Milano, in 700mila con l’arcobaleno

17/03/2003

            domenica 16 marzo 2003
            Milano, in 700mila con l’arcobaleno
            La città del premier invasa da tre cortei senza fine in una bella giornata di speranza

            Oreste Pivetta
            MILANO Una bella giornata di marzo alla vigilia di un incubo. La guerra
            non sarà qui, ma in città e in un deserto lontani. Milano ha vissuo
            così le sue ore di pace, forse le ultime, temendo la guerra che arriva in
            Iraq, aspettando notizie che ispirassero fiducia, sentendosi davvero una
            volta città del mondo, assieme a Waghington, Tokio, San Francisco, Los
            Angeles, Amman, Baghdad, Barcellona, Madrid… Quando Guglielmo
            Epifani, segretario della Cgil, dal palco davanti alla Stazione Centrale,
            ha annunciato che alle prime bombe il paese si fermerà, l’applauso è stato
            lungo e soprattutto c’era del cuore in quell’applauso, il cuore di gente
            che vorrà fino in fondo dimostrare la voglia opposta, non di bombe, ma di pace, e il proprio lutto per i morti e le distruzioni che saranno. Settecentomila persone e forse di più, la questura diceva almeno
            quattrocentomila e davvero la guerra delle cifre sarebbe adesso soltanto
            comica. C’è riuscita la Cgil da sola, senza la Uil, senza la Cisl, senza i
            partiti, senza i movimenti, perchè la manifestazione era nata sindacale e
            basta, in difesa dei diritti e dell’articolo diciotto. Le ultime minacce le hanno regalato quest’altro compito: dare voce ancora alle speranze di pace. Così il corteo è diventato un mare di colori, di bandiere arcobaleno, in una città grigia che svegliandosi giorno dopo giorno si ritrovava anch’essa più colorata. Le bandiere alle finestre a Milano sono tantissime e fa un bell’effetto dalla strada guardare in su, ritrovandosi meno solitari, vicini ad altri con la stessa convinzione.
            Per essere settecentomila e più sono arrivati da tutta Italia, faticando
            assai. Non è stata una gita e Milano non si presta alle gite di gruppo.
            Non ci sono neppure panchine per riposare. Ci vuole coraggio per partire
            dalla Sicilia, dalle Puglie, dalla Calabria, dalla Sardegna o dall’alto Adige,
            da tutte le regioni. Giovani e anziani e bambini. La signora stanca se
            ne stava seduta, con il suo cappottino grigio ripiegato sul primo gradino
            libero: troppi chilometri per lei, a piedi, dopo un viaggio di centinaia
            di chilometri, appoggiata al suo bastone, e si capiva dal viso segnato.
            Ma c’era con tutti gli altri e lo potrà ricordare. Una manifestazione mai vista così grande a Milano, intonava lo speaker, una donna, Ardemia Oriani, segretario dello Spi, mai vista nella storia cittadina. Tre cortei si erano avviati alle due del pomeriggio dal Duomo, da piazzale Cadorna di
            fronte alla Stazione Nord, da piazzale Loreto. Per strade diverse si sono
            avvicinati alle vie che, come i raggi di un semicerchio, si chiudono sul
            piazzale della Stazione.
            Le manifestazioni, direbbe un “vecchio” manifestante, non sono più quelle di una volta. Il corteo va bene, ma ci si disperde anche. Diventa, malgrado tutto, malgrado il nero all’orizzonte, una festa. L’effetto è d’invasione. Prima d’arrivare, fin nei quartieri periferici, sembrava una città vuota, immobile, silenziosa.
            Persino le macchine a casa. Appena arrivati, sbucando, come mi è capitato, da un mezzanino della metropolitana, un’onda di colori e di persone. Mi accolgono i ragazzi in tuta bianca, i disobbedienti. Mi guardo
            attorno e vedo maschere bianche: l’idea era stata dei lavoratori del sommerso, l’etichetta sulla maschera è della Filcams, il sindacato del commercio, la maschera bianca rappresenta i diritti negati…
            Però la maschera sembra avere così anche l’espressione della morte. Epifani lo dirà: la guerra e i diritti negati non sono questioni così lontane…
