“MilanoRoma” Quei giorni delle «streghe»

16/01/2006
    domenica 15 gennaio 2006

    Pagina 8 – Interni

      LA STORIA

        I segni e le provocazioni delle manifestazioni femministe degli anni settanta
        Quei giorni delle "streghe"
        minaccia gioiosa e beffarda

        Dietro quegli slogan c´erano un mondo vitale, fantasia e rabbia Come scrisse Rossanda, c´era una storia antichissima

          FILIPPO CECCARELLI

            «Il movimento delle donne ha lunghe pause – ha scritto una volta Rossana Rossanda – Penso che siano pause davanti a un vuoto che vedono, non pause d´indifferenza. C´è la inarticolatezza dei bambini e il silenzio di alcune persone molto anziane e non disposte a dare alle domande sul senso delle vita troppo facili risposte. Il movimento femminista non è nato giovane; sa secoli di cose, e ne è spesso atterrato». Altrettanto spesso, verrebbe da aggiungere dopo la giornata di ieri, si risolleva e ritorna visibile. Ma quasi sempre a sorpresa.

            Più che alla politica o alla vita pubblica di un paese, questa andatura ciclica appartiene probabilmente alla vita. Resta da chiedersi quante, delle donne scese in piazza a Milano e a Roma, l´avevano fatto pure trent´anni orsono. E a questo punto magari anche valutare, con pacatezza, la perenne attualità di quello slogan: «Tremate, tremate – diceva – le streghe son tornate». Classica minaccia gioiosa e beffarda, come si ricorderà, accompagnata da cappellacci neri e fiocchi rosa, scopettoni e nastri d´argento, maschere e aquiloni; e quei gesti, quei «segni» così spudoratatamente primordiali, le mani alzate sopra la testa, i pollici e gli indici che si univano a significare l´organo sessuale femminile. Cortei colorati, serpentoni di gonne a fiori che attraversavano le città senza metterle – come allora succedeva con qualche frequenza – a ferro e fuoco.

            Alla fine di novembre del 1976 ventimila donne si diedero appuntamento alle otto e mezzo di sera a piazza Esedra, vicino a quella Stazione Termini che rappresentava la zona più mal frequentata e quindi più pericolosa della metropoli. Si trattava appunto di «riprendersi la notte». Diretta a piazza del Popolo, la fiaccolata femminista fece rapida sosta davanti al cine-teatro "Volturno", rinomato ma triste luogo di strip-tease, per strapparne le locandine. Quindi si riversò allegramente a piazza del Popolo, sparpagliandosi in piccoli spettacoli e girotondi. Racconta Giampiero Mughini ne «Il grande disordine» (Mondadori, 1998) che un cerchio si chiuse attorno al giornalista Giuliano Zincone, che ne ebbe un po´ paura: «Era la prima volta che mi vedevo considerato avversario di un movimento che dall´esterno avevo sempre fiancheggiato».

            Commentò l´indomani Lietta Tornabuoni: «E´ una marcia indetta per esigere non si sa da chi qualcosa che nessuno può dare. Nello slogan "riprendiamoci la notte" si esprimevano infinite esperienze mortificanti, limitanti e anche paurose vissute da tutte le donne». Vero. Così come era vero che in quella come in tante altre manifestazioni sull´aborto, aperte o separatiste che fossero, non ci fu mai nessuna tensione.

            O meglio: una volta, nel dicembre del 1975, per un «malinteso» a proposito del separatismo alcune donne di Lotta continua vennero aggredite e malmenate dal servizio d´ordine dell´organizzazione. Ma proprio questo episodio innescò il processo di autodistruzione del gruppo. Quando, nel 1977, Simon de Beauvoir venne a Roma volle informarsi: «E´ vero che le femministe hanno abbandonato Lc perché si trovavano oppresse?». Sì, le risposero quelli del giornale, «se ne sono andate quasi tutte». «Quindi eravate oppressori…». «E già – le risposero – ma da quando sono uscite, i nostri rapporti con loro sono molto migliorati».

            Il sospetto è che questa specie di insegnamento è valso per qualche milione di italiani le cui mogli, figlie, sorelle e fidanzate scesero allora in piazza a gridare slogan che suonavano del tutto incendiari sul piano della costruzione del senso comune. Uno, forse il più giocherellone, pur nella sua drammaticità, recitava: «Col dito, col dito/ orgasmo garantito!». E proseguiva, crudamente: «Col cazzo, col cazzo/ orgasmo da strapazzo!». Un altro slogan, sempre in un modo che a quei tempi cupi suonava eccezionalmente creativo, faceva: «Finalmente siamo donne/ non più puttane, non più madonne». E rivolgendosi ai maschi, o almeno ai più brutali fra loro: «La vostra violenza/ è solo impotenza». E infine rivolgendosi a se stesse: «Io sono mia – era la premessa – e la liberazione non è un´utopia».

            Diverse voci (22 donne di Forza Italia, l´onorevole Volontè, dell´Udc, il Movimento per la Vita) hanno ieri richiamato gli anni settanta. Per deplorarli: con qualche semplicismo, tuttavia. Perché è difficile, su due piedi, e forse è perfino impossibile stabilire che cosa è stato e cosa ha rappresentato in quel periodo il movimento delle donne. C´è un bel volume a più voci appena uscito, «Il femminismo degli anni Settanta», a cura di Teresa Bertilotti e Anna Scattigno, libreria editrice Viella, pieno di spunti ed erudite riflessioni.

            Ma certo, dietro a quegli slogan, c´era tutto un mondo vitale. C´era una storia antichissima, come la intende la Rossanda; c´era una fantasia, una rabbia, un´ansia di legittimazione; c´erano madri fondatrici e intellettuali di vaglia, pratiche e problematiche, luoghi di ritrovo, riviste, librerie, case editrici. Mentre negli anni settanta gli uomini si pestavano e si scomunicavano gli uni con gli altri appresso al potere e alle ideologie, le donne – o meglio: certe donne – riversavano o almeno cercavano di riversare nella dimensione pubblica la centralità del corpo, la sessualità, la vita affettiva, il subconscio, le relazioni d´autocoscienza

              In qualche modo c´era, dietro quegli slogan degli anni settanta, un pezzo di futuro. Magmatico, a tratti superbo e incomprensibile come quello di chi vuole ricostruire il mondo, ma a suo modo profetico. Un´insurrezione domestica, intima, sotterranea; forse proprio per questo più riuscita di tante altre.