“MilanoRoma” Il testimone delle femministe

16/01/2006
    domenica 15 gennaio 2006

    Pagina 9 – Interni

      IL CORTEO

        Delegazioni da tutt´Italia, clima di orgoglio ritrovato. La promotrice: ora guai a tornare a casa

          Il testimone delle femministe
          alle ragazze nate dopo la legge

            Sfilano anche tanti uomini: libere voi, liberi noi

              CINZIA SASSO

              MILANO – E adesso? Adesso che su piazza Duomo comincia a scendere il buio, che le bandiere di tutti i colori, i fiori di carta, le coccarde coi colori della pace, gli striscioni scritti a mano, perfino i canovacci della cucina innalzati a stendardi continuano a sventolare, che le note di Bella ciao rimbombano come al 25 aprile mentre le donne sul palco ballano tra loro e quelle che riempiono la piazza battono le mani, ecco, adesso, che si fa? Assunta Sarlo scuote i riccioli spettinati: «Adesso nessuno può tornare a casa». Quando ha letto al microfono, lei, piccolina, infagottata in un paio di pantaloni larghi, davanti una folla che non finiva più mentre ancora gente marciava in piazza Scala e anche in via Manzoni, il messaggio in bottiglia che il 22 novembre ha spedito per e. mail a un gruppo di amiche, l´inizio di tutto questo (e chi l´avrebbe detto), la voce era rotta dalla commozione. Adesso ride felice, certo, guarda quante sono. Ma qui la piazza chiede: e adesso?

              Scomparse dalle strade, rintanate nelle loro vite fatte di lavoro e per le fortunate magari anche di carriera, figli, casa, spesa, genitori da accudire, di colpo, un sabato pomeriggio, le donne sono ricomparse. Tante, tantissime. Con i treni speciali arrivati da Torino, Genova, Trieste, Venezia, Firenze, Roma; con i pullman da Brescia, Lecco, La Spezia, da ogni paese della Lombardia e da mezza Emilia; con i voli dal sud, da Olbia e da Palermo, pagati con una lotteria e anche con una colletta fatta ieri, per strada, «se avete un piccolo contributo per le spese, grazie». Sono le vecchie femministe, quelle che in piazza ci andavano eccome e trent´anni fa gridavano slogan che ripetono anche oggi; ma ci sono anche le ragazze che trent´anni fa sono nate, le giovani e perfino le giovanissime che all´uscita dalla scuola hanno trascinato qua anche i compagni. Ci sono gruppi di straniere, Aliga, eritrea, è bellissima, oggi è la sua giornata libera, che gioia ritrovarsi così in tante. Il fatto è che, ancora più inattesi, sono comparsi anche tanti uomini: anche loro, di ogni età e mestiere, qui perché convinti che la parola d´ordine – la libertà di scegliere – meritasse il freddo e il viaggio. E anche la compagnia di tante donne. Quelli di Maschile plurale innalzano: «Libertà femminile, liberazione maschile».

              Ha capito male il ministro Storace, che ha definito il corteo un anticipo di Carnevale; hanno capito male quelli, come il post-fascista La Russa, che hanno irriso, dicendo cosa vogliono queste che la 194 nessuno ha intenzione di cambiarla. «Bene – dirà dal palco Susanna Camusso, la segretaria regionale della Cgil che è stata tra le prime a rispondere all´e. mail e che ha messo a disposizione della manifestazione l´aiuto organizzativo del sindacato – consideriamo questa dichiarazione la nostra prima vittoria». La prima, appunto. «Vogliamo più finanziamenti ai consultori, la sperimentazione della Ru486, la pillola del giorno dopo, un legame scuola-consultori. Vogliamo un rapporto con la politica, con i candidati, sennò questa piazza è pronta a mandarli a quel paese». I partiti, alle due, nel piazzale della stazione, si sono presentati puntuali. A parte quelli della Margherita, c´erano tutti con le loro bandiere e qualche loro deputato. Ma i cartelloni, gli slogan, i nomi dei gruppi, erano soprattutto un´altra cosa.

              Giovanna ha 24 anni, un cappello verde da strega, viene da Trieste insieme alle ragazze del Gattanera: «Siamo studentesse, da un mese e mezzo abbiamo fondato il collettivo, sentivamo il bisogno di mettere in gioco noi giovani». Edda, classe ‘33, toscana: «Era ora! Il femminismo non era morto, era solo stato sotterrato. E adesso ricominciamo a parlare del futuro». Nunzia, 54 anni, consigliere comunale a Meda: «Non vogliamo un ritorno al passato, ma vogliamo anche un domani diverso, vogliamo contare». Margherita, da Taranto, Bernardette da La Spezia, Alidina da Firenze: «Ragazze, tranquille, adesso si riparte». Alice, 22 anni, da Roma: «Qualche mese fa ho votato al referendum, venire mi sembrava un dovere». Anna, 49 anni, manager: «Lo scriva che oggi ci sono anche le donne che in genere non frequentano le manifestazioni». Donatella, 40 anni, Palermo: «Siamo precarie, non siamo mai state zitte e continueremo a parlare ancora più forte». Alessandra, 25 anni, da Torino: «La vicenda della Ru486 ci ha fatto risvegliare, dobbiamo difendere la libertà delle donne». Nina, 63 anni, da Genova, urla con le mani a cono «Tremate, tremate, con le figlie e le nipoti non avrete i nostri voti».

                Sul palco, intanto, Sandra Ceccarelli legge un brano da una lettera: «Ero distesa su un tavolo, a gambe divaricate, con la sedicente levatrice che immetteva acqua bollita e sapone a forza su per l´utero. Spero solo che nessuno debba più vivere questo dolore e questa umiliazione»; Maddalena Crippa una poesia; Debora Villa ringrazia Storace, se non era per lui, mica eravamo qui; Paolo Hendel fa ridere: «Le donne sono troppo avanti agli uomini… però mi ha deluso un po´ la moglie di Ruini, speravo lo convincesse»; Cristina Gramolini chiede i Pacs («Alcuni vorrebbero imporre una società che non c´è più»); Franca Rame racconta del suo, di aborto; Ottavia Piccolo tiene i contatti con la piazza di Roma, da dove parla Lella Costa. Alle cinque c´è ancora gente che deve entrare in piazza Duomo. Lea Melandri, abbracciata da tutti come una madonna, sorride sorniona: «E adesso? Adesso le donne – in quanto donne, sì, torneranno ad essere un interlocutore obbligato. Esistono, esiste un loro pensiero e potrà condizionare qualsiasi scelta».