            Da un camion scendono canzoni forti. Ma la canzone più gridata dagli altoparlanti o sussurrata da appena qualche fila del corteo è sempre
            “Bella ciao”, eterna, cambiano solo il ritmo e l’intonazione. La sentiremo
            anche alla fine, dall’impianto del palco. “Bandiera rossa” e “Avanti popolo” sono state lasciate al Vietnam, quando si cantava contro
            un’altra guerra. “Bella ciao” resiste, perchè è bella, facile, orecchiabile.
            Forse soprattutto perchè c’è nelle sue parole e nella sua aria il ricordo
            della nostra storia migliore: l’antifascismo, la resistenza comune, la liberazione.
            La bandiera più grande è retta ai lati da trenta o quaranta ragazzi: una
            bandiera della pace naturalmente, sulla quale di traverso è stato aggiunto
            un telo bianco con la scritta: articolo diciotto. La più incomprensibile
            per me è bianca e le parole sono in una lingua orientale.
            Le bandiere della pace sono migliaia. Poi ci sono quelle del sindacato,
            della Cgil, qualcuna anche di altri sindacati.
            Ci sono bandiere di partiti della sinistra… Gli scriscioni sono tanti:
            delle organizzazioni, ma anche semplicemente per dire «pace, pace». Ragazzi con la faccia nerissima e i capelli crespi ne alzano uno, giallo,
            che reclama: «sanatoria, sanatoria».
            Sidibe, il marabutto senegalese, che a Milano a tempo perso fa l’attore,
            spiega che sono contro il bollino rosso che li caccia e che ormai si sente italiano, persino iscritto al sindacato, e che la sua sua è la storia di tutti.
            La manifestazione è, come capita sempre di più, multirazziale.
            Le bandiere della Cgil, in un angolo tricolori, sventolano sulle spalle
            di maghrebini, nigeriani, senegalesi, filippini.
            Si sono viste due bandiere degli Stati Uniti, con un cretino che dal balcone
            del quarto piano mostrava l’indice al corteo, invitando il corteo a salire. Un cretino e basta di fronte a chilometri e chilometri di strada e di persone.
            L’Italia si schiera per la pace e pensa che «ogni minuto guadagnato…»,
            così leggo, mentro ascolto «Curre curre, guagliò…».
            L’uso del drappo colorato: dopo la bandiera, il cappelluccio, la bandana,
            il fiochetto, il fazzoletto, la striscia ad annodare i cappelli, quella da
            legare al braccio. Aveva incominciato Emergency: portate un pezzetto
            di stoffa bianca per dimostrare da che parte state. Se lo portarono, fermato al sellino della bicicletta, anche i corridori al Giro d’Italia.
            Ci sono quelli che stanno fuori da sempre, in punta di piedi sui marciapiedi
            per vedere fin dove il corteo arriva (alcuni cercano Veronica Lario).
            Stavolta non se ne vedeva mai la fine. Se il corteo ha i suoi rami e
            ramoscelli laterali, quelli che stanno fuori finiscono per ritrovarsi in mezzo.
            E nessuno rifiuta. Mai come questa volta una manifestazione è stata
            ovunque. Antonio Panzeri, che è il segretario della Camera del lavoro di
            Milano, ha ragione di esprimere la sua gioia: «Una grande prova. Quella
            di oggi è stata la più grande manifestazione che si ricordi a Milano.
            Larghissima è stata l’adesione e la partecipazione dei cittadini milanesi
            e della città sia alla manifestazione che con le bandiere esposte…». Quelle
            che il nostro governo illuminandosi di ridicolo aveva persino tentato
            di vietare, come ricorderà Epifani.
            Alle cinque si chiude. Alle cinque e cinque il palco è già pronto per essere smontato. La gente se ne va lentamente e ripercorre, come un altro fiume, vie a ritroso, ripensando alle cose dette: la pace e la guerra, intanto, i diritti, il lavoro che non c’è, la crisi economica. Capisce che dovrà mettere in conto un po’ tutto, se non capiterà un miracolo. Però si dà il senso dell’unità. E si chiede perchè non ci sia più unità anche nella politica.