Milano, rivolta alla Rinascente

10/04/2007
    sabato 7 aprile 2007

    Pagina 15 – Lavoro/ Economia

    Sciopero e presidio davanti alla sede di Piazza del Duomo. Dopo aver
    disdettato il contratto integrativo, l’azienda vuole mano libera sugli orari
    Milano, rivolta alla Rinascente

      di Francesco Purpura
      Milano [nostro servizio]

      La Rinascente di Milano,nella sua prestigiosa sede di piazza del Duomo, non era uguale al solito nella giornata di ieri. La maggior parte delle casse erano chiuse e non c’era una commessa o un inserviente in giro. Dove erano tutti i lavoratori dipendenti della Rinascente? In sciopero, a protestare davanti alle porte del tempio della grande distribuzione.

        Uno sciopero molto riuscito quello indetto dai rappresentati dei lavoratori del commercio di Cgil Cisl e Uil dei gruppi Upim e Rinascente: più dell’85% dei dipendenti diretti è rimasto a casa e di questi una buona parte ha partecipato al presidio di protesta presso la sede centrale. Le richieste erano semplici e dirette: vogliono il rispetto dei diritti e della dignità dei dipendenti. «Il contratto integrativo è stato disdettato due anni fa dall’azienda, la dirigenza a livello nazionale non si presenta nemmeno ai tavoli di contrattazione mentre a livello locale cerca di
        imporre orari di lavoro sempre diversi senza concordarli con i rappresentanti dei lavoratori» afferma Anna Chiozzi, delegata Rsu della Filcams Cgil.

        Fino al 2005 Rinascente e Upim erano di proprietà della Ifil, ovvero famiglia Agnelli. Poi vennero comprate da una cordata di imprenditori, tra cui Borletti, Pirelli Real Estate, Deutsche Banke Real Estate e altri ancora. «Rinascente aveva 14 negozi in Italia, di cui 9 di sua proprietà. Con il nuovo assetto societario ben 6 sono stati venduti (sembra addirittura alla concorrenza), alcuni dei quali di particolare prestigio come a Roma, Bari e Monza!». Chi parla è Dora Maffezzoli, segretaria della Filcams Cgil provinciale, vera animatrice della protesta. «Chiudono negozi in attivo e su cui avevano promesso piani di sviluppo, con mobilità e cassa integrazione per centinaia di lavoratori. E per chi rimane
        vogliono potere totale, pretendendo di togliere dalla contrattazione l’orario di lavoro per avere personale sempre completamente asservito e a disposizione. Ma questa non è vita e così le persone non possono
        organizzare la propria esistenza e men che meno progettare il proprio futuro».

        Insomma, c’è di che lamentarsi in abbondanza ma i lavoratori che hanno scioperato ieri non volevano semplicemente contrastare la riduzioni dei
        propri diritti da parte dei vertici aziendali. Volevano soprattutto affermare che anche in una categoria difficile come quella del commercio e contro padroni significativi come i loro, lottare per la dignità delle
        persone è possibile. Perché, come hanno scritto sui loro volantini, il padrone aziendale non diventi padrone di tempo e di vita delle persone.