Milano laboratorio per l’unità

11/03/2003




Martedí 11 Marzo 2003
ITALIA-LAVORO
Milano laboratorio per l’unità

La frattura nel sindacato - Un appello al confronto di giuslavoristi ed esperti del settore


MILANO – Il terreno fertile per l’unità sindacale è a Milano. Ne sono convinti diciotto tra giuslavoristi (come Aris Accornero, Gian Primo Cella), ex leader del sindacato (Pietro Larizza, oggi presidente del Cnel, Bruno Manghi) ed esponenti storici della sinistra (Vittorio Foa), che hanno scritto un appello alle segreterie milanesi di Cgil, Cisl e Uil. La prima firma è quella di Gino Giugni, che a più di trent’anni dallo Statuto dei lavoratori descrive una nuova fase, dovuta al «variegato mondo dei lavori», alla necessità di «incontrare le nuove forme del lavoro flessibile, parasubordinato, precario». È l’appello di un autorevole pezzo della sinistra italiana, preoccupato per la frattura nel mondo sindacale, che rischia di indebolire la rappresentanza, la stessa ragione di vita del sindacato. I diciotto firmatari invitano a un confronto il sindacato milanese. Perché Milano? Perché la città ha anticipato la rottura consumata con il Patto per l’Italia il 5 luglio scorso ma ha saputo superarla. La Cgil non firmò il Patto per Milano con l’amministrazione comunale, ma oggi le relazioni sono ricomposte. «C’è stata – scrivono Giugni e gli altri – la possibilità di riannodare i rapporti di collaborazione e di reciproco rispetto: sembrano esserci oggi le condizioni per un ulteriore rafforzamento della prospettiva unitaria». La risposta dei segretari milanesi è arrivata subito ed è stata all’unisono. Antonio Panzeri, della Cgil, Maria Grazia Fabrizio, della Cisl, e Amedeo Giuliani, della Uil, dicono di voler «procedere nel chiarimento e nella condivisione di scelte utili all’allargamento e al rafforzamento della nostra rappresentanza». Il successo del percorso non è dato per scontato, e i segretari si cautelano con un «se possibile», ma la disponibilità al confronto è immediata: «È un utilissimo contributo e uno stimolo importante per il dibattito». Gli stimoli sono tre. Anzitutto, come si diceva sopra, la rappresentanza dei «nuovi soggetti sociali, delle nuove forme di organizzazione e delle politiche rivendicative che debbono essere attivate per incontrare le nuove forme del lavoro flessibile, parasubordinato, precario». In questa direzione, sostengono i firmatari dell’appello, lo sforzo deve essere unitario, pena la perdita di efficacia e di risultati. L’altro campo d’azione è quello concertativo. Il documento parte dall’accordo del ’93, «rimesso in discussione su iniziativa del Governo e di alcuni settori imprenditoriali»: senza concertazione è a rischio lo stesso ruolo del sindacato e «la sua possibilità di incidere sui grandi indirizzi della politica economica nazionale». Ma l’unità è impensabile senza un accordo preliminare «sulle regole, sui meccanismi decisionali, anche per poter dirimere democraticamente, senza rotture e senza atti unilaterali, i momenti di dissenso tra le organizzazioni sindacali». L’appello suggerisce un codice di autoregolamentazione «che potrebbe costituire la base su cui pensare in futuro anche a una legislazione di sostegno». Secondo i firmatari, l’accordo sulle Rsu ha creato una vasta rete rappresentativa e unitaria e partendo da qui si può definire la democrazia sindacale, «superando gli estremi di una democrazia solo associativa o solo referendaria». L’invito al confronto e la scelta di Milano è motivata dalla tradizione di autonomia del sindacato cittadino. A Cgil, Cisl e Uil si chiede una prova di maturità: «Dovrebbe prevalere, rispetto a ogni altra esigenza, la responsabilità verso i lavoratori e quindi il senso della misura e la capacità di ricondurre sempre anche le posizioni diverse entro il quadro di una iniziativa comune». ALESSANDRO BALISTRI