Milano. Ristoranti, record di lavoro nero e insicurezza”

04/03/2002









 

Parla Pizzamiglio della Cgil LA DENUNCIA
"Ristoranti, record di lavoro nero e insicurezza"


LORENZA PLEUTERI




La notte del rogo, quelli del Bufalo Vichingo avevano spiegato che la donna brasiliana che ha perso due figli ed una amica lavorava lì saltuariamente. A posteriori, mentre il sindacato alza il tiro contro il settore della ristorazione e dei pubblici esercizi, il marito della proprietaria della pizzeria rettifica le prime dichiarazioni di famiglia. «Eva non era una cameriera in nero né una dipendente abusiva – ripete Antonio Caracciolo – Eva era una amica. Per questo non mi importava che non avesse il permesso di soggiorno per lavoro. Venerdì sera è venuta a fare un giro con i suoi due bimbi. Combinazione mancava un lavapiatti e lei si è offerta di darci una mano. In via del tutto eccezionale». Quanto ai problemi economici vecchi e nuovi della società della pizzeria, e al fallimento giudiziario in cui anni fa lui è rimasto coinvolto, Caracciolo taglia corto: «Non vedo che cosa c’entri con la tragedia. Dopo questi morti, tutto il resto non conta. E non c’è più nulla da dire».
A fargli da contraltare, a distanza, è il segretario generale milanese della Filcams Cgil, Santino Pizzamiglio. Che rivela quello che tutti sanno ma nessuno osa dire. «I pubblici esercizi di Milano e della provincia – denuncia, precisando di non conoscere la situazione del locale di Trezzano – sono l’humus su cui prosperano il lavoro nero e precario, lo sfruttamento di immigrati, l’assenza di garanzie e di tutele. E il settore della ristorazione è un "buco nero" anche per il sindacato. Le aziende del comparto sono 13 mila, parecchie hanno meno di 15 dipendenti. Far entrare il sindacato in imprese così piccole è impossibile o quasi». E le armi sono spuntate.
«I responsabili territoriali della sicurezza, quelli che dovrebbero vigilare sul rispetto delle norme nei locali pubblici – è l’analisi di Pizzamiglio – a tutt’oggi non hanno gli strumenti per operare. La ragione? La scarsa lungimiranza dell’associazione imprenditoriale di categoria, la Federazione italiana pubblici esercizi, che pure su questi temi un preciso accordo lo ha sottoscritto».