Milano. Un Patto contro la crisi

20/09/2001











 

Anche la Cgil firma l’accordo con Formigoni Federalismo, welfare, scuola e infrastrutture: in settanta al tavolo con il Pirellone
Un Patto contro la crisi


RODOLFO SALA




Firmano in settanta, e c’è anche la Cgil. Tutte le sigle della Lombardia che produce: industriali, artigiani, commercianti, cooperative, sindacati; ma anche la Borsa spa, la Fiera, le Ferrovie Nord, e poi ambientalisti, consumatori, casalinghe… Firmano al trentesimo piano del Pirellone, e Roberto Formigoni è raggiante – al limite dell’enfatico – nell’illustrare i contenuti di quel Patto per lo sviluppo che fissa per il prossimo quadriennio obiettivi condivisi e introduce il metodo del confronto permanente tra Regione, parti sociali e, come dice lui, «l’intera società lombarda».
Il metodo da sperimentare è quello del «partenariato», termine che comprende, ma supera – secondo il Formigonipensiero – quello della pura concertazione. Partenariato come «applicazione alla realtà regionale del principio di sussidiarietà», come «coalizione fra istituzioni, imprese, rappresentanti dei lavoratori». Tutti soggetti che firmando il Patto dicono di condividere alcuni obiettivi, suddivisi per quattro grandi aree: federalismo; sanità e assistenza, economia, lavoro e formazione; ambiente e infrastrutture. In particolare c’è la conferma di un welfare lombardo che deve basarsi su «un sistema a rete di servizi sociosanitari erogati da strutture accreditate». E del buonoscuola «a sostegno di una pluralità di interventi rivolti all’insieme delle famiglie» (formulazione più soft rispetto alla prima stesura e che basta a vincere le resistenze della Cgil).
Quella avviata ieri è la seconda edizione del Patto per lo sviluppo. La prima risale al ’98 ed ebbe, ricorda Formigoni, «ricadute positive sull’occupazione, la crescita economica, la sicurezza sociale». Insomma: se in Lombardia il tasso di disoccupazione è vicino al 4 per cento, per il governatore è soprattutto merito di questo Patto, «garanzia contro la crisi». Allora, nel ’98, non ci furono problemi: firmarono tutti, dall’inizio. Stavolta la Cgil ha tentennato fino all’ultimo. Le perplessità riguardavano soprattutto i capitoli scuolaformazione e il federalismo. Per quanto riguarda il primo, spiega la segretaria regionale della Cgil, Susanna Camusso, «alla fine c’è stato il riconoscimento della legge di nazionale di parità, con l’impegno a concepire i buoni scuola come strumento per garantire a tutti il diritto allo studio, e non come puro incentivo agli istituti privati». Schiarita in extremis anche sul federalismo: «Non viene più concepito a più stadi, e si parla di federalismo solidale». Per Walter Galbusera, Uil, questo è un buon viatico per l’«unità sindacale».
Ma risulta «improprio», secondo Camusso, ogni accostamento tra il Patto per lo sviluppo e il Patto per il lavoro varato dal Comune di Milano con il consenso di Cisl e Uil, ma con la Cgil nettamente contraria. «È il merito che determina l’adesione a un accordo: il Patto di Milano viola le regole nazionali dei contratti a termine». Ma non è un mistero che tra i milanesi della Cgil prevalgano le considerazioni critiche sull’intesa siglata ieri anche dai loro «regionali». Tanto che qualche voce maligna fa dipendere il sì della Cgil dai contrasti tutti politici (il congresso dei Ds) tra Sergio Cofferati e il numero uno della Cgil a Milano Antonio Panzeri. Sta di fatto che la Camera del lavoro, sull’argomento Patto per lo sviluppo, ha convocato per il 25 settembre il proprio direttivo. Però qualcuno anticipa il giudizio: «Con quell’impianto viene meno il ruolo autonomo di contrattazione del sindacato, che tende a istituzionalizzarsi e farsi inglobare in un metodo di governo; e poi si tagliano fuori altri livelli istituzionali, come il Consiglio regionale», dice il vicesegretario della Camera del lavoro, Augusto Rocchi. Sembra fargli eco il capogruppo dei radicali al Pirellone Lorenzo Strik Lievers, che intravede la nascita di «una Camera delle corporazioni al posto del Consiglio regionale». Critiche anche dallo Sdi e dai Popolari, ma soprattutto da Rifondazione: «Patto liberista e corporativo».
Infine una curiosità. Nel lungo elenco dei firmatari c’è anche la Compagnia delle Opere. La cui presenza, forse per motivi di concorrenza tra imprese, sembra non sia risultata molto gradita ad Assolombarda. E a difendere il ruolo della Cdo, durante le trattative che hanno preceduto la stesura del documento, si sono schierati i sindacati: la Cgil, oltre che la Cisl e la Uil. Che in questo modo si è messa sulla scia della Lega delle cooperative, protagonista di un inedito asse con la Cdo nato sul no alla proposta di legge polista che vuole cancellare le agevolazioni fiscali per le cooperative.