Milano. «Pagato in nero per spiare colleghi e sindacalisti»

14/09/2005
    mercoledì 14 settembre 2005

    Milano

    «Pagato in nero per spiare colleghi e sindacalisti»

      Cinquecento euro (in nero) per spiare e incastrare il collega che si rende colpevole di un piccolo furto. O che prende posizioni poco gradite all’azienda. Mille se si tratta di un rappresentante sindacale. E’ una brutta storia quella denunciata dalla Filcams Cgil della Lombardia (il sindacato del Commercio). Fatta di appostamenti nell’ombra e delazioni. Il sindacato non esclude anche discriminazioni basate su fede politica o appartenenza sindacale. Il tutto alla Metro (catena di centro commerciali per grossisti) di San Donato Milanese. La Filcams-Cgil ha avviato una procedura per comportamento antisindacale nei confronti dell’azienda (ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori). Nell’attesa della pronuncia del giudice, stanno per partire manifestazioni e forme di protesta all’interno dello stesso punto vendita all’ingrosso di San Donato.

        Dal canto suo, la Metro si difende: «Escludiamo nella maniera più risoluta che siano stati messi in atto sistemi di sorveglianza e antitaccheggio non rispondenti alle leggi e ai contratti di lavoro vigenti. Attendiamo serenamente la pronuncia della magistratura del Lavoro», recita una nota.

          Tutto comincia il 30 aprile scorso. Dopo tre anni di contratti a termine, un addetto alla vendita del grande magazzino di San Donato si rivolge al sindacato. In un primo momento, il giovane (siciliano, 30 anni) lamenta la mancata conferma a tempo indeterminato. Poi – forse per la frustrazione, forse per un improvviso ravvedimento – comincia a raccontare. «Ci ha spiegato di essere stato assunto con un mandato ben preciso: controllare i colleghi. Oltre ai 950 euro dello stipendio, infatti, riceveva 500 o 1.000 euro per ogni segnalazione andata a buon fine», riassume Renato Losio, segretario generale della Filcams regionale.

            Ciò significa che il giovane siciliano doveva segnalare furti o irregolarità mentre stavano avvenendo, in modo da consentire all’azienda di intervenire sul fatto. E di invitare il dipendente a dimettersi. Il sindacato ricollega al «lavoro» dell’operatore infiltrato un licenziamento e tre dimissioni spontanee. Ma la denuncia non finisce qui. «Al giovane che si prestava a questa attività di "spionaggio" sono state mostrate le foto dei delegati sindacali perché potesse esercitare su di loro un’opera di controllo più accurata – continua Losio -. Ormai molti dipendenti dell’impresa hanno contratti a termine. Non escluderei che tra gli elementi di valutazione per un’eventuale riconferma ci fossero anche le idee politiche o l’intenzione di iscriversi al sindacato».

              Nessuna denuncia è stata sporta a carico del delatore pentito. «Anche questo giovane era sotto ricatto – conclude Sergio Fassina, segretario della Filcams di Milano -. Gli era stato promesso che alla conferma a tempo indeterminato il suo doppio lavoro sarebbe terminato. Una conferma che non è mai avvenuta».

                Ri. Que.