Milano: «Lavoro, un patto per mille posti»

10/07/2001


Cronaca di Milano



«Lavoro, un patto per mille posti»

Il sindaco: l’Unione europea ci ha elogiato per l’accordo. Cisl e Uil: l’intesa non è fallita, andiamo avanti

      Tutti d’accordo: «Il patto per il lavoro riparte». È vero che nel frattempo sarebbe dovuto già arrivare, ma ci sono stati dei problemi, il progetto che doveva favorire l’occupazione degli «svantaggiati» s’era incagliato nelle secche delle riunioni per «mettere a punto» che non risolvevano niente, lo stesso sindaco aveva sospirato: «È stato un fallimento». Così ieri, a Palazzo Marino, coloro che due anni fa lo avevano firmato si sono ritrovati, armati delle migliori intenzioni. E Gabriele Albertini ha elencato gli obiettivi: mille posti di lavoro entro un anno (solo Assolombarda s’è impegnata a trovarne 200), 36 persone anziché 11 nello «sportello» che dovrebbe fare incontrare domanda e offerta di lavoro, due nuove sedi da aprire in periferia, almeno 5000 persone nella banca dati, corsi di formazione della Regione, tremila progetti degli imprenditori. E insomma tutto il possibile per rianimare un progetto che in sedici mesi ha sistemato appena 224 persone: e questo in una città, come ricordava sul Corriere Pietro Ichino, «nella quale ogni anno il mercato del lavoro produce dai 180 mila ai 200 mila incontri fra domanda e offerta di lavoro». Il sindaco è sicuro: «Il patto è uno strumento valido, che ha solo bisogno d’essere approfondito ed esteso. L’Unione europea lo ha elogiato». Ma cos’è, di preciso, questo famoso patto fra sindacati e imprese, con il Comune a fare da garante? In teoria si prevedevano nuove (e più decise) forme di flessibilità in cambio di nuovi posti di lavoro per gli «ultimi»: extracomunitari, disoccupati da lungo tempo, gente che ha più di quarant’anni ed è stata espulsa dal mercato del lavoro, giovani disagiati, categorie deboli come ex carcerati e tossici. Firmato a luglio del ’99 e «siglato» in via definitiva a febbraio dell’anno scorso, il «patto» si proponeva come una sorta di rivoluzione. Milano doveva essere un «laboratorio». Ma il principio ha diviso subito i sindacati, la Cgil si è chiamata fuori fin dall’inizio.
      Non che gli altri sindacati, nel frattempo, si fossero mostrati entusiasti. Visti i risultati, a fine maggio Cisl e Uil avevano ritirato la firma: «Albertini, dopo aver ideato e sfruttato il patto a fini politici, non ha fatto nulla per favorirne il decollo», accusava il segretario Cisl, Maria Grazia Fabrizio. Che ieri garantiva: «Albertini ci ha dato ragione e l’accordo, nonostante i de profundis, non è affatto fallito». E Pier Luigi Paolini, della Uil, più prudente: «Siamo moderatamente soddisfatti». Perché il punto essenziale è proprio la promessa di «triplicare» lo sportello che fa incontrare domanda e offerta, o almeno dovrebbe: «Dobbiamo passare dalla fase pionieristica a quella operativa. Ci rivedremo il 26 luglio. Dovrà funzionare come un orologio. E a quel punto potremo aprirne altri due, a nord e sud della città», riassume l’assessore al Personale, Carlo Magri. Che tiene aperta una porta alla Cgil: «Entro il mese convocherò i sindacati per rilanciare anche il protocollo del ’98». Ma non accetta l’obiezione di chi dice che il patto, in fondo, non serve a un bel niente: «Ah sì non serve? E allora come mai esistono 18 mila disoccupati ultraquarantenni, altrettanti extracomunitari senza posto, 10 mila tossicodipendenti, handicappati, ex carcerati in cerca di lavoro?»
Gian Guido Vecchi


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