tutte le forze politiche presenti in Parlamento riportare il confronto sulle cose che contano, dando risposte alle domande dei cittadini davanti ai problemi della vita quotidiana.
            Anche sulla scuola si annuncia un autunno caldo. Il Governo sosterrà con forza la volontà delle famiglie che vorranno un ordinato svolgimento della vita scolastica. La riforma che abbiamo varato è seria ed è coerente con il Patto per l’Italia